lunedì, dicembre 17

Carceri: ancora ignorati i temi della giustizia e del diritto Una nuova definitiva evasione a Ravenna richiama alla necessità della detenzione utile e dignitosa

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Cos’e’ mai, signora mia, un tweet? Un “messaggio” di poche parole affidato al web. Costa poco, impegna meno. Alla portata di tutti. Capi di stato, presidenti, politici di ogni tendenza, ormai, comunicano cosi’, si tratti di congratulazioni o condoglianze, minacce o espressioni di solidarietà e vicinanza. Cosi’ fan tutti, ormai.

Anche il presidente francese Emmanuel Macron comunica via tweet; e l’altro giorno ne ha inviato uno che dovrebbe far “scuola”. Vale per la Francia, ma anche per l’Italia e tantissimi altri paesi. Un tweet richiede solo lo “sforzo” della sintesi. E puo’ tradursi in un pregio: si e’ piu’ diretti, si va al sodo. Macron parla (pardon: twitta) di carceri: «Quand on est condamné, on n’est pas condamné à vivre avec des punaises de lit. Il faut faire de la prison un temps utile et un lieu de dignité»; ovvero: «Quando si è reclusi non si è condannati a vivere con le cimici nel letto. Occorre che il tempo passato in carcere sia utile e dignitoso». Il tutto accompagnato con un video di 30 secondi.

Ecco: un giorno piacerebbe poter riferire di un analogo tweet firmato Sergio Mattarella o, fate voi, Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini… Con l’aria che tira ci vien da pensare: aspetta e spera.
Chi non ha aspettato, tantomeno sperato, e’ un detenuto cinquantunenne italiano recluso nel carcere di Ravenna. E’ evaso definitivamente impiccandosi.  Si è legato alle grate del bagno della cella dove era ristretto e si e’ lasciato andare cosi’; era imputato per rapina, e proprio il giorno in cui si e’ tolto la vita avrebbe dovuto effettuare la convalida dell’arresto.

Impegnati come un po’ tutti si era nelle vicende della campagna elettorale, pochi hanno fatto caso alla visita di papa Francesco a una casa protetta per mamme detenute con figli minori. Per l’occasione e’ stata inviata al Papa  una lettera che merita di essere conosciuta nella sua versione integrale:

«Santità, Padre caro, siamo gli invisibili. Noi siamo alcuni delle migliaia di bambine e bambini figli di genitori reclusi nelle carceri italiane che viviamo con loro in carcere o andiamo a trovarli. Noi siamo solo impronte lasciate su sudici e freddi pavimenti, dove arriviamo dopo viaggi estenuanti per incontrare o conoscere per la prima volta il nostro genitore o per crescervi nella violenza e nell’abbandono.

Per difendere la dignità dei nostri genitori detenuti ci raccontano bugie facendoci credere di entrare in un collegio o in un posto di lavoro, “in un luogo dove si costruiscono torri, navi e aerei”. Ma noi lo sappiamo che in questi luoghi non volano gli aerei e non c’è il mare. I nostri genitori davanti ai nostri occhi hanno vergogna dei loro sbagli, dei loro errori. Le nostre madri davanti ai nostri occhi hanno vergogna persino di pronunciare la parola “carcere”.

Per raggiungere i nostri genitori in squallide e irraggiungibili carceri sperdute nelle campagne desolate e male collegate, noi paghiamo con estenuanti viaggi in treno, con la moneta delle emozioni e delle paure. Paure che popolano i nostri incubi notturni e paure che crescono via via che ci avviciniamo al carcere.
Per un abbraccio attraversiamo l’Italia su treni affollati, con le nostre mamme cariche di pacchi e di fratellini sulle braccia. Partiamo dalla Sicilia per raggiungere Milano, da Venezia per Palermo. Arriviamo stanchi e siamo costretti ad ore di attesa sotto la pioggia e al freddo, o sotto al sole cocente.
Veniamo perquisiti, violentati nella nostra intimità dalle mani di adulti sconosciuti, che ci tolgono i peluche, i poveri giocattoli che sono i nostri amici, per aprirli, controllarli, a volte ci tolgono anche le mutandine per assicurarsi che le nostre mamme non vi abbiano nascosto droghe.

Siamo fiori fragili nel deserto della burocrazia e delle misure di sicurezza, nell’indifferenza di adulti alienati dal brutto e dal violento lavoro. Siamo impronte sui muri scrostati, sui vetri dei banconi divisori. Per molti siamo statistiche, numeri: 4500 bambini che hanno una mamma in carcere, circa novantamila quelli che hanno un papà detenuto. Per altri siamo strumenti di propaganda, anche i nostri genitori a volte speculano su di noi.
Ed ecco come, da un giorno all’altro, noi bambini entriamo in una quotidianità di silenzi, di parole dette e non dette, di luoghi e non luoghi. È come se nascessimo una seconda volta, noi diventiamo così i figli dei detenuti. E ogni giorno e in ogni posto dove andiamo, dalla scuola al quartiere dove viviamo, noi paghiamo un alto prezzo per errori mai compiuti.

Siamo figli della complessità, della povertà, dell’ignoranza. Su di noi è impresso lo stigma sociale. Viviamo in solitudine con un solo genitore che non può dedicarci tempo perché lavora per mantenere la famiglia, perché deve andare dagli avvocati per difendere l’altro detenuto, o perché viviamo insieme in celle anguste e sovraffollate dove non si ha il tempo per l’amore, per crescere sereni, dove non si vive una crescita normale dove a volte non si ha nemmeno il tempo per abbracciarci.
Il più delle volte veniamo abbandonati da parenti o da amici, o anche a famiglie sconosciute, a scuola siamo emarginati e dai nostri compagni allontanati. Quando svolgiamo temi o pensierini sui nostri genitori, per non essere additati raccontiamo che nostro padre lavora in paesi fantastici e lontani e nostra madre è una regina.
Per difenderci diventiamo aggressivi e intrattabili, ma non siamo cattivi. Sono gli altri che ci vedono e ci vogliono così. Siamo i figli dei detenuti.

Padre caro, grazie per averci oggi teso la Sua mano, ci ricordi nelle Sue preghiere a Dio, e gli chieda il perdono per i nostri genitori. Noi li amiamo nonostante tutto, per noi sono sempre i migliori, sono i nostri eroi che con un abbraccio fanno sparire tutti i mostri notturni e non li cambieremmo per tutto l’oro del mondo.
Papa Francesco, noi chiediamo solo di essere riconosciuti per quello che siamo: bambini. Noi abbiamo avuto la “fortuna” di avere la mamma detenuta in una delle carceri di Roma e questo ci ha permesso di incontrare persone di amore che si occupano di noi.

Uomini e donne, operatori e volontari di organizzazioni sociali che hanno per noi creato un’alternativa al carcere. Ci hanno offerto un alloggio con spazi colorati e accoglienti, dove possiamo vivere una vita più normale, andare a scuola come gli altri, giocare e vivere per tutto il tempo che le nostre mamme dovranno pagare il loro debito alla società e alla giustizia. Da anni questi uomini e queste donne lottano per garantire i nostri diritti, per assicurarci un’accoglienza più a misura di bambino, per consentirci di stare con i nostri genitori come quando si sta a casa, seduti su un divano o sul tappeto a disegnare.

Ci stanno vicini, aiutano la nostra mamma a risolvere problemi, ad avere un futuro, ci educano al rispetto, tentano di fertilizzarci con quei sentimenti che ci vengono negati da altri. Noi bambini dipendiamo da voi adulti, se ci abbandonate noi siamo la paura, se ci riconoscete noi siamo l’amore. Ma noi vogliamo crescere, imparare, ascoltare e soprattutto noi vogliamo cambiare il nostro destino infame e quello dei nostri genitori.

Oggi Lei, padre santo, ci copre del suo immenso amore, ci conforta con le sue carezze, ci accoglie amorevolmente nell’immensa casa di Dio. Noi preghiamo perché Dio La conservi. Noi preghiamo perché Dio Le doni la forza necessaria ad accogliere in sé i mali e le sofferenze del mondo. Tanti bambini come noi crudelmente stanno morendo nel silenzio e nell’indifferenza, nella violenza di guerre generate dall’odio e dal rancore di chi nel mondo non vuole vedere né sa amare».

Tutte queste tematiche, quelle relative al carcere, alle condizioni indegne in cui sono costretti a vivere detenuti, agenti di polizia penitenziaria e l’intera comunita’ carceraria; i temi della giustizia negata e del diritto violato, da parte di tutte e di tutti i candidati sono stati rigorosamente evitati, ignorati, come per una sorta di tacito patto. Ma i problemi non si risolvono ignorandoli e lasciandoli incancrenire. Eppure e’ quello che, nel concreto, si e’ fatto e si fa; e – facile previsione, purtroppo – si continuerà a fare.

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