martedì, Maggio 18

Carceri all’amianto, saranno bonificate

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Ci mancava anche l’amianto! Non basta che le carceri italiane siano, nel loro complesso, un luogo di sofferenza fisica contraria a ogni codice nazionale e sovranazionale; che si viva ammassati, e che possa accadere a cittadini ritenuti colpevoli e poi riconosciuti, dopo processi di durata “irragionevole”, innocenti. Non basta reputazione rovinata, attività lavorative distrutte, risarcimenti materiali col contagocce…Bisogna anche rovinarsi la salute. Per esempio grazie all’amianto, che risulta essere presente nel 14 per cento delle carceri italiane. In alcune carceri italiane ci sono ancora strutture o materiali in eternit, per il quale sono state avviate verifiche e procedure di smaltimento. È quanto emerge da una mappatura aggiornata al gennaio 2015 resa nota dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

«Attualmente», comunica il Dap, «sono in corso tutti i controlli e le opere necessarie per rimozione, smaltimento e messa in sicurezza. Il Dipartimento, in continuità con il passato, assicura massima attenzione e tempestività negli interventi futuri».

Vediamo di capirne di più, sempre basandoci sulla documentazione ufficiale. Prendiamo il Piemonte. Ad Alessandria un locale tecnico risulta coperto con lastre ondulate di eternit; a Fossano, ci sono lastre di cemento-amianto ricoperte da tegole; si assicura che periodicamente vengono effettuati controlli. A Novara sono imminenti lavori per la bonifica della copertura della caserma agenti e della palestra. A Torino sono in corso verifiche del materiale coibente presso i piani interrati di Direzione e II Caserma.

“Scendiamo” in Toscana: risultano da verificare due canne fumarie a Grosseto; a Lucca è in corso lo smaltimento di manufatti in eternit; a Massa e a Pisa la direzione ha chiesto alla Asl la verifica della pericolosità di alcuni manufatti; a Montelupo Fiorentino dopo l’eliminazione di manufatti nel 2013 è stata avviata un’altra procedura di smaltimento; a Prato sono presenti due coperture in eternit e la direzione sta valutando due possibili soluzioni.

In Umbria restano da risanare dei locali nella struttura di Spoleto. Nelle carceri sarde sono in corso lavori di rimozione di manufatti in amianto a Isili e Is Arenas; a Mamone si attende il nulla osta dei Beni culturali per la demolizione di un fabbricato; ad Alghero si stanno programmando gli appalti per la rimozione. In Sicilia “censiti” un paio di “recipienti” a Castelvetrano; una tettoia nel carcere di piazza Lanza a Catania; mentre a Catania Bicocca sono presenti pannelli presso l’impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica: «si provvederà nel corrente esercizio compatibilmente con le risorse». Stesso discorso per il carcere di Enna, dove materiali in eternit accantonati attendono di essere smaltiti; stessa cosa a Giarre, e a Noto (una decina di contenitori), e a Trapani, dove c’è amianto nelle coperture del magazzino. All’Ucciardone di Palermo è in corso la rimozione di materiale in eternit; a San Cataldo esiste una quantità non precisata di eternit su cui è stata avviata una verifica.

In Calabria, nel carcere di Lamezia Terme, temporaneamente chiuso si sta valutando la rimozione di un manufatto in amianto. Non si registra infine presenza di amianto nelle strutture di Lombardia, Basilicata, Lazio, Puglia, Campania, Veneto e Liguria.

Nel complesso, grondaie, tettoie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti all’interno dei vecchi penitenziari minacciano la salute di chi in galera sconta una pena, e di chi ci lavora; e non è detto che la presenza dell’amianto sia circoscritto nelle sole ventotto carceri di cui parla il DAP. Sarebbero molte di più, a dar credito alle segnalazioni che giungono dai sindacati di polizia penitenziaria. Come nel caso di Orvieto, dove«all’interno di un magazzino c’è un deposito di eternit rimosso molto tempo fa e in eternit sono due canne fumarie funzionanti», dice Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.

Quello che soprattutto colpisce, nella relazione ufficiale, è che si è consapevoli dei rischi; ma in almeno sei casi si legge, nero su bianco, che alla bonifica “si provvederà nel corrente esercizio finanziario, compatibilmente con le risorse disponibili”.

Una situazione è drammatica e il giudizio sconsolato del segretario del Sippe  Alessandro De Pasquale: «Abbiamo scritto a vari organi dell’amministrazione penitenziaria. La cosa strana è che sempre nelle lettere dell’amministrazione penitenziaria c’è questo tentativo di minimizzare il problema perché si legge sempre piccolo quantitativo, non pericoloso per i lavoratori ma l’amianto è comunque un pericolo per la salute pubblica. I colleghi quotidianamente ci segnalano le problematiche ma c’è una scarsa informazione sul pericolo costituito dall’eternit o comunque dalle fonti di amianto. L’amministrazione statale, il nostro datore di lavoro, ai sensi del decreto legislativo 81 del 2008 ha anche un obbligo di informazione nella propria unità amministrativa. Deve informare i lavoratori sui rischi che ci sono all’interno della struttura ed è chiaro che molto spesso questo non avviene. Dobbiamo sempre ricordare che all’interno di una struttura penitenziaria ci sono i detenuti che devono scontare una pena, ma non è che devono scontare anche una pena di morte».

Ancora più allarmato, se possibile Giulio Starnini, segretario generale della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, e direttore dell’Unità operativa di Medicina protetta del Belcolle di Viterbo: «Non tranquillizza sapere che l’amianto è presente nel 14 per cento dei penitenziari italiani. Si tratta di un rapporto che ignoravamo, e che vorremmo studiare per valutare l’entità di questa presenza. Invece sappiamo che negli istituti penitenziari l’incidenza di neoplasie è superiore a quella della popolazione generale. Un fenomeno cui concorrono varie cause, come il fumo. Ma certo sapere che esistono anche aspetti ambientali che potrebbero contribuire a innescare patologie tumorali non rasserena. Finora, comunque, le patologie dei detenuti non sono mai state messe in correlazione con l’asbesto. E che io sappia casi di asbestosi o mesotelioma non sono stati diagnosticati in questa particolare popolazione. Nelle carceri, lavorano anche 50 mila operatori. Per la loro sicurezza e quella dei detenuti, se il dato contenuto nella mappatura fosse confermato, il passo successivo deve essere la bonifica».

Donato Capece, segretario generale del Sappe si unisce alla richiesta di mettere finalmente a norma di istituti penitenziari: «Basta con le scuse delle amministrazioni che tergiversano con il pretesto della mancanza di fondi. L’amministrazione si deve fare carico del problema e mettere mano a una riforma che preveda una ristrutturazione seria possibilmente chiudendo quelle carceri che non sono a norma. Adesso che si registra un calo di detenuti, è il momento di avviare i lavori».

E ora la storia di alcuni ragazzi che si fanno una cinquantina di giorni di carcere per una banale svista di un magistrato. Storia assurda e al tempo stesso “normale”. Si tratta di un clamoroso errore di una sezione della Corte di Cassazione. Approda un ricorso di alcuni imputati, condannati per aver coltivato cannabis che loro stessi fumavano. La difesa chiede l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice di merito perché, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima quella parte della legge che equiparava le pene per possesso di droghe “pesanti” e “leggere”; in sostanza la pena andava ricalcolata e l’eventuale condanna ridotta. Questo perché la cannabis è indiscutibilmente una droga “leggera”.

Il procuratore generale è d’accordo, concorda con i difensori per l’accoglimento del ricorso sul punto. A questo punto il colpo di scena: il ricorso viene dichiarato inammissibile; i condannati subito arrestati e condotti in cella. Cos’è accaduto?

  Il giorno stesso del deposito della sentenza, e solo dopo averla firmata, il Presidente del Collegio si rende conto che si è commesso un clamoroso errore: l’estensore nel motivare la sentenza tratta tutti i punti del ricorso, tranne l’unico che “doveva” essere accolto: quello relativo all’annullamento per essere venuta meno la norma applicata dal giudice della condanna. Il Presidente del Collegio comunica la cosa al Procuratore Generale perché sia posto rimedio e intervenga per far liberare gli arrestati.

Detto, ma non subito fatto: che occorre attendere un mese e mezzo (scontato dagli imputati i carcere), prima che la liberazione diventi operativa;  la sentenza deve comunque essere emendata, la pena ricalcolata; gli imputati, se condannati, potranno chiedere di scontare il residuo in modo alternativo al carcere. Ora a parte il fatto che per mettere una “toppa” a un errore commesso e riconosciuto sono occorsi ben 50 (cinquanta!) giorni, trascorsi in cella, quello che risulta incredibile è questo: l’estensore della sentenza a cosa pensava (o non pensava), nel momento che quella sentenza stendeva? Perché quelle quattro parole a favore degli imputati non le ha scritto, e da quell’omissione poi ha determinato quello che è accaduto. E’ impossibile pensare, sospettare, che il giudice relatore abbia voluto commettere volontariamente l’errore, confidando che sarebbe stato si sanato, ma che comunque avrebbe provocato – come ha effettualmente provocato – una carcerazione a imputati ritenuti colpevoli (e punibili) al di là di quello che la legge prescrive e prevede; essendo, si ripete, impossibile credere e sospettare questo, non resta che un’altra ipotesi: nella quarantina di minuti nel corso dei quali il Procuratore Generale e la difesa degli imputati chiariscono e spiegano che a norma di legge non può che esserci l’annullamento della sentenza, il giudice relatore è da altro preso, “distratto”; e chissà a cosa pensavano i componenti del collegio. Nessuno, ha fatto caso che il procedimento in origine doveva essere annullato, un errore così grande della sentenza? Ed infine: anche a voler utilizzare la limitativa espressione di “errore”, com’è possibile che quell’“errore” (nei fatti trasformato in orrore, in vera e propria ingiustizia) non sia stato visto, per dirla con Manzoni, da coloro stessi che lo commettevano? Una firma, insomma, apposta in calce a una sentenza, sulla fiducia…Fede, in quella fiducia; fiducia, in quella fede, vien da dire.

E dal caso singolo: a sfogliare la relazione annuale presentata dalla Direzione Generale del ministero della Giustizia per il contenzioso e per i diritti umani si evince che “…la materia dei ritardi della giustizia ordinaria costituisce la gran parte del contenzioso seguito. Per altro il numero e l’entità delle condanne (allo Stato di risarcimento ai cittadini, ndr.) rappresentano annualmente una voce importante del passivo del bilancio della Giustizia, voce la cui eliminazione dovrebbe porsi come prioritario obiettivo dell’amministrazione”. In soldoni: irragionevole durata dei processi, più volte denunciata dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano; denuncia che Marco Pannella trasforma in vero e proprio programma politico. In soldoni, s’è detto, perché concretamente di soldi si tratta, anche: la relazione quantifica una cifra che, puntualmente, di anno in anno diventa sempre più ingente. Solo per i risarcimenti legati alla ragionevole durata dei processi, lo Stato italiano ha un debito che a metà del 2014 ammontava ad oltre 400 milioni di euro. Una cifra a cui vanno ulteriormente aggiunti vari milioni di euro di risarcimento per altri danni causati dalla magistratura italiana ai cittadini, tra cui l’ingiusta detenzione o l’errore giudiziario.

   Oltre all’ammontare del debito dovuto dallo Stato per i processi lumaca, nel solo 2014 a questa cifra si sono aggiunti “mille ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell’uomo per lamentare il pagamento ritardato degli indennizzi” già fissati per i cittadini che hanno subìto un danno per l’eccessivo ritardo dei processi. Pur non quantificando gli eventuali risarcimenti dovuti né la loro conclusione, la relazione certifica che nel 2014 sono stati presentati 37 nuovi ricorsi per la responsabilità civile dei magistrati (ancora regolamentati dalla vecchia legge). Questi ricorsi vanno a sommarsi agli oltre tremila ricorsi presentati tra il 1989 e il 2012.

Bisogna passare ad un’altra relazione di un’altra direzione generale, quella dei servizi del Tesoro che si occupa materialmente di liquidare i risarcimenti pecuniari, per comprendere quanto sia enorme la piaga degli errori giudiziari in Italia. Nel 2014 si è registrato per gli indennizzi di questi casi un vero e proprio record: dai 4mila euro del 2013 per 4 casi di errore agli 1,6 milioni di euro per i 17 nuovi errori giudiziari. Di questi indennizzi, in particolare, 1 milione è stato disposto come risarcimento per la vittima di un errore a Catania, mentre gli altri 600 mila euro sono andati a 12 persone di Brescia, due di Perugia, una di Milano, una di Catanzaro. Dal 1991, quando con la legge Vassalli sono stati erogati i primi risarcimenti, fino al 2012 lo Stato ha pagato 575 milioni 698 mila euro per i casi di malagiustizia. Nel solo 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012 lo Stato per questo motivo ha speso 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente sbattuti dietro le sbarre negli ultimi 15 anni.

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