sabato, Giugno 19

Carcere senz’acqua, pena supplementare Rubinetti a secco, celle come forni. L'emergenza idrica nei penitenziari: sotto silenzio, come al solito

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Si concede un’ironia amara (o se volete un’amarezza ironica, il risultato non cambia), il responsabile ‘Osservatorio Carcere’ dell’Unione delle Camere Penali Riccardo Polidoro: “In nome del popolo italiano Rossi Gennaro è condannato a sei anni di reclusione, parte dei quali da scontare senza acqua”.

Giustizia da paese dei balocchi di Pinocchio? Certo, e naturalmente non troverete, per accurata che possa essere la vostra ricerca, alcun dispositivo di sentenza di nessun giudice, che contenga, nero su bianco, questo tipo di condanna. Ma il fatto che non sia ufficialmente certificata non significa che nei fatti questo non accada. La sentenza-non-sentenza, puntualmente, ogni estate trova applicazione ed esecuzione. Se i parlamentari, e magari lo stesso Ministro della Giustizia Andrea Orlando, volessero, ora che vanno in ferie e il Parlamento ‘chiude’ trascorrere qualche ora del loro tempo in un carcere a loro scelta, se ne potranno rendere conto ‘di persona personalmente’.

A Santa Maria Capua Vetere, per esempio. La prigione ‘ospita’ 1.100 detenuti (la capienza è di 833). Al sovraffollamento si aggiunge l’ulteriore sanzione: quella della privazione dell’acqua. “Se mancasse l’acqua in un ospedale”, osserva Polidoro, “ci sarebbe una sollevazione popolare, si griderebbe allo scandalo, si valuterebbero responsabilità politiche, i parenti dei degenti s’incatenerebbero sotto il nosocomio, avendo la totale solidarietà dell’opinione pubblica”. Se capita per le prigioni, evidentemente le cose cambiano, ce ne si fa una ragione. La Direzione del carcere, ogni anno d’estate, deve ricorrere a misure d’urgenza per tamponare una situazione di grave malessere che coinvolge lo stesso personale dell’amministrazione penitenziaria. “L’acqua”, spiega Polidoro, “viene prelevata da un pozzo semi-artesiano e filtrata attraverso un impianto di potabilizzazione. Il rimedio consente docce razionate, acqua corrente a singhiozzo, ma lascia elevato il rischio di problemi igienici e di malattie. Si pensi alla pulizia di una cucina che deve servire migliaia di pasti”.

La Camera Penale di Santa Maria Capita Vetere ha promosso un’istanza firmata dai detenuti e indirizzata al Magistrato di Sorveglianza; chiede il risarcimento previsto dalla Legge per la reclusione in condizioni disumane e degradanti. Vedremo che esito avrà.

La soluzione del problema”, dicono i promotori dell’iniziativa, “dovrebbe vedere coinvolti i Ministeri della Giustizia e delle Infrastrutture, nonché gli Enti Locali per l’allacciamento alla rete idrica esterna. Sono anni che non si raggiunge un risultato non solo vitale e urgente, ma doveroso e imprescindibile per un Paese Civile, che altrove si sarebbe concretizzato con la stessa facilità di bere un bicchiere d’acqua”.

La situazione è kafkiana: il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha stanziato un milione di euro per i lavori ma i fondi non possono essere usati perché le opere di allacciamento vanno fatte al di fuori del perimetro del carcere, su cui il Ministero delle Giustizia non ha alcuna competenza. “Ogni giorno”, spiega l’avvocato Nicola Garofalo, responsabile della Commissione per i diritti dei detenuti della Camera Penale, “l’amministrazione penitenziaria spende parecchi euro per acquistare l’acqua da imprenditori privati: due litri di acqua vengono distribuiti ad ogni detenuto per bere, il resto arriva con le autobotti che riempiono il pozzo che alimenta il carcere”.

Quello di Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato. A Cosenza l’emergenza idrica si aggiunge a disagi annosi e irrisolti. In numerose carceri scoppiano rivolte e proteste.

La parlamentare Enza Bruno Bossio, dopo un sopralluogo al carcere di Cosenza denuncia che “si è determinata una grave emergenza idrica” per cause ‘esterne’: “La mancanza d’acqua, infatti, è stata causata dal furto dei tubi di rame della conduttura comunale e dalla rottura di una pompa di sollevamento con conseguenti danni ingenti anche all’impianto idraulico dell’istituto penitenziario”.

Ad Avellino i detenuti hanno dato vita a una protesta sedata a fatica dagli agenti penitenziari. Un sovrintendente è finito in ospedale per aver inalato i fumi sprigionati da stracci e bombolette incendiate durante la rivolta a causa della mancanza d’acqua.

Un clima di esasperata tensione che esplode in violenze difficili da controllare. Dall’inizio dell’anno sono oltre 250 i poliziotti penitenziari aggrediti e feriti. Altre volte il disagio e la frustrazione vengono sfogati in gesti di autolesionismo, fino ai 25 che si sono tolti la vita quest’anno. L’ultimo a Terni. Un uomo di 48 anni, originario della provincia di Sassari, si è tolto la vita impiccandosi con delle lenzuola alla finestra della cella.

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