domenica, Maggio 9

Carbone: passato e presente dell’Australia field_506ffb1d3dbe2

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Lo scontro fra le diverse concezioni di quello che dovrebbe essere il futuro energetico dell’Australia sembra non cessare. Sono in corso in questi giorni, infatti, diversi colloqui tra multinazionali di diversi Paesi, politica, cittadini ed associazioni ambientaliste su quella che sembra essere una nuova età dell’oro per il carbone australiano.

Il carbone, materiale combustibile di origine organica, è composto prevalentemente da carbonio (50-98%), idrogeno (3-13%) e ossigeno, con minori e variabili quantità di azoto, zolfo e altri elementi. Grazie alle sue proprietà di combustibile e alla relativa facilità di estrazione e lavorazione, il carbone è stato il protagonista della Prima Rivoluzione Industriale, rappresentando tuttora una fonte di energia essenziale per la maggior parte dei Paesi al mondo. I maggiori consumatori del combustibile nero sono infatti Cina (50% del consumo mondiale), USA (12%), India (10%), Russia e Germania (3,3%), Sud Africa (2,6%) e Giappone (2,5%). I maggiori produttori, d’altro canto, sono Cina (49%), USA (14%), India ed Australia (5,5%).

In Australia i grandi giacimenti sono concentrati negli Stati del New South Wales, del Victoria e del Queensland, mentre quasi l’80% dell’energia prodotta nazionalmente in Australia deriva dal carbone. Se quindi da un lato è vero che il mondo sta differenziando sempre più la produzione energetica, è anche vero che negli ultimi 10 anni le esportazioni australiane di carbone nero sono aumentate del 50%, principalmente dirette verso i Paesi in grande crescita del sud-est asiatico.

Il noto “boom minerario”, che ha permesso all’Australia di essere l’unico grande Paese occidentale al mondo di evitare la crisi economica internazionale, è stato fortemente sostenuto proprio dalle esportazioni del combustibile fossile, in continua crescita nonostante un rallentamento degli altri settori dell’export minerario.

Proprio a causa di questo fondamentale impatto sull’economia australiana, le concessioni minerarie sono state, specialmente negli ultimi anni, al centro di polemiche riguardanti atti illeciti e corruzione da parte della lobby mineraria. L’ultimo, grande caso è scoppiato nel novembre 2012, quando l’ICAC del New South Wales (Indipendent Commission Against Corruption), la Commissione indipendente contro la corruzione, ha iniziato ad indagare su presunti illeciti riguardanti alcune concessioni minerarie, accordate con l’aiuto di due ex ministri laburisti. I politici in questione sono Ian Macdonald e Eddie Obeid, più volte nominati Ministri del Governo nazionale del New South Wales. La commissione, riunitasi nuovamente nei giorni scorsi, è ormai certa che Macdonald, all’epoca dei fatti Ministro per le Industrie Primarie e Ministro per le Risorse Minerarie del NSW, abbia ricevuto, e abbia ceduto, alle pressioni di Obeid per concedere la licenza mineraria per Mount Penny, nella parte orientale del NSW. Nonostante la miniera fosse al momento dei fatti di proprietà della Cascade Coal, la famiglia Obeid deteneva quote di capitale del valore di decine di milioni di dollari, una volta avviato il progetto, ovviamente. Il parlamentare Duncan Gay, in prima linea nel chiedere che tale licenza venisse revocata, ha dichiarato al riguardo: «La decisione presa non prevede alcuna indennità a causa della revoca della licenza. Il Governo non ha intenzione di rendere immediatamente disponibili quelle terre, ma l’atto che abbiamo presentato in parlamento è mirato a non complicare ulteriormente la situazione dello Stato, ponendolo nella stessa situazione economica in cui sarebbe stato se non si fosse verificata questa vicenda».

Di pochi giorni fa è, inoltre, la notizia che conferma l’autorizzazione allo scarico di milioni di metri cubici di fanghi marini in prossimità della Grande Barriera Corallina, in vista del progetto di creare il più grande porto industriale per carbone al mondo, il cui volume d’affari è stimato in 28 miliardi di dollari australiani.

Il carbone rappresenta ancora, dunque, una grande fonte di ricchezza e necessita di un costante controllo pubblico affinché situazioni come quella di Mount Penny si verifichino con sempre minore facilità. Nonostante anche l’Australia stia diversificando sempre più la propria politica energetica, la produzione nazionale di carbone continua a crescere, passando da 260 milioni di tonnellate di carbone estratte e 194 milioni esportate nel 2001 a 490 milioni di tonnellate estratte e 261 esportate nel 2008. Anche l’occupazione risente positivamente della grande industria carbonifera australiana, con oltre 55.000 persone impiegate a tempo pieno nella relativa industria nel 2013, in forte aumento su base annuale.

L’estrazione e la lavorazione del carbone, ad ogni modo, sono tra le attività più inquinanti del pianeta e rappresentano, nel caso dell’Australia, oltre il 42% della produzione totale dei gas serra. Da questo dato, inoltre, sono esclusi gli effetti del materiale esportato, assieme al quale la percentuale sarebbe inevitabilmente molto più alta. L’Australia risulta, di conseguenza, il secondo Paese sviluppato al mondo con maggiore produzione di CO2 procapite, preceduto solo dal piccolo Lussemburgo.

Se questo sarebbe sufficiente a far riflettere qualunque tipo di governo, ciò è ancor più vero in Australia, Paese caratterizzato da una sfaccettata varietà di ecosistemi unici e delicati. La popolazione australiana è infatti cosciente di avere il privilegio di vivere in uno dei Paesi con maggiore biodiversità al mondo, dovuta principalmente al lungo isolamento che il sub-continente australiano ha vissuto ed alle sue enormi dimensioni. Il lunghissimo isolamento dagli altri continenti e le grandi dimensioni del territorio hanno influito in modo impressionante sui numeri della biodiversità australiana: sono più di un milione le specie animali e vegetali presenti in Australia, meno della metà delle quali sono state studiate e classificate scientificamente. L’84% dei mammiferi, l’85% delle piante con fiore, l’89% dei pesci costieri e d’acqua dolce e oltre il 45% di tutti i volatili sono specie uniche, presenti solo in Australia. Questa enorme varietà di ecosistemi e di climi comporta, tuttavia, una notevole fragilità intrinseca.

Proprio questi dati, assieme a considerazioni più generali, hanno portato alla creazione della Carbon Tax, istituita nel Governo Gillard nel 2012 e mirata ad obbligare chi emette più dell’equivalente di 25.000 tonnellate annue di CO2 a pagare in proporzione. Gli sforzi delle compagnie australiane, inoltre, continuano a concentrarsi sulla ricerca di sistemi per produrre minori quantità di CO2 durante i processi di lavorazione.

Nonostante tutto, quindi, la dinamica economia australiana continua a necessitare del carbone.

E’ di questi giorni l’ultimo rapporto commissionato dal Ministro dell’Industria australiano Ian Macfarlane e prodotto dalla Agenzia Internazionale per l’Energia – International Energy Agency – la quale ha riportato che «Il carbone rimarrà la principale fonte di produzione energetica per almeno un altro quarto di secolo, nonostante gli sforzi fatti per diversificare tale produzione e a dispetto dei timori per il rallentamento della crescita globale». E’ dunque evidente come tale rapporto avalli i progetti del governo conservatore di Tony Abbott in merito alle questioni di politica energetica, prevalentemente basata sull’utilizzo di combustibili fossili.

Un nuovo, importante progetto vede coinvolti il governo statale del Queensland ed il governo indiano, il quale è alla ricerca di una cooperazione a livello tecnologico per l’estrazione delle importanti riserve di carbone che entrambi i Paesi posseggono.

Anche sul fronte dell’industria privata, tuttavia, il carbone continua ad essere al centro delle politiche energetiche. Il magnate dei minerali e filantropo Andrew Forrest sta infatti mettendo a punto un ambizioso progetto con il governo del Pakistan. Nello specifico, il piano prevede l’utilizzo di avanzata tecnologia sviluppata presso la Curtin University del Western Australia per permettere alla regione del Punjab, abitata da più di 100 milioni di persone, di vivere un importante sviluppo economico e sociale. Questo avverrebbe grazie alla possibilità di trasformare la poco redditizia lignite del Pakistan, anche nota come carbone marrone, in diesel, eliminando con tale attività su vasta scala le disumane condizioni di schiavitù che centinaia di migliaia di persone vivono quotidianamente a causa della povertà della regione.

Quali che siano le politiche energetiche dei governi australiani in carica, quindi, l’Australia non può permettersi di sganciarsi dai processi di estrazione, lavorazione ed esportazione del carbone. L’economia nazionale è, infatti, marcatamente basata sull’esportazione di materie prime, di cui il carbone rappresenta una delle voci più importanti. E’ dunque lecito aspettarsi l’utilizzo di importanti fondi per rendere tali processi meno inquinanti, ma rimane certo che il carbone avrà in Australia un ruolo fondamentale ancora per molti anni.

 

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