mercoledì, Ottobre 20

‘Cara Europa, hai poco da stare allegra’, parola di Crisis Group L'aggiornamento di primavera della 'Watch List' annuale del think tank mette in guardia l'Europa da facili illusioni sul fatto che la nuova Amministrazione USA e i vaccini COVID possano dare un po' di tregua ai tempestosi affari globali

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Ogni anno Crisis Group pubblica due aggiornamenti alla sua ‘Watch List‘ annuale per l’UE, l’ultima è stata quella del gennaio 2021. Queste pubblicazioni identificano le principali crisi e situazioni di conflitto in cui l’Unione Europea e i suoi Stati membri possono avere un ruolo nella costruzione di prospettive di pace. L‘aggiornamento primaverile della ‘Watch List‘ 2021 include aggiornamenti su Bolivia, Myanmar, Nigeria, Ucraina e Yemen.
La parte introduttiva è un
monito pesante a chi in Europa avesse immaginato unatreguaalle tempeste globali, sperando in un Joe Biden risolutore e in un vaccino capace di seppellire la pandemia e tutti i suoi disastri.

«I leader europei che sperano che una nuova Amministrazione statunitense e i vaccini COVID possano dare un po’ di tregua ai tempestosi affari globali potrebbero guardare indietro delusi negli ultimi mesi», pochi i punti di luce in questi mesi, esordisce Crisis Group.

Mesi tempestosi iniziati con il colpo di Stato del Myanmar. «La conquista militare ha ribaltato il breve esperimento di pluralismo del Paese e provocato una certa furia popolare a cui i generali sembravano impreparati. Sebbene sembrino desiderosi di un ritorno alla normalità, la loro brutale repressione ha portato il Paese nella direzione opposta. Con l’economia a pezzi, una calamità umanitaria che peggiora, i gruppi armati etnici che rinnovano la violenza e l’emergere di nuove milizie, la crisi rischia di aprire la strada al collasso dello Stato».

Joe Biden ha annunciato che ritirerà le truppe statunitensi dall’Afghanistan, il che significa che anche le forze europee se ne andranno entro la metà di settembre di quest’anno al più tardi. «Biden ha definito la decisione il riflesso della ridotta priorità della sua Amministrazione all’Afghanistan tra altre minacce e sfide in tutto il mondo. Ha anche spiegato che non vedeva una logica per mantenere le truppe in Afghanistan se non era probabile che servissero a migliorare la situazione. Questa linea di ragionamento è stato un rifiuto implicito della politica di lunga data di Washington di utilizzare il dispiegamento come polizza assicurativa contro la recrudescenza delle minacce terroristiche. Per molti afgani, l’uscita porta terrore. Molto è incerto, ma un’altra escalation dei combattimenti-in un Paese che ha già subito più di quattro decenni di guerra- appare lo scenario più plausibile, mentre gli insorti testano fino a che punto possono spingersi contro le forze di sicurezza afghane. I governi europei, che hanno sostenuto i colloqui di pace afghani e hanno sostenuto finanziariamente il Governo afghano, avranno il loro bel da fare per promuovere la stabilità» se stabilità verrà.

L’Africa subsahariana preoccupa sempre l’Europa, e, sottintende Crisis Group, bene fa a preoccuparsi.
In Etiopia in questi mesi le cose sono peggiorate. «
La guerra nella sua regione settentrionale del Tigray continua, con prove di orribili abusi da parte di tutte le parti, comprese le tattiche della terra bruciata da parte delle forze eritree che combattono a fianco dell’Esercito etiope contro i ribelli del Tigrino. I guai si stanno preparando in altre parti del Paese, con conflitti etnici in aumento in vista delle elezioni previste per giugno. L’Etiopia è anche ai ferri corti con il Sudan sulle aree di confine. La violenza continua a destabilizzare gran parte del Sahel rurale. A peggiorare le cose, l’Esercito maliano ha arrestato il presidente ad interim e il primo ministro del Paese, che sono saliti al potere dopo un colpo di Stato meno di un anno fa. In Ciad, il Presidente Idriss Déby è morto ad aprile vicino al fronte combattendo i ribelli, sollevando timori nelle capitali europee sulla stabilità del Ciad e su ciò che la sua morte avrebbe significato per le battaglie contro i jihadisti intorno al Sahel e al lago Ciad». Eventi che forse, sottolinea Crisis Group, «richiederanno ulteriori riflessioni nelle capitali europee sulla strategia militare a guida francese nel Sahel».

E poi, in ultimo in termini temporali, ma tutt’altro che ultimo in termini politici, il conflitto in Palestina, con la quarta guerra di Gaza. «Dopo settimane di tensioni a Gerusalemme e la mano pesante della polizia israeliana alla moschea di Al-Aqsa, Hamas ha iniziato a lanciare razzi su Israele, provocando un bombardamento israeliano di Gaza. In undici giorni di combattimenti, 243 palestinesi, inclusi decine di combattenti di Hamas e 66 bambini, e dodici persone in Israele, inclusi due bambini, sono morti. Gran parte di Gaza è stata lasciata in rovina È stata la quarta guerra di Gaza dal 2007, ma questo round è stato diverso, in particolare per la violenza tra ebrei israeliani e palestinesi che hanno devastato le città nello stesso Israele e le manifestazioni di solidarietà tra i palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme est, Gaza e Israele. Al di là del costo umano, la guerra dovrebbe servire da campanello d’allarme che, nonostante la normalizzazione di Israele con alcuni governi arabi e l’apparente desiderio di molti leader europei di auspicare la fine del conflitto, rimane un pericoloso punto critico. A meno che Israele e gli attori internazionali non riesaminino il loro approccio di lunga data al conflitto tenendo conto della sofferenza condivisa dei palestinesi e dell’apparente voce comune ritrovata, e a meno che i palestinesi non abbiano la possibilità di eleggere una nuova leadership, è solo una questione di tempo prima che razzi e bombe ricomincino».

, si badi bene, «è chiaro che la fine di COVID-19 sia in vista», avverte Crisis Group Se gran parte dell’Europa sta procedendo speditamente con i vaccini, in diverse parti del mondo, a partire daIndia e Brasile si combatte ancora contro la pandemia. «Fino ad ora, COVID-19 ha poco modellato la pace e la sicurezza o la traiettoria di qualsiasi guerra importante in un modo o nell’altro. In molti luoghi, la pandemia e le chiusure hanno aggravato proprio quei problemi che hanno alimentato il malcontento prima: crescenti disuguaglianze, costi della vita più alti, risorse pubbliche più scarse, minori opportunità per i giovani. Lo sconvolgimento di oggi in tutta la Colombia, per esempio, o le proteste nel nord del Libano alcuni mesi fa, non sono stati principalmente su COVID-19. Ma la pandemia ha gravato sulla rabbia che ha portato le persone in strada. A meno che il virus non possa essere domato e le economie riprendano, quelle proteste potrebbero essere un presagio di cosea venire. L’UE ha svolto un ruolo chiave nella creazione e nel sostegno di COVAX, che aiuta a distribuire i vaccini ai Paesi a basso e medio reddito. Questo supporto sarà probabilmente cruciale per un po ‘di tempo a venire».

Crisis Group conclude puntando l’attenzione sulla nuova Casa Bianca di Joe Biden, affermando: «Biden ha portato più continuità che cambiamento». E motiva bene e in maniera esplicita come al solito. «I leader europei possono provare un certo sollievo per il cambiamento di tono e il senso di normalità che è tornato negli affari transatlantici e nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, i legami USA-Cina sono più tesi che mai. Per Bruxelles, l’atto di bilanciamento rimane in gran parte lo stesso: resistere a Pechino dove serve gli interessi dell’Europa, gestire con il minor attrito possibile qualsiasi divergenza con Washington e mantenere aperte le strade per il coordinamento su questioni come il cambiamento climatico e la proliferazione nucleare».

L’ammasso di truppe russe vicino al confine con l’Ucraina, all’inizio di quest’anno, poi rientrato, insieme a espulsioni diplomatiche con la strategia della ritorsione equivalente, è stato una dimostrazione di forza che ha aggravato le relazioni già tossiche, sulle quali gravano le ritorsioni russe alle nuove sanzioni statunitensi su Mosca per, tra le altre cose, i suoi presunti attacchi informatici e le interferenze elettorali. Si aggiungano le sanzioni alla Bielorussia in risposta alla politica di Aliaksandr Lukashenka contro i dissidenti (caso … per citare l’ultimo incidente); attriti tra Bruxelles e Minsk, alleato di Mosca, che certo non fa bene alle relazioni Russia-Ovest.

Allora, si chiede ironicamente Crisis Group, i punti luce?
Le relazioni tra Turchia e Egitto meno malate di retorica e odio, segni di riconciliazioni all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo (tra Abu Dhabi e Doha), l’accordo di pace della Libia, l’Arabia Saudita e l’Iran che si sono incontrati in Iraq per discutere dello Yemen, ecco tutti questi che sembrerebbero ‘punti lucesono «apparenti ricalibrazioni che possono essere in parte motivate dal fatto che Biden sta pensando a un ritorno all’accordo sul nucleare iraniano, ritirando il sostegno incondizionato del suo predecessore a Riyadh e Abu Dhabi», e però, «quanto riusciranno a ottenere rimane poco chiaro». Posto che qualsiasi scontro che rientra si «qualifica come una buona notizia».

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