sabato, Maggio 8

Capitale infetta, Nazione infettata field_506ffbaa4a8d4

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capitalecorrotta

A volte arrivo volutamente (buon’) ultima a commentare i nostri orrori quotidiani.
Preferisco emotivamente prendere le distanze, depurando le mie reazioni dai conati piroclastici suscitatimi dal leggere, sentire ai Tg o assistere alla fiera delle idiozie di una certa compagnia di giro, nel corso dei mille e un programma di dibattito e approfondimento con ‘domatori’ star journalist.
I fatti di cui voglio parlarvi, ormai, sono noti pure ai piccioni che assediano il finestrino della bath room di casa mia e protestano scontrosi quando cerco di allontanarli: c’erano dei tizi di estrema destra, legati a cordata con una parte che ha governato la città di Roma  -non un borgo di 300 abitanti-  che, utilizzando l’esperanto per arrivare dappertutto, ossia il denaro, avevano creato un reticolo corruttivo d’inusitata ampiezza, tale da ‘catturare’ le coscienze e le azioni di coloro che il popolo aveva eletto per essere governato e perché fossero ben amministrati i denari che esso (popolo) forniva in forma di tasse, balzelli, biglietti dei bus (poi rivelatisi persino falsi), grattini per i parcheggi.
Si era, infatti, creato un corto circuito fra il potere (di ogni colore… l’idealità è morta e seppellita con qualche vox clamantis in deserto, tipo Giorgio La Pira) e malavita organizzata che rendeva il tutto l’albero della cuccagna per pochi eletti  -termine double face.
Sentire un tizio losco che blatera del suo potere di influenzare un componente del Direttorio della Banca d’Italia è repellente e getta ombre persino su una istituzione che, salvo pochi episodi, alcuni dei quali recenti (dov’era, quando al Monte dei Paschi si combinavano così gravi pastrocchi?), ha una reputazione di rigore condivisa. Guardare le foto dei burattinai di questa Grande Sconcezza che sta inondando di liquami le vicende comunali e regionali, e non solo di Roma, fa venire in mente Cesare Lombroso e le sue descrizioni dei delinquenti genetici.
Molti di costoro (non tutti, purtroppo) recavano incisa sul volto, dai tratti loschi, l’autodenuncia della loro anima criminale. Però offrivano la madre di tutte le vaseline, per così dire ‘ungere le ruote’, in grado di abbattere dubbi e coscienze: il denaro facile.
In più, c’è uno spezzone dell’inchiesta ‘Mondo di mezzo’ che mi tocca personalmente. Quel Buzzi orribile, che affermava che con l’accoglienza agli immigrati c’è da far soldi più che trafficando droga (altrimenti, sarebbe diventato trafficante?), promotore di questa Cooperativa ‘29 giugno’ che pare invischiata in un sacco di strani maneggi, ha seguito un percorso di riabilitazione che aveva come promotore don Luigi Di Liegro.
Anzi, la stessa Cooperativa ’29 giugno’ recava nell’atto costitutivo le firme di Mons. Di Liegro e di Laura Lombardo Radice, moglie di Pietro Ingrao.
Insomma, un visionario del bene (nel senso che del bene faceva la sia visione, la sua ragione di vita) come Don Luigi ora si starà rivoltando nella tomba al pensiero che quella cooperativa, che aveva contribuito a fondare per dare un’occasione di riscatto e di lavoro a ex detenuti, emarginati, reietti della nostra società del benessere, è diventata strumento di impicci e imbrogli.
Faccio mio il suo dolore. Faccio mia la sofferenza che, son certa, avrebbe provato di fronte al fatto che un atto d’amore verso gli ultimi sia stato manipolato da un orribile individuo senza scrupoli, capace di infangarlo.
Lo so, il lavoro non c’è per chi non sa parlare quest’esperanto e si incaponisce a volersi esprimere attraverso la lingua dell’onestà, della trasparenza, dell’onore.
Onore, parola sacra, poi piegata a fini demagogici. Della quale, da queste lande, si è perso persino l’odore (anzi, il profumo).
C’è solo la puzza della putrefazione e mi fanno ridere quei pierini come Alessandro Di Battista che, ripetendo la formula d’ordinanza ‘Delenda Marino’, rivendicano il primato della propria estraneità ai noti fatti.
In realtà, essendo il risultato di un Movimento che è nato e si è suicidato, tutto nel giro di un anno, grazie alle mire affaristiche dei propri boss, non è proprio il caso che vestano la toga candida dell’innocenza.
Da qualche parte mi pare di aver visto un articolo che faceva le bucce alla loro pretesa fruizione di solo una bassa percentuale di rimborsi elettorali/prebende parlamentari e rivelava che, invece, la quota non riscossa era assai scarsa. I soliti predicatori dal cattivo razzolamento.
Mi chiedo se, però, ci rendiamo conto di quanto sia inane il meccanismo d’indignazione che parte ogni volta che emergono vicende di questo genere (ovvero, un giorno sì e l’altro pure).

Il titolo di quest’articolo prende ispirazione da una mitica inchiesta del settimanale ‘L’Espresso’: ‘Capitale corrotta, Nazione infetta’, dello straordinario Manlio Cancogni, classe 1916, che vive in buen retiro a Fiumetto, località del Comune di Pietrasanta. Giornalista e scrittore, ha vinto il Premio Strega, con ‘Allegri, gioventù’, nel 1973 (ma anche il Viareggio e il Bagutta, con altre opere).
Ebbene, tale inchiesta risale a giorni in cui ero ancora nel ventre materno, l’11 dicembre 1955: 59 anni meno un giorno fa!
Il nostro senso dello Stato e della comunità, d’Italia e d’italiani è totalmente assente e tutto parte da questo presupposto.
Se ci mettiamo in terza fila per prendere il caffè, compresa la volante dei Carabinieri (testimone oculare, a Nocera Inferiore), dicendo ‘Ecchecavolo, un attimino’; se non rispettiamo i divieti, le proibizioni, i segnali stradali, gli stop, i posti riservati, la fila dal panettiere vogliamo pretendere che chi si ritrova a poter inzuppare il pane nel ragù non ne approfitti?

I finti indignati, quelli stile juke box, sono i più buffi di tutti: sui giornali, all’indomani della tradizionale diffusione delle suggestioni sociologiche del Rapporto Censis, imperversa la polemica riguardo la nomina a Segretario Generale di Giorgio De Rita, figlio del fondatore e cervello-immagine dell’Istituto, Giuseppe. E’ quasi come se ci si volesse impicciare della nomina di Jaki Elkann in FCA (ex FIAT).
Perché il Censis  –che erroneamente ‘Il Corriere della Sera‘ edizione on line ha indicato come Istituto di Statistica… – è una Fondazione privata, sia pure ‘anche’ con soci pubblici. Lo dice anche sul suo sito: «Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964. A partire dal 1973 è diventato una Fondazione riconosciuta con Dpr n. 712 dell’11 ottobre 1973, anche grazie alla partecipazione di grandi organismi pubblici e privati».
Io aggiungo che fu fondato dopo la fuoriuscita di Giuseppe De Rita dalla SVIMEZ, mi pare di ricordare per suoi dissensi col padre-padrone dell’Istituto di ricerche sul Mezzogiorno, Pasquale Saraceno. Dalla sera alla mattina, nacque il CENSIS, con quattro soci iniziali (fra cui, oltre De Rita, Gennaro Acquaviva e Pietro Longo) e fu molto sostenuto dal FORMEZ, all’epoca presieduto da Giovanni Marongiu e che, intorno al 1966, registrò l’insediamento, come direttore generale, di Sergio Zoppi.
Furono anni di proficua collaborazione, ove il CENSIS fornì al Centro di Ricerche e Studi per il Mezzogiorno (era questa la qualifica del FORMEZ) proprio studi, ricerche, indicazioni preziose per un’analisi sociologica veritiera del Sud del Paese.
In realtà mi stupisce che un genio diplomatico come Giuseppe De Rita non abbia escogitato un meccanismo per tacitare queste polemiche: tipo, ritirarsi nell’Olimpo di Presidente emerito  -che oggi va così di moda-  e trovare come Presidente-paravento un docente universitario in quiescenza, di gran nome, forti vanità e scarsa voglia di impicciarsi che gli avesse dato lo stesso campo libero di cui gode ora.

Ma torniamo, dopo questa mia digressione, al tronco principale del discorso. All’epoca in cui il Formez e il Censis svolgevano i loro studi e ricerche l’Italia appariva ancora un Paese solo in parte moderatamente corrotto: il sisma dell’80, nel Mezzogiorno, oltre a far crollare le case, molte volte, a fronte del fiume di soldi, fece franare le coscienze.
Un episodio fra tanti. Ho vissuto in prima persona il terremoto e, in quei lunghissimi, interminabili 90 secondi, ho sentito praticamente sfiorare il momento del non ritorno, in cui la terra poteva aprirsi sotto casa mia.
Con tutta la famiglia, ci rifugiammo in un luogo aperto, restando in auto: l’area di servizio della A3, all’altezza di Nocera Superiore.
Ritornati il giorno dopo in città, anche per approvvigionarci e vedere un po’ la situazione, assistemmo all’avvilente spettacolo, in piazza Armando Diaz, dell’accaparramento di giacche a vento, cibo e coperte, distribuite dall’Esercito, da parte di persone benestanti, che sgomitavano, scostando dal ‘bottino’ la ‘vera’ povera gente.
In altri luoghi della città si piangevano i morti: anche le decine di abitanti di un intero palazzo, crollato loro addosso mentre tutti avevano raggiunto il portone, purtroppo con l’apertura disattivata a causa dell’interruzione dell’elettricità.
Incauti e impavidi, noi salimmo (a piedi) fino al sesto piano, in casa; ci munimmo di abiti, cibo, coperte di nostra proprietà… e ci rifugiammo – a nostre spese – in un hotel della Piana di Paestum, dove rimanemmo per molte settimane.
Le giacche a vento dell’Esercito, quell’anno, diventarono cult, una moda. Come gli anabolizzanti da palestra, gli abiti griffati, la bella vita che sono stati foraggiati dall’alleanza fra politica e criminalità, qui a Roma.

 

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