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Venti di guerra soffiano a raffiche alterne nei cieli dell’est europeo. In una ridda di dichiarazioni e smentite, Vladimir Putin da un lato (con i vertici della diplomazia russa) e dall’altro Poroshenko e gli Stati Uniti e l’Europa e la NATO dichiarano e subito smentiscono o aggiustano il tiro. I punti forti di oggi sono: l’annuncio di un accordo tra Petro Poroshenko e Vladimir Putin (annunciato da Kiev e corretto da Mosca in queste 48 ore di ‘una crisi matta’) per una tregua di lungo corso; la notizia che il fotoreporter Andreij Stenin, di ‘Ria Novosti‘, è morto, circa un mese fa; il ritiro delle truppe di Kiev da Donetsk; l’annuncio di nuove sanzioni europee contro la Russia; le conseguenze nell’interscambio tra Russia ed Europa derivanti dalla crisi.

Una telefonata tra Putin e Poroshenko per la ‘fine dello spargimento di sangue’ è stata riferita nelle prime ore di questa mattina dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, e riportata dall’agenzia russa ‘Itar-Tass‘. Il colloquio ha riguardato la soluzione della ‘crisi umanitaria e militare in Ucraina’ e, sempre secondo Peskov, Putin e Poroshenko hanno trovato un accordo pressoché totale sulla soluzione della crisi ai confini orientali dell’Europa. Sarà uno dei temi del vertice Nato che tra domani e dopodomani si svolgerà nel Galles. Contestato anche da Amnesty International, che sta inscenando manifestazioni al grido di ‘Parlate CON noi e non DI noi’, il vertice vedrà la partecipazione dello stesso Barack Obama, già arrivato in Estonia (a Tallin) per ‘rassicurare’ gli stati dell’Europa Orientale contro eventuali invasioni russe.

La notizia di una tregua ‘permanente’ lanciata dal sito della presidenza ucraina è stata smentita quasi subito da Peskov, che ha dichiarato: «Vladimir Putin e Petro Poroshenko non hanno concluso un accordo di cessate il fuoco, perché la Russia non è parte del conflitto ucraino». La presidenza ucraina ha corretto la precedente dichiarazione confermando che i due presidenti hanno però concordato su «un regime per il cessate-il-fuoco».

Oggi Kiselev, il direttore di ‘Ria Novosti‘ ha annunciato che non ci sono speranze di ritrovare in vita il 33enne fotoreporter russo Andreji Stenin. Tre giornalisti russi e un altro giornalista italiano (con il suo assistente russo) hanno già perso la vita nel complesso scenario di crisi dell’est europeo. A loro il nostro pensiero partecipe. In merito alla scomparsa di Stenin, Kiselev ha dichiarato come sia stato «…accertato che non è stato fatto prigioniero, ma è morto un mese fa». I resti della sua auto, dati alle fiamme e crivellati di colpi, erano stati ritrovati il 5 agosto vicino a Donetsk. Stenin ha firmato svariati reportage fotografici tra Kiev e Lugansk, roccaforte dei separatisti prorussi.

Intanto, sempre nell’ambito della crisi ucraina, le ipotesi per una soluzione politica già sostenute anche ieri da Federica Mogherini e Ban-Ki Moon vengono raccolte da Obama, in Estonia per ‘rassicurare i Paesi dell’est’ contro le ipotesi di invasione russa e pronto a partecipare al vertice NATO di domani e dopodomani.

Fonti diplomatiche hanno parlato (a ‘El Pais‘) di un probabile inasprimento delle sanzioni Eu nei confronti della Russia, relative alle ‘restrizioni sui mercati di capitali e la compravendita di sistemi d’arma e di altre tecnologie fondamentali per il mercato energetico’. Si ipotizzano restrizioni anche in altri settori, come quello culturale o sportivo, ‘inclusi i Mondiali del 2018’.

Tra le notizie relative al vertice NATO, citiamo un messaggio giunto dai talebani afghani che si propongono come unica forza in grado di mediare sulla crisi interna, sostenendo che il loro Emirato Islamico «può svolgere un ruolo centrale nella soluzione della crisi in corso in Afghanistan», a patto che finisca «l’occupazione militare straniera».

Mentre gli sviluppi della crisi ucraina non sono ancora finiti e Obama ricorda ai russi come la crisi si possa risolvere solo se la Russia fa un passo indietro, il ruolo di partner strategico della NATO  -lasciato libero dalla Russia, secondo le dichiarazioni di ieri del Ministro degli Esteri europeo Federica Mogherini-  sarebbe stato subito riassegnato all’Australia. Un’intesa in merito sarà firmata nei prossimi giorni con la NATO dai Ministri australiani agli Esteri Julie Bishop e alla Difesa David Johnston. Con questo accordo si sancisce una partecipazione dell’Australia alle future missioni NATO, come già si era visto in Afghanistan.

Tra dichiarazioni e smentite di Obama e Putin, il Primo Ministro ucraino Arseni Iatseniuk parla della Russia come di un ‘Paese aggressore’. La smentita di Iatseniuk nei confronti delle precedenti dichiarazioni di Poroshenko sulla tregua entra dunque pienamente nel gioco di annunci e smentite già in atto sia da parte russa che ucraina, in quello che potrebbe apparire come un balletto diplomatico per lasciare aperte tutte le vie del negoziato.

Certamente la crisi non riguarda solo gli scontri a fuoco. Alle notizie di merci europee respinte da Mosca si aggiunge infatti la previsione di svalutazione del rublo, che sarebbe volutamente indebolito per preparare la Russia all’interruzione o all’allentamento dei rapporti economici con i paesi UE. L’indebolimento valutario «contribuirà a ridurre la dipendenza dalle importazioni e ad aumentare la fiducia in se stessi».

Infine, tra le notizie di quest’oggi, quella del capo del governo ucraino la presunta volontà russa di riportare lo status quo a quello della Russia sovietica e rilancia la costruzione di un ‘muro’ tra Russia e Ucraina, affine al celebre muro di trista memoria, quello di Berlino. Se l’idea appare folle, da parte di Mosca i segnali di distensione che emergono dai diversi colloqui con le controparti europea e ucraina vengono smentite dall’annuncio odierno che parla di prossime esercitazioni missilistiche dell’arsenale russo a lunga gittata, a settembre, con il coinvolgimento di 4.000 militari (lo stesso numero di uomini citati nel RAP di Rasmussen).

L’idea del muro tra Russia e Ucraina, anche se assume i toni accesi dell’incipiente campagna elettorale, era già stata proposta a giugno da Igor Kolomoiski, il quarto uomo più ricco del paese, e governatore di Dnipropetrovsk per decisione dell’attuale governo di Kiev. Il magnate proponeva l’ipotesi (oggi rilanciata dal governo di Kiev) di costruire «una recinzione metallica con filo spinato lunga 1920 km e alta 2, lungo la frontiera tra la Russia e le regioni ucraine di Donetsk, Lugansk e Kharkiv», in alcuni punti elettrificata, dotata di campi minati e trincee «efficace contro l’ingresso di uomini e mezzi militari dalla Russia». La caduta del muro di Berlino, spesso citata, non si è accompagnata alla caduta di altre barriere: «la contestatissima barriera costruita dagli israeliani dentro il confine della Cisgiordania», il muro tra «Usa e Messico, lungo 3140 km», e quello «tra India e Pakistan (3300 km)».

Citiamo ancora il muro che sorge in «Thailandia (con la Malaysia), in Uzbekistan (con il Tagikistan) e in Arabia Saudita (con lo Yemen). In Europa resta solo il piccolo muro di Cipro (tra la parte greca e quella turca dell’isola), oltre alle decine di muri ancora esistenti a Belfast per dividere cattolici e protestanti».

La caduta del muro più famoso del Novecento sembrerebbe non averci insegnato nulla. E resta in auge l ’ipotesi di un altro muro, o meglio di un progetto che porta l’evocativo nome di ‘RAP’ (piano di rapido intervento), idea lanciata da Rasmussen nei giorni scorsi, che prevede lo stanziamento di migliaia di unità di truppa (4.000 soldati NATO) ai confini orientali ucraini. Il progetto di un contingente potenzialmente movimentabile in sole 48 ore verso scenari bellici di altre zone non è stato intaccato dalle dichiarazioni di oggi.

Ci si prepara così al vertice NATO «più significativo» dopo la chiusura della guerra fredda, come ha detto il segretario generale NATO Rasmussen, e negli Stati Uniti si attende la delegazione israeliana che volerà a Washington la prossima settimana per discutere del programma nucleare iraniano. Così ne parla Yuval Steinitz – ministro dell’intelligence israeliana: «La settimana prossima andrò a Washington a capo di una importante delegazione in vista di quello che sarà forse l’ultimo round di negoziati fra le grandi potenze del gruppo 5+1 e l’Iran prima di un accordo atteso per fine novembre». Il problema dell’arricchimento dell’uranio coinvolgerà senza dubbio anche il Venezuela, partner di lungo corso di Teheran in tema di nucleare. Israele considera l’ipotesi di armamento nucleare iraniano come una minaccia per la propria sicurezza interna.

In Iraq rallenta l’avanzata dell’Is nel Paese, con l’Esercito governativo che conquista la diga di al-Atheem, situata a nord di Baquba, nella provincia di Dyala, da mesi sotto il controllo dei miliziani dello Stato Islamico. Novità anche dal fronte sunnita, dove le tribù della provincia di al-Anbar avrebbero espresso il proprio sostegno al nuovo primo ministro iracheno designato, lo sciita Haidar al-Abadi. Il vice presidente del Consiglio tribale della provincia, Faleh al-Issawi, ha spiegato a ‘Shafaq News’ come i “clan hanno annunciato il loro sostegno incondizionato alle forze di sicurezza irachene, dall’esercito alla polizia, nella lotta ai terroristi dello Stato Islamico”.

Secondo una recentissima stima di Amnesty International il numero di profughi e sfollati in Iraq avrebbe superato il milione, la maggior parte dei quali a seguito della conquista di Mosul da parte dei miliziani jihadisti. Obama invia ulteriori trecentocinquanta militari per tutelare le strutture diplomatiche ed il personale americano. Dall’inizio dell’offensiva del gruppo di al-Baghadi nel paese sono più di 1700 il numero dei militari di Washington scesi in campo per la protezione del personale statunitense ad Erbil e Baghad.

L’Afghanistan ancora senza un capo dello Stato. Oggi, il presidente afghano Hamid Karzai, ha incontrato nuovamente i due candidati del ballottaggio presidenziale, Abdallah Abdallah e Ashraf Ghani, insistendo sulla possibilità di trovare un accordo definitivo su chi debba succedere a Karzai per i prossimi cinque anni, con il presidente uscente che ha sollecitato i due candidati “a raggiungere al più presto un accordo definitivo sulle elezioni, in modo che la nazione afghana non debba più attendere nell’incertezza il nome del nuovo presidente“. Anche i talebani partecipano al dibattito politico e attraverso un comunicato dichiarano come “la storia ha provato che la forza da sola non è mai capace di risolvere un problema politico” aggiungendo come “l’unica soluzione praticabile è ricercare un processo giusto e significativo che riconosca la sofferenza del popolo afghano e restituisca i suoi diritti naturali”

Anche In Libia la situazione è sempre più caotica ed ingestibile. Il Paese si trova infatti spezzato in due, tra Cirenaica e Tripolitania, senza nessun referente istituzionale. Un pilota libico e due civili sono morti ieri dopo che un caccia è precipitato in un quartiere residenziale di Tobruk, nell’est della Libia. Secondo quanto riporta il quotidiano libico “Quryna“, fonti militari sostengono che la causa dell’incidente sia legata a un problema tecnico, escludendo che il velivolo sia stato abbattuto. La tensione resta sempre altissima soprattutto da quando si è scoperto che una decina di aerei commerciali mancherebbero dall’aeroporto di Tripoli. Il timore delle intelligence occidentali è quello che siano finiti nelle mani delle milizie islamiche, ed hanno lanciato un allerta sulla possibilità che i velivoli possano essere usati per attacchi terroristici in occasione della ricorrenza dell’11 settembre.

In Pakistan continuano le proteste popolari che da tre settimane chiedono le dimissioni immediate del primo ministro Nawaz Sharif. Secondo i maggiori partiti d’opposizione, la sua elezione, avvenuta oltre un anno fa, sarebbe stata viziata da brogli.  Israele ha firmato un memorandum d’intesa con la Giordania per la fornitura al regno Hashemita dell’equivalente di 15 miliardi di dollari di gas naturale per i prossimi 15 anni. Secondo il quotidiano economico Globes, con questo accordo Israele diventerà il maggiore fornitore energetico della Giordania.

In Kosovo, il generale italiano Figliuolo assumerà il comando della forza Nato KFOR. ”Kfor si è ridotta 10 volte dal 1999 e la sicurezza è oggi ben 10 volte migliore di allora”, ha sottolineato il Generale Farina. “I nostri sforzi sono stati caratterizzati da un approccio olistico e globale, operando in sinergia con le istituzioni del Kosovo a livello centrale e locale, con le organizzazioni internazionali” ha dichiarato poi durante il passaggio di consegne. Il Brasile si prepara intanto alle elezioni presidenziali del 5 ottobre, dove la candidata Marina Silva, è in netto vantaggio nelle intenzioni di voto degli Stati di San Paolo e Rio de Janeiro. La popolare leader ambientalista e candidata nelle liste del Partito Socialista otterrebbe oggi secondo le proiezioni il 39% a San Paolo contro il 23% dell’attuale presidente Dilma Rousseff,candidata per il Partito dei Lavoratori. Distaccato al 17% il terzo sfidante social-democratico, Aecio Neves.

Intanto, non si ferma l’emergenza sanitaria in Africa, dove ad aggiungersi alla minaccia posta dal virus Ebola ci pensa il colera. In Ghana fino ad ora sono oltre 1000 i casi accertati, la maggior parte dei quali registrati nella capitale Accra. Il presidente del paese, John Mahama ha più volte lanciato appelli ai cittadini per migliorare l’ambiente igienico-sanitario della Nazione, divenuto ormai insopportabile. L’OMS intanto smorza le paure apocalittiche dell’Occidente nei confronti di Ebola. “L’Ebola non è una nuova malattia, la conosciamo, sappiamo cosa fare e avremo la meglio sull’epidemia, ma non dobbiamo stigmatizzare il continente africano” ha dichiarato Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione.

In Grecia la crisi non dà tregua e si svolgono trattative a Parigi tra il governo greco e i rappresentanti della troika (Fmi, Ue e Bce) in merito alla difficoltà della “maratona” per uscire dalla crisi, che per il ministro delle Finanze Hardouvelis non è ancora finita. Il sistema pensionistico greco sarebbe sull’orlo del collasso secondo l’Istituto del Lavoro della Confederazione Generale del Lavoro greco (Ine/Gsee). Mancano ‘950 milioni di euro solo per il 2016’ per mantenere in piedi il sistema pensionistico, ma negli anni successivi il tetto salirà fino a 2,67 miliardi per il 2020. Gli esperti pronosticano il crollo del sistema greco entro il prossimo anno.

Il diritto al sostentamento dignitoso dei greci si accompagna alla preoccupazione che vede la Thailandia di nuovo in cima alla lista delle violazioni dei diritti umani, dopo il golpe recente di una giunta militare. Il diciannovesimo della storia recente, è seguito a una crisi di 7 mesi ed è stato giustificato con la difficoltà di far trovare un accordo alle contrapposte forze politiche monarchiche e repubblicane.

Rimpasto di governo a Tokyo, dove il premier liberaldemocratico Shinzo Abe ha presentato un governo con la «presenza record di cinque donne» e sei conferme. La 40enne Yuko Obuchi al Commercio, figlia dell’ex primo ministro, è la più giovane di tutte. I dicasteri al femminile sono Giustizia, portfolio per il sequestro dei cittadini giapponesi in Corea del Nord, Amministrazione e Interni e Attivazione delle donne.

In Cina i turcofoni e musulmani uighuri sono di nuovo sotto attacco: una contea cinese dello Xinjiang aveva deciso di sostenere i matrimoni interetnici con ‘soldi e benefit’. Secondo l’amministrazione della contea di Qargan (a forte presenza di uighuri) i membri di minoranze che accettino di sposare un Han un forte sostegno economico e diversi benefici. Secondo le analisi delle ONG e del World Uygur Congress, che si battono per i diritti degli uighuri, sarebbe un tentativo di «limitare la minoranza turcofona, a cui viene già impedito di parlare la propria lingua, frequentare scuole islamiche, vestire con gli indumenti tradizionali ed altro».

 

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