lunedì, Settembre 20

Caos nel mondo. A colloquio con Marco Tarchi

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Negli ultimi tempi, e specialmente dopo il fallito golpe a suo danno, il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan è finito al centro del grande confronto geostrategico tra gli Stati Uniti e le forze che premono per l’instaurazione di un ordine multipolare. Quale è la sua opinione sulla linea operativa tenuta da Erdoğan in questi anni? Quale futuro intravede per la Turchia alla luce delle misure adottate dalle autorità a seguito del fallimento del colpo di Stato dello scorso luglio?

Non azzardo mai previsioni, consapevole della distanza che esiste tra la scienza politica e la chiaroveggenza. Quel che mi pare certo è che, in politica estera, gli ultimi tempi stanno facendo segnare un consistente mutamento di rotta del governo turco. Erdogan certamente dispone ancora di un forte seguito popolare, grazie all’azione messa in atto sul piano delle politiche sociali e infrastrutturali e all’enfasi posta sulla fierezza nazionale, che nel suo paese è ancora un motivo di richiamo e di condivisione. Il suo braccio di ferro con Gülen dopo il tentato colpo di Stato (su cui retroscena ben poco sappiamo e si affastellano congetture fra le più disparate) ovviamente seminerà ulteriori fattori di tensione interna, ed è forse per questo che Erdoğan sta mettendo in atto un’offensiva di grande portata contro i curdi presenti in Siria e in Iraq, puntando a mostrarsi più potente di prima. Malgrado la caduta della stella Davutoğlu, la prospettiva neo-ottomana mi pare tutt’altro che evaporata, e gli Stati Uniti non possono ignorarlo.

Un dato rilevante che emerge dall’analisi dei contenziosi strategici ancora aperti è la sostanziale assenza dell’Europa, la quale sembra del tutto incapace di esprimere una politica condivisa e, di conseguenza, di far valere i propri interessi a livello internazionale. L’Ucraina e la Libia sono forse gli esempi più calzanti al riguardo. Quali sono le motivazioni che stanno alla base della debolezza europea? Quale genere di rapporto crede che il “vecchio continente” debba instaurare con la Federazione Russa?

A me pare che in Ucraina e in Libia i paesi europei abbiano fatto troppo, non troppo poco, sostenendo, o diplomaticamente o militarmente, iniziative che un tempo si sarebbero definite avventuristiche e le cui conseguenze sono più che discutibili. L’Unione europea ha un senso e un ruolo esclusivamente se i suoi dirigenti puntano a fare del vecchio continente un “grande spazio” geopolitico indipendente rispetto alle grandi potenze, con i cui interessi dovrebbero cercare equilibri compatibili sulla base delle proprie necessità e convenienze. Le cose però, negli scorsi decenni, sono andate in tutt’altra direzione e l’Unione è andata configurandosi come un satellite degli Stati Uniti, per giunta rissoso al suo interno. Come se non bastasse, la crisi economica e l’afflusso di una massa migratoria di proporzioni ormai enormi l’hanno ulteriormente indebolita e divisa (ben più della Brexit). Vedremo cosa succederà con il Ttip, che è una trappola pericolosissima per le sue ambizioni future. Se continuerà così, il suo futuro è davvero a rischio. Quanto ai rapporti con la Russia, sono prima di tutto le leggi della geopolitica – e del buonsenso – a dire che dovrebbero essere i migliori possibili, ben diversamente da adesso. E non solo per la comune necessità di porre argini al terrorismo islamista.

Secondo diversi osservatori, tra gli attentati che hanno investito l’Europa, il flusso migratorio riversatosi sul “vecchio continente” e il verificarsi di una serie di fenomeni criminosi (come l’ondata di molestie sessuali dello scorso capodanno in Germania) da un lato, e la crescita di consensi ottenuta dai partiti “populisti” euroscettici dall’altro, esisterebbe un evidente nesso di causalità. Ritiene corretta questo tipo di analisi?

Sì, anche se sul successo populista hanno contribuito altri fattori importanti, come la crisi sociale determinata da taluni effetti della globalizzazione, a partire dalle delocalizzazioni e dalle politiche di austerità e di riduzione degli strumenti del welfare, e dal disgusto verso i sempre più frequenti casi di corruzione delle classi politiche. Di fronte ai problemi causati dai flussi migratori incontrollati, queste ultime hanno mostrato una vera e propria cecità, scegliendo la via della demonizzazione di chi esprimeva preoccupazione – “xenofobia” è diventata una formula di scomunica e stigmatizzazione – e delle prediche moralistiche a suon di buone intenzioni. Anche da questo punto di vista, proseguire sulla strada intrapresa finirebbe per portare a una catastrofe politica delle odierne élites.

L’esito del referendum britannico ha sollevato un’ondata di previsioni catastrofiste circa il futuro che si prospettava dinnanzi alla Gran Bretagna. L’economista Joseph Stiglitz si è spinto oltre, esprimendo la convinzione che se la fuoriuscita di Londra dall’Unione Europea ha assestato un duro colpo all’architettura comunitaria, il fallimento del referendum circa la modifica della Costituzione italiana possa decretarne la fine. Quali motivazioni crede che abbiano spinto i cittadini britannici a votare in questo modo? Ritiene fondata la previsione di Stiglitz? Quale è il suo giudizio generale sulla proposta di riforma costituzionale promossa dal governo Renzi?

È presto per vergare bilanci, ma a giudicare dai primi mesi le previsioni catastrofistiche del dopo-Brexit non hanno colto nel segno. I profeti di sventura si ostinano a ribadire che è solo questione di tempo, ma per ora la Gran Bretagna, a parte una limitata svalutazione della sterlina, che ne sta favorendo il commercio estero, non ha subito gli squilibri economici preannunciati; anzi, se la cava piuttosto bene. Né credo che l’uscita del Regno Unito possa squassare l’Unione europea più di quanto non possono fare le sue divisioni interne su un numero crescente di temi. Perché poi una sconfitta referendaria della riforma renziana debba “decretare la fine” dell’architettura comunitaria, non riesco a capirlo. Se l’Italia è fra i paesi che hanno finora dimostrato la maggiore assonanza (spinta in taluni casi fino all’acquiescenza) con le decisioni di Bruxelles, non vedo cosa cambierebbe se il progetto di riforma, che personalmente giudico insufficiente, confuso e legato ad una pessima legge elettorale, venisse bocciato dagli elettori. Immagino che Stiglitz, come tanti altri opinion makers reali o presunti, voglia portare acqua al mulino governativo agitando lo spauracchio dell’“instabilità”. Ma, come ha più volte scritto Giovanni Sartori, i governi stabili ma cattivi sono ancora peggio di quelli instabili.

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