martedì, Aprile 20

Caos nel mondo. A colloquio con Marco Tarchi

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Il perdurare del conflitto siriano, gli strascichi del fallito golpe in Turchia, lo stallo in Ucraina, la lenta implosione della Libia, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’arenarsi del trattato transatlantico, l’avvicinarsi delle elezioni negli Usa, ecc. ‘Crisi’ è probabilmente il concetto più adeguato a fotografare l’attuale congiuntura storica. Abbiamo parlato di questa situazione politicamente, economicamente e socialmente instabile con il professor Marco Tarchi, docente di Scienze Politiche presso l’Università di Firenze.

Professor Tarchi, tra pochi mesi si terranno le elezioni politiche negli Stati Uniti. Al momento Hillary Clinton è data per favorita da tutti i principali sondaggi, mentre Donald Trump sembra aver perso lo slancio propulsivo. Quale giudizio politico si sente di esprimere sui due candidati? Ritiene che l’affermazione di un candidato a scapito dell’altro sia destinata a produrre impatti sensibilmente differenti a livello internazionale?

Come quasi tutti hanno notato, la grande differenza tra i due candidati è data dal rapporto che hanno con l’establishment: outsider l’uno, insider al massimo grado l’altra. Non darei per scontata la “perdita di slancio propulsivo” di Trump, se non altro per il forte livello di repulsione che anche la sua concorrente suscita in larga parte dell’elettorato e di cui danno testimonianza i sondaggi. Il problema, per entrambi, è riuscire a motivare al voto una parte significativa degli elettori scettici e indecisi, e da questo punto di vista Trump ha un potenziale vantaggio, perché può puntare su quel 30% di sostenitori di Sanders alle primarie che hanno dichiarato nelle indagini demoscopiche di non essere disposti a spostare le proprie preferenze sulla Clinton. Bisogna vedere se ci riuscirà. È notevole che, al momento, ben un 7% degli intervistati dica di voler votare per il terzo candidato indipendente. La cifra con ogni probabilità si ridimensionerà, m contribuisce a dimostrare quanto alto sia il rifiuto della classe politica statunitense oggi. Certamente ci sarebbero impatti differenti sullo scenario internazionale se vincesse l’uno o l’altro dei candidati in lizza, e non solo per il timore dei governi, in specie di quelli occidentali, dell’inesperienza e dell’imprevedibilità di un Trump alla Casa bianca. Il repubblicano ha fatto capire che punterebbe sull’isolazionismo e vorrebbe buoni rapporti con la Russia e forse persino con la Corea del Nord. Hillary Clinton è l’incarnazione dell’ambizione statunitense a proseguire e intensificare la politica di potenza del gendarme planetario, e si è già avuto modo di constatare come nella sua visione delle cose sia presente persino qualche tratto ereditato dallo storico messianismo made in Usa. Chi pensa che gli altri paesi debbano essere “protetti” dagli Stati Uniti vedrà certo di buon occhio una presidenza Clinton; chi vorrebbe maggiore indipendenza sarebbe disposto a correre il rischio di una presidenza Trump, pur con i dovuti scrupoli.

In un suo libro del 2004 che raccoglieva alcuni saggi scritti in precedenza, lei ha analizzato le fasi attraverso cui la società europea era caduta in una sorta di sindrome celebrativa di tutto ciò che è legato o comunque riconducibile agli Stati Uniti, mettendo in risalto i numerosi effetti negativi provocati dal fenomeno. A 12 anni di distanza, ritiene che questa tendenza sia andata affievolendosi? In quali fenomeni si riscontra in maniera più evidente l’esaltazione acritica degli Usa che lei definisce “americanismo”?

Sotto il profilo puramente politico, viste le catastrofiche ricadute delle iniziative belliche statunitensi in Afghanistan e in Iraq, è probabile che la tendenza a prendere per buono, o comunque accettabile pressoché a scatola chiusa, tutto quello che viene da Washington si sia attenuata. Non così sul terreno culturale e societario, dove il modello dell’american dream continua a imperversare, ed anzi ha fatto progressi, visto che buona parte di ciò che ci si ostina a chiamare sinistra, anche in ambito intellettuale, vi si è convertita. Credo di aver ampiamente definito, nel Contro l’americanismo (Laterza) da Lei citato, cosa intendo per americanismo; in sintesi, è un atteggiamento positivo-elogiativo acritico verso tutto ciò che al di là dell’Oceano Atlantico viene celebrato e apprezzato, per il semplice fatto che proviene dalla “più grande democrazia del pianeta” o dal “paese-guida del mondo libero”. Va da sé che io non condivido affatto questa postura.

Negli ultimi anni si è assistito a un considerevole incremento dell’influenza russa in Medio Oriente, visibile soprattutto in Siria. Molti osservatori, di converso, hanno sottolineato che gli Usa stiano attuando un sostanziale ritiro strategico da quella cruciale area geografica per concentrare gli sforzi sulla macroregione dell’Asia/Pacifico, conformemente alla dottrina obamiana del “pivot to Asia”. Valuta corretta questa lettura? Crede che Mosca continuerà a sostenere la posizione di Basahr al-Assad?

Credo che continuerà a farlo almeno fino a quando le varie opposizioni, “moderate” o jihadiste che siano – occorre far notare che, specialmente negli ultimi tempi, le due si sono spesso anche formalmente alleate per difendere o riconquistare porzioni contese del territorio, il che induce al dubbio circa il grado di consapevolezza dei governi e dei media europei che hanno sposato il dogma del “tutto fuorché Assad” – fanno capire che, se riuscissero a scalzare l’attuale presidente, costruirebbero un regime ostile a Mosca. È opportuno sottolineare, anche perché l’informazione schierata si guarda bene dal farlo, che l’intervento deciso da Putin nel pericoloso scacchiere siriano è venuto non solo a salvaguardare la base militare di cui la Russia dispone nel paese, ma dopo il rovesciamento illegale del governo ucraino da parte delle forze filo-occidentali, che ha neutralizzato una zona-cuscinetto che i russi ritengono cruciale. L’attuale tentativo di creare un asse Mosca-Ankara va nella direzione di creare un contrappeso geopolitico all’espansione indiretta (ma non troppo: vedi alla voce Nato) dell’influenza degli Stati Uniti. Che, è vero, sotto Obama hanno spostato la propria attenzione sul versante del Pacifico, ma se dovesse vincere Hillary Clinton potrebbero aumentare la pressione anche sul fronte euromediterraneo.

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