sabato, Maggio 15

Caos Libia, Obama attacca Francia e Inghilterra field_506ffbaa4a8d4

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Il caso libico rischia di mettere in discussioni anche i vecchi e cari rapporti ben collaudati, almeno formalmente, sul piano internazionale. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, infatti, se l’è presa con tutti gli alleati e in un’intervista ha definito un vero ‘casino’ la situazione in Libia. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, sarebbe tutta colpa di Francia e Inghilterra e non si è preoccupato di non fare nomi e cognomi. Nicolas Sarkozy e David Cameron sarebbero i primi responsabili del disastro che si sta consumando nel Paese nord africano perché spinsero con forza per il rovesciamento di Muammar Gheddafi. «Quando torno indietro e mi chiedo cosa sia accaduto di sbagliato…c’è margine di critica, perché abbiamo avuto più fiducia negli europei, data la vicinanza alla Libia, nell’investirli della gestione post-conflitto» ha detto Obama al The Atlantic. Per quanto riguarda l’intervento americano, invece, Obama non si rimprovera nulla. «Abbiamo eseguito questo piano così come atteso: abbiamo avuto un mandato Onu, abbiamo costruito una coalizione, ci è costata un miliardo di dollari, che quando si parla di operazioni militari, non è molto. Abbiamo evitato molte vittime civili, abbiamo impedito quella che sarebbe stata quasi sicuramente una guerra civile prolungata e sanguinosa. E, nonostante tutto, in Libia è il caos».

Questi commenti tanti caustici non sono piaciuti in Europa, ed è la prima volta che il presidente americano attacca apertamente il primo ministro inglese. Obama, in particolare, ha sostenuto che Cameron ha rischiato di danneggiare la relazione speciale tra Usa e Gran Bretagna, ritardando l’aumento nelle spese per la difesa per centrare l’obiettivo del 2 per cento del Pil previsto in sede Nato. Da Downing Street la reazione poteva essere ben peggiore e invece, con il noto temperamento inglese, la portavoce di Cameron ha detto che non si condividono  le valutazioni del presidente americano. «Concordiamo sul fatto che restano molte difficili sfide da affrontare in Libia. Ma come il Primo ministro ha ribadito più volte, aiutare dei civili innocenti che si facevano torturare e uccidere dal loro leader è stata la scelta giusta» ha commentato un portavoce dell’ufficio di Cameron. «Una tempesta in una tazza di tè» ha commentato, da parte sua, l’ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Christopher Meyer, su Twitter. Per Obama, però, è molto più di questo e, approfittando della scadenza del suo mandato. ha pensato di togliersi qualche sassolino dalla scarpa per ribadire che l’America è stata spesso trascinata ‘in conflitti settari, impossibili e lontani dai suoi interessi nazionali’ da free riders ‘irritanti ed esasperanti’.  Qui il riferimento è anche all’Arabia Saudita definita ‘scroccona’, perché spinge per l’intervento gli altri ma non si mette in gioco in prima persona.

Dal caos libico non ne sono usciti vivi Salvatore Failla e Fausto Piano, i due italiani della ditta Bonatti rapiti mesi fa nei pressi di Mellitah, di cui oggi si sono celebrati i funerali. Sull’accaduto è ancora mistero, perché si rincorrono versioni e smentite, e anche sull’autopsia c’erano molte perplessità che poi, purtroppo, si sono rivelate fondate. Il prelievo di parte di tessuti corporei ha reso impossibile l’identificazione dell’arma usata, la distanza e le traiettorie. «Non è stata un’autopsia quella in Libia, è stata una macelleria» ha detto l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi. «É stato fatto qualcosa che ha voluto eliminare l’unica prova oggettiva per ricostruire la dinamica dei fatti». Il penalista, che assiste i familiari di Salvatore Failla, ha tuttavia riconosciuto l’impegno dei rappresentanti italiani in Libia che si sono battuti per la verità.

Inizierà il 14 marzo a Ginevra il nuovo round di negoziati volto a porre fine al conflitto in Siria. Lo ha detto l’inviato speciale per la Siria, Staffan de Mistura che ha annunciato l’arrivo, nei prossimi giorni, delle varie delegazioni. I colloqui inizieranno lunedì e non si protrarranno oltre il 24 marzo, poi ci sarà una pausa che durerà da una settimana a dieci giorni, dopo la quale i colloqui riprenderanno di nuovo. L’emissario dell’Onu ha ribadito che i colloqui con i rappresentanti di Damasco e dell’opposizione si terranno in sale separate. «L’accento sarà posto sulla formazione di un nuovo governo, sulla stesura di una nuova Costituzione e sull’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro 18 mesi» ha spiegato ancora de Mistura, sottolineando che una transizione politica è l’unica soluzione per porre fine a cinque anni di conflitto in Siria. Per l’inviato speciale delle Nazioni Unite, però, si può ancora sperare ed è ottimista per questa nuova discussione, tanto che ha ribadito la sua idea. «Nuove elezioni  dovrebbero tenersi entro 18 mesi dall’inizio dei negoziati, cioè dal 14 marzo» ha detto. «E saranno, sia presidenziali che parlamentari, sempre sotto egida Onu». Per lunedì all’ordine del giorno ci sono tre questioni: un nuovo governo inclusivo, una nuova Costituzione e, dunque, nuove consultazioni democratiche. Si spera solo che tutto vada per il meglio e che nessuno dei protagonisti faccia saltare il tavolo. Un precedente round di negoziati organizzato a Ginevra a febbraio era stato sospeso per l’intensificazione dei raid aerei in Siria da parte della Russia, alleato di Damasco.

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