giovedì, Dicembre 9

Canzone per te, Endrigo image

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Al teatro di Rifredi di Firenze, storico teatro stabile di innovazione, è andato in scena per due sere consecutive ”L’ultimo concerto” di Sergio Endrigo, un adattamento teatrale del libro del cantautore scomparso 8 anni fa, dal titolo “Quanto mi dai se mi sparo?”.  Protagonista il versatile Nicola Pecci, che mostra qui anche  le sue doti canore. Lo spettacolo, che si è avvalso della regia di Andrea Bruno Savelli,   ha visto la partecipazione straordinaria di Claudia Endrigo,  figlia del  celebre cantautore nei panni dell’intervistatrice del padre e di cantante.  Ancora una volta, dunque, Firenze, ha reso un  omaggio intenso e commosso all’ indimenticato protagonista di quasi 40 anni della musica d’autore italiana. Per noi, oltreché un tuffo nei ricordi, neanche  lontani per la verità, l’evento ci ha fornito  un’occasione d’incontro con Claudia, la figlia 49 enne del cantautore, visibilmente soddisfatta per l’evento teatrale e l’ennesima, entusiastica risposta del pubblico. Non solo un pubblico agée, ma anche di giovani. “ Non me l’aspettavo di dover cantare, l’ho saputo poco prima….nell’attesa, in camerino, mi ero congelata i piedi….”

Un debutto come attrice il suo, nei panni della giornalista che intervista Joe Birillo, il protagonista del romanzo e della pièce, facilmente identificabile con Endrigo.  

Claudia, la gente ti ha apprezzato anche come cantante. 

Sì, certo ma …io non canto, mi occupo della memoria e delle cose di mio padre, nonché della casa e della numerosa famiglia, composta da cani gatti e pappagallo….Hanno bisogno di me, del  loro…..padrone, anche se questo termine non mi piace. Vogliono star vicini a  chi li accudisce e vive con loro.

Hai visto con quanto calore siete stati accolti e quanto affetto il pubblico nutre nei confronti di tuo padre? 

Sì, sì, ovunque è così.  Ho ancora negli occhi l’omaggio dedicato a mio padre l’estate scorsa da Simone Cristicchi nell’anfiteatro romano di Fiesole. Che emozione!  Stessa cosa davanti alla Cascata delle Marmore. Eh, Simone è come  un fratello. Era commosso quando mio padre chiese di conoscerlo perché aveva manifestato l’intenzione di  interpretare alcuni suoi brani….non sapeva cosa fare. Anche Nicola Pecci, si sente che lo ama  e lo interpreta con partecipazione.

Cristicchi  gli ha dedicato un concerto, ma anche altri grandi interpreti gli rendono omaggio

Gli artisti lo amano ancora e  lo ripropongono  nei loro album e nei concerti.  Li ringrazio tutti di cuore.

Il primo è stato Franco Battiato  che nel nell’album Fluers ( del ’99), omaggia il cantautore istriano con due suoi brani: Aria di neve e te lo leggo negli occhi. A Battiato si devono anche alcune riflessioni poste  come prefazione al libro: Contano solo le belle canzoni. E Sergio Endrigo ne ha scritte tante.  

Dopo l’omaggio del gennaio del 2006 ( Endrigo era morto il 7 settembre 2005, all’età di  72 anni), all’Auditorium di Roma, Claudio Baglioni inserì nel suo album due brani (Io che amo solo te e Canzone per te).

Morgan ha fatto una versione della sua poco nota Marianne e Fiorella Mannoia   inserì nel 2007  nel suo album la canzone  più amata dal pubblico interpretata recentemente anche  da Massimo Ranieri, Gianluca Grignani, Danilo Sacco e che ritroviamo anche in un album postumo di Giuni Russo: la già citata Io che amo solo te. Claudia mi dice di avere tatuato il titolo su un braccio.

E’ la tua preferita?

No, la mia è “Altre emozioni”,  più legata alla sua ultima fatica. E non riesco ad ascoltarla fino in fondo.  Mi sento male.

Ho tatuato  “Io che amo solo te”  perché è la mia dedica a lui. Ed è anche quella che lo identifica di più, come  “Volare” per Modugno. Recentemente Jessica Casula ne ha fatto una cover, in chiave rock. E piace ai giovani, pensa è una canzone  del ’62.

I giovani lo vanno scoprendo, perché  Endrigo canta sentimenti eterni, la vita, l’amore, le gioie, i dolori, e anche  le ingiustizie.  A proposito ricordo un grande spettacolo messo in scena al Piccolo di Milano. Lo vidi al Metatasio di Prato, erano gli anni ’70, ma tu eri piccola: L’Arca di Noè.  Indimenticabile.

C’erano le speranze per una società con più uguaglianza e libertà ed un dolce paese, il nostro, che tanto dolce non era neanche allora.   

Com’è stato il vostro rapporto, ti ha fatto partecipe dei suoi problemi, delle sue difficoltà?

Ho avuto un’infanzia bellissima, piena d’amore, poi negli anni 80-90, quelli nei quali papà ha sofferto perché le case discografiche gli hanno rifiutato ben 5  album, io presa dalle mie cose non gli sono stata vicina come avrei dovuto. Dopo l’ischemia che lo aveva colpito, mi sono riavvicinata a lui,  tant’ è che siamo andati a vivere insieme, nella stessa casa. Aveva una gran voglia di vivere, di dare tanto ancora. La mamma se n’era già andata, portata via ancor giovane da un tumore che l’ha terribilmente logorata… quanta sofferenza, sua e nostra.

Lui e Lula si erano sposati nel ’64. Hanno avuto una sola figlia. Lei.

Claudia,  ho letto in una intervista di una tua partecipazione ad un concerto tenutosi a Cuba. Lo seguivi spesso?

No, pochissimo. Ma quel concerto, che è del ’97, mi è rimasto nel cuore perché è stato l’ultimo fatto insieme e lì ho capito quanto fosse amato: appena salito sul palco c’erano migliaia di persone in piedi ad applaudirlo.

Cuba, ma anche e soprattutto il Brasile.

Mio padre ha fatto tournèe in tutto il mondo ma il Brasile  è il paese a cui è rimasto più legato e vi tornava spesso. Con i grandi protagonisti della musica brasiliana ha avuto un grande rapporto di amicizia  collaborazione e frequentazione: Vinicius, Chico…

Già, Vinicius de Moraes che gli ha dedicato un brano: Samba per Endrigo.

Lo ricordo a casa, era come uno di famiglia. Gli volevo bene, tant’è che sul mio braccio destro porto in suo ricordo un tatuaggio con una sua celebre frase: “ la vita, amico, è l’arte dell’incontro”.

Verso  i poeti e i letterati ha avuto grande amore ed ha musicato testi di Ungaretti, Pasolini, Rafael Alberti, Josè Marti, Gianni Rodari…sei stata fortunata ad avere avuto un padre così

Sì, certo ma la consapevolezza della sua immensità artistica l’ho avuta dopo la scomparsa e ciò che sto facendo per tenerne vivo il ricordo vuole essere da parte mia una sorta di risarcimento…mi ha lasciato   tanto, il valore dell’umiltà, la voglia di vivere, la curiosità  per il mondo, per la gente e le diverse culture…

Eppure, c’è chi lo  definì allora un cantante triste…

Taluni non l’hanno capito  e continuano a  definirlo malamente   ancora oggi:  lo vedo dai loro commenti.  Invece, nonostante avesse sofferto di depressione,  mio padre amava la vita, la cucina, gli amici, gli animali, il mare, l’allegria …

Aveva una faccia malinconica ma bellissima, ed ha scritto anche canzoni allegre, come Viva Maddalena e poi, diceva ” si canta l’amore infelice”

Certo, come i grandi poeti.

Perché, ecco una sua frase che mi è rimasta impressa: bisogna vivere d’amore e non morire d’amore.

Bellissima questa, me la scrivo. C’è tutto lui dentro.

Sì, me la tengo stretta al cuore.

Sergio Endrigo è un artista che nel corso della sua lunga carriera ci ha dato tanto: 250 canzoni, alcune delle quali hanno raggiunto l’apice del successo (ha vinto il Festival di Sanremo nel 1968 con Canzone per te, secondo l’anno successivo con Lontano dagli occhi, terzo nel ’70 con L’Arca di Noè) alcune interpretazioni cinematografiche e colonne sonore. Tra queste,  c’è quel brano, Nelle mie notti, che porta la firma di Sergio Endrigo, di suo cognato Riccardo del Turco e di un altro  fiorentino, Paolo Margheri, che è stato al centro di un lungo confronto giudiziario con il compositore Luis Bacalov, accusato di plagio, conclusosi nel settembre scorso. Quel  brano nella versione bacaloviana, ha vinto l’Oscar, l’unico Oscar del film Il postino, del regista Michael Radford, interpreti Philippe Noiret , Maria Grazia CucinottaMassimo Troisi,  che morì 12 ore dopo l’ultimo ciack. Il film è del 1994. 

Claudia, come stanno esattamente le cose riguardo a quell’accordo e all’Oscar?:   

Alcuni giornali hanno scritto che abbiamo vinto l’Oscar. Non è così. La vicenda si è conclusa dopo 18 anni, con una transazione, che siamo stati costretti ad accettare  -Riccardo, Paolo ed io- perché non più fiduciosi della giustizia. In Italia evidentemente il plagio non esiste. Tale reato, in America, sarebbe stato riconosciuto in brevissimo tempo. L’Oscar non è stato condiviso. Sarei felicissima di poterlo dire…ma non è così.

Beh, diciamo un Oscar morale, virtuale. Bacalov ha riconosciuto il contributo al brano dei tre  (unici) firmatari della canzone originale. Torniamo allo spettacolo. Che è andato in scena  in un teatro che appartiene alla storia contemporanea della città, sorto in un quartiere operaio  che fino agli anni ’70  ruotava attorno alle Officine Galileo, poi trasferite a Campi Bisenzio. Un teatro frequentatissimo, che da anni porta avanti una originale e propria programmazione  e le cui scene sono state calcate anche lo scorso anno, da Serra Wilmar  in Hotel Bosforo,  l’attrice turca protagonista di vari film di Ferzan Oztpek e, ultimamente,  da Carlo Monni, a cui è legato il ricordo di Roberto Benigni.

In una scena scarna, solo uno specchio, una sedia un cappello e bottiglie di birra sparse per terra, caratterizzata solo dal gioco di luci, Nicola Pecci ha dato vita al dramma professionale ed esistenziale del protagonista: ovvero di un uomo in crisi che decide di  uscire di scena con un coup de theatre  che è anche un colpo di pistola contro se stesso.  Una morte   programmata, davanti al pubblico, uno show che dovrebbe fruttare nelle sue intenzioni rumore e  soldi. Ma la plateale morte è solo finzione scenica. In realtà questo romanzo,  scritto nel ’95 e che non ebbe allora adeguata diffusione (è stato ristampato nel 2004 da Stampa alternativa) è  un pretesto per descrivere una società profondamente mutata nei suoi valori di fondo, e un sistema – quello dell’industria discografica – che insegue le mode solo per il business e brucia tutto velocemente: «oggi tutto si mangia e si digerisce in fretta. Noi siamo il fast food della musica, signori miei», dice il Direttore Generale della casa discografica  alla liturgica riunione  del lunedì mattina con gli esperti. E,  avverte l’autore, i personaggi di questa storia sono reali, salvo quelli che rifiutano o hanno dimenticato di esserlo. Una storia attuale, come potrebbe essere scritta oggi, narrata con ironia, rabbia, consapevolezza del tempo che viviamo. Il libro  tocca anche aspetti esistenziali, mostrando le profonde inquietudini del protagonista. Pagine intense, leggere e graffianti che il lavoro teatrale, articolato su alcuni dei più amati brani dell’autore, ci restituisce.

“Mi è piaciuta la riduzione del libro che ne ha fatta Andrea, ha colto i punti essenziali, lo sfogo, la rabbia del protagonista  messo da parte dal sistema discografico all’età di 50 anni”.

Claudia, oltre ad intervistare sulla scena il protagonista, nel finale duetta con lo stesso interpretando uno dei brani più amati del celebre cantautore: “Canzone per te”. Le chiedo se  avrà un seguito.

Non lo so, è tutto da vedere, anche se alcune richieste ci  sono…

Speriamo  che  i progetti di Claudia e di quanti hanno a cuore questo indimenticabile artista possano svilupparsi. Perché Endrigo è ancora con noi.

Con questo auspicio ci accomiatiamo. E Claudia se ne  torna a Roma, dove l’attendono i suoi  “amici “  animali, tra cui Paco,  il celebre  pappagallo” tutto verde e l’occhio giallo”, cantato da Endrigo. E’ arrivato alla bella età di 46 anni. Ciao anche a te, Paco.   

 

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