sabato, novembre 17

Cantone, Gratteri: imparate a tacere Ne va della credibilità del sistema: un pubblico funzionario, in servizio effettivo, non deve parlare in nessun caso di cose diverse da quelle per le quali è ‘ufficialmente’ abilitato a farlo

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Oggi il Senato voterà la fiducia sul decreto sicurezza, noi ne abbiamo ampiamente discusso (così come della lotta Salvini-Di Maio e della prescrizione), per il momento, mi taccio. Esercito, cioè, quella funzione  -per quanto da condizioni diverse- in merito alla quale voglio rivolgere un invito motivato ai pubblici funzionari -tutti-, partendo da Raffaele Cantone e Nicola Gratteri.

La questione è quella relativa al fatto che un pubblico funzionario, in servizio effettivo, non, ripeto, non deve parlare in nessun caso di cose diverse da quelle per le quali èufficialmenteabilitato a farlo. Indipendentemente dal fatto che dica cose giuste o meno, ma specialmente e a maggior ragione, se si avventura in cose discutibili e fuori dalle sue competenze tecniche. Poi, è questione di ‘misura’, ognuno è libero, secondo la Costituzione, di dire ciò che vuole quando vuole e come vuole: ‘misura’ appunto, che richiede sensibilità estrema e senso del dovere. Cose non proprio frequentissime e sentitissime nel nostro Paese. Ma io suggerisco sempre una regoletta facile e infallibile: nel dubbio, taci … certo, se non hai il dubbio! E qui, il discorso si complica, ma sorvoliamo.

Solo per dire che, per l’ennesima volta vedo che il solito (perché non è la prima volta e non sarà l’ultima) Raffaele Cantone non manca di distillare gocce del suo sapere e delle sue riflessioni sull’universo mondo. Gocce, per carità, interessanti e sapide, ma delle quali potrebbe fare vantaggiosamente tesoro, per poi devolverle tutte, a mo’ di cascata, una volta lasciato il suo incarico, per scrivere il rituale libro; stavolta a lavoro concluso, e sarebbe già una piacevole novità anche se meno produttiva dal punto di vista editoriale rispetto ai tanti che scrivono, o fanno scrivere, ‘in corso d’opera’.
Non diversamente, del resto, da altri suoi colleghi, come, di recente, dal giudice Nicola Gratteri, ottimo pubblico ministero anti-ndrangheta, non alieno dalle interviste e comparsate varie, talvolta, come l’ultima in cui lo ho visto qualche giorno addietro, casualmente utili a renderci nota la pubblicazione del (quasi) suo ultimo libro, indovinate un po’, sulla ndrangheta, pur essendo ancora in servizio permanente ed effettivo … come giudice, beninteso.

A mio modesto parere, ovviamente con le debite eccezioni (e quella di Gratteri potrebbe verosimilmente essere una), un magistrato deve fare il magistrato, sempre e in tutte le funzioni, cambiandole, anzi, spesso, per un motivo tanto semplice quanto decisivo, secondo me, ma anche secondo Costituzione e codici. Il nostro sistema giudiziario, sul quale molto malamente è stato inserito il processo penale ‘alla americana’, prevede che tutte le funzioni giudiziarie siano rivestite da magistrati, diciamo così, ‘omniscienti’: grazie a dio finora le proposte di separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti non sono state portate avanti … ma io non mi sentirei poi tanto al sicuro. Il Magistrato è magistrato e basta: poi può esserlo nel diritto civile, o in quello penale (per la verità, a mio parere, anche amministrativo, ma lasciamo correre) e in entrambi può fare il giudice giudicante o il pubblico ministero. Quando dico può, intendo “può e deve”, l’ideale sarebbe, come era in passato, che il giudice cambi spesso ruolo. Ciò per un motivo tanto semplice quanto importante. Il nostro sistema vuole (ma è così anche in quello francese, ad esempio) che sia sempre e comunque un magistrato quello che si occupa di giustizia, cioè che sia sempre uno che agisceal di sopra delle parti’, nell’interesse della giustizia e non dell’imputato o della parte, ma nemmeno dello Stato. Il pubblico ministero, cioè, non dovrebbe essere maiparte’, ma sempre giudice anche quando indaga ‘contro’ un delinquente. Non è una fissazione, è una garanzia per i cittadini, per tutti i cittadini. Il povero, l’inesperto, sanno, o dovrebbero sapere, che il PM è sempre un giudice, per cui anche se l’avvocato non lo difende bene (o addirittura non c’è) ci pensa, anzi deve pensarci, il magistrato inquirente a cercare e trovare le prove della sua innocenza, non solo della sua colpevolezza. Ciò, in qualche maniera, compensa la sostanziale ingiustizia derivante dal processo penale vigente, che garantisce a chi ha soldi, molti soldi, di avere una difesa efficiente, nel senso di una difesa in grado di andarsi a cercare e trovare le prove della propria innocenza. Il caso Cucchi, di questi giorni, dovrebbe essere fonte di una riflessione attenta e serena, ma profonda, sul modo in cui si ‘rende giustizia’ in questo Paese: sarebbe una occasione unica, perché mai come in questo caso è l’intero sistema che ha mostrato crepe e disfunzioni, disfunzioni che potrebbero essere corrette, senza sfracelli e accuse, ma con attenta riflessione e migliore organizzazione.

Bene, tutto ciò non c’entra molto col tema con cui ho iniziato, salvo per il fatto che il giudice Gratteri, ottimo e importante giudice sia pure PM a vita, parlando di tante cose, ha ‘buttato lì un commento sprezzante sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a proposito del caso Provenzano. Al di là del modo sprezzante, che si poteva risparmiare nei confronti di ‘colleghi’, sia pure in parte stranieri (che non vuol dire per definizione imbecilli), mi ha colpito che abbia ripetuto quasi le medesime parole del nostro Robespierre nazionale, circa il fatto, cioè, che quei giudici non ‘avrebbero capito niente’. Due, sono i motivi di critica.
Primo, chi dice così o non ha letto o non ha letto bene la sentenza, che, infatti, dice esattamente il contrario di ciò che le viene attribuito. Cioè, conferma la piena legittimità del cosiddetto ‘carcere duro’, e si limita a dire che, nel caso specifico degli ultimi mesi di vita di Provenzano, quel sistema era di per sé incivile, perché, per esplicita e chiara dichiarazione delle autorità italiane, Provenzano non era più in grado di intendere e di volere. Si può certamente non condividere quest’ultimo aspetto del discorso (ma bisogna dimostrarlo), ma non il fatto che quel comportamento sia stato poco rispettoso dei diritti dell’uomo, nella misura in cui ogni essere umano ha diritto ad un trattamento da essere umano, come ha affermato la sentenza.
Il secondo motivo, attiene invece al discorso qui in atto: che titolo ha il dottor Gratteri a parlare (e a parlare male) di una sentenza che non lo riguarda nella sua attività? Quel discorso è, al massimo, un discorso di politica giudiziaria, che non gli compete e che, unitamente ad altre sue affermazioni in tema di cooperazione giudiziaria internazionale, lascia intendere una sua simpatia per le idee, diciamo così, sovraniste. Liberissimo di averle, liberissimo di sostenerle, ma non da magistrato in servizio. Chiaro? Che un giudizio analogo sia stato espresso dal signor Luigi Di Maio, non cambia nulla, anzi. Il signor Di Maio è un politicante ed esprime giudizi politici: sbagliati o meno, sono discutibili e grossolani, un politico dovrebbe evitarli, ma appunto lui non è un giudice, e quindi alla fine sono giudizi perfino legittimi. Quelli di Gratteri, giudice in carica, a mio parere, no.

E veniamo all’inizio. Tra le molte cose che dice Cantone, ce ne sono due che mi colpiscono assai. La prima quando afferma la sua opinione sul condono fiscale. Sono il primo ad esser contrarissimo a questo assurdo condono, ma Cantone fa un altro mestiere, e ora deve tacere rigorosamente sulla politica e sulle sue scelte. La seconda, quando esprime il suo giudizio critico sulle proposte di abolizione della prescrizione. Di nuovo, non gli compete, di nuovo io sono d’accordissimo e lo ho scritto, ma io sono un ex modesto professore universitario (se preferisce il signor Cantone, sono un professore universitario usato) e lui è il Presidente dell’organismo indipendente anti-corruzione e deve fare solo il suo mestiere: impedire la corruzione, non l’evasione fiscale. È ‘indipendente’ non al di sopra della legge.

Lo so, è questo un discorso complicato e impopolare. Perché uno non dovrebbe parlare liberamente? Ma il tema, al solito, è quello delle garanzie e quello del rispetto dei poteri dello Stato. Dove, nell’esercizio delle proprie funzioni, ognuno deve fare il proprio mestiere, senza che si corra il rischio che una frase (magari innocentissima) possa essere interpretata come una minaccia, un pregiudizio, una valutazione a futura memoria o altro. O, addirittura (escludo senz’altro che un dubbio simile possa essere applicato ad entrambi i qui criticati) un modo per predisporsi vantaggiosamente ad un futuro … purchessia.
Lo so, ciò è molto impopolare e fuori dalla sciatteria ormai abituale del nostro Paese, e in particolare del nostro ceto dirigente politico e, purtroppo, non solo. Ma ogni tanto, riaffermare, in termini di testimonianza, le regole della nostra società può perfino essere utile.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.