venerdì, Settembre 17

Canale Panama formalizzato l'accordo field_506ffb1d3dbe2

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Panama Canale

Il consorzio composto dalla spagnola Sacyr, l’italiana Salini Impregilo e la belga Jan de Nul, ha firmato questa notte, con l’Autorità del Canale di Panama, l’accordo che permette il proseguimento e il completamento dei lavori del nuovo canale. Per oggi è prevista la firma di Zurich, anch’essa parte dell’intesa.

L’accordo, che sancisce gli elementi del negoziato avviato all’inizio dell’anno, stabilisce il cofinanziamento dei lavori, che il consorzio ha sempre rimarcato come il modo migliore per portare a compimento il progetto nel minor tempo e nella maniera più efficiente possibili. I principali termini dell’intesa -sintetizza una nota del consorzio dove è presente Salini Impregilo-, riguardano il calendario dei lavori, lo schema dei finanziamenti e dei rimborsi e la consegna delle paratoie. In particolare, l’Autorità del Canale (Acp) e consorzio (Gupc) si impegnano ad apportare 100 milioni di dollari ciascuno per permettere di raggiungere il ritmo normale dei lavori. La moratoria sul rimborso dei pagamenti anticipati da Acp potrà essere estesa fino al 2018, a condizione che vengano soddisfatte alcune tappe del progetto. Il previsto performance bond di 400 milioni di dollari potrà essere liberato da Zurich allo scopo di ottenere un ulteriore finanziamento per completare il lavoro. Le restanti 12 Chiuse, in fase di allestimento in Italia, dovranno arrivare a Panama entro il dicembre 2014, con trasporti e consegne progressive. I reclami relativi ai costi imprevisti verranno risolti nell’ambito del meccanismi di arbitraggio previsti dal contratto. L’accordo fissa, inoltre, il termine del dicembre 2015 per completare i lavori, che oggi hanno raggiunto un avanzamento del 70 per cento.

La firma dell’accordo mette fine a mesi di grave incertezza per il futuro del Canale, per più di due settimane i lavori di ammodernamento della struttura erano stati sospesi per una ‘querelle’ tra l’Autorità del Canale (ACP) e il consorzio di costruttori riunito sotto il nome di Grupo Unidos por el Canal.

Il problema, come avevamo spiegato a suo tempo, era legato all’emergere di nuovi costi aggiuntivi, per un totale di 1,6 miliardi di dollari, una cifra notevole, che né il consorzio, né l’Autorità erano disposti ad accollarsi. Per due mesi dunque, la vicenda si è trascinata, con la prospettiva di dover ricorrere ai tribunali internazionali, e il cantiere rimasto inattivo. Dopo alcune fasi concitate, il 20 febbraio il tutto ha ripreso a funzionare, segnale di una distensione che preludeva a un accordo imminente, arrivato finalmente il 28 febbraio dopo un’ulteriore settimana di faticose negoziazioni. Questa notte tale accordo, dunque, è stato ufficializzato.

L’accordo raggiunto, consiste in una dettagliata pianificazione a livello finanziario per concludere i lavori entro dicembre del 2015. Il nodo dei costi extra è stato risolto con il contributo di 100 milioni di dollari sia da parte di ACP che del Consorzio, mentre il fondo assicurativo svizzero Zurich erogherà un prestito di altri 400 milioni, garantita dal gruppo assicurativo spagnolo CESCE. Un cofinanziamento, insomma.

Il CESCE è controllato dal Governo spagnolo e il suo intervento non è casuale. Appena insorti i primi litigi, si è dato molto da fare per evitare problemi a Sacyr, un’azienda su cui la Spagna punta per il rilancio economico post-crisi. Il colosso dell’edilizia aveva già subito grosse perdite con lo scoppio della bolla immobiliare nel 2008, e aveva anche sfiorato la bancarotta, rischio evitato con la cessione di parte di una quota di Repsol comprata pochi anni prima. La visita del Ministro spagnolo dei trasporti Ana Pastor nel mezzo della crisi testimonia l’importanza che l’attività (o inattività) dell’impresa edile rappresenta per il Governo iberico. Lo stesso dicasi per l’Italia, anche se in misura minore e per interposta persona, con il recente intervento del vicecommissario dell’UE Antonio Tajani per l’Europa.

Lo stesso Ministro Pastor, unita a Madrid con il suo pari grado panamense per gli affari esteri Francisco Álvarez De Soto, si è appena complimentata (6 marzo)per la risoluzione dell’arbitrato, appena prima che il secondo facesse ritorno in patria ex abrupto a causa della rottura dei rapporti diplomatici con Panama voluta da Nicolas Maduro.

In realtà, di fronte allo spauracchio delle stratosferiche perdite che una rottura definitiva avrebbe causato a entrambi, era naturale che si facesse ogni sforzo possibile per riprendere i lavori. Il piccolo Stato dell’istmo ha scommesso tutto sul rinnovo del Canale, il cui ampliamento avrebbe un effetto dirompente sulla sua crescita economica, specialmente se visto in rapporto alla sua esigua (3 milioni) popolazione. Il Governo di Ricardo Martinelli ha fatto la voce dura all’inizio della crisi con il Consorzio, ma le elezioni Presidenziali si avvicinano, e un intoppo, anche se costoso, val bene una rielezione.

Le pressione da ogni parte del Mondo, del resto, deve essere stata notevole. Non solo la banca Europea per gli Investimenti (BEI) e la Banca Mondiale, ma anche il governo degli Stati Uniti ha interesse alla conclusione del progetto nel minor tempo possibile, nonostante avesse fallito, in sede di appalto, nel tentativo di dare un “aiutino” alla statunitense Bechtel, come riportano alcuni rapporti usciti su Wikileaks. Oltre a un interesse geopolitico di vecchia data (sono stati proprio gli USA a volere il Canale nel lontano 1901) che li vede come maggiore potenza regionale interessata, nei principali porti USA si stanno già approntando le navi di nuova generazione che potranno usufruire del nuovo passaggio, un beneficio commerciale che non si vuole ritardare più del necessario.

L’intesa tra ACP e GUPC non è ancora stata firmata, ma prevede che il Progetto venga completato entro il dicembre del 2015, e assegna un ruolo particolare al trasporto e la consegna delle enormi chiuse di più trenta metri di altezza fabbricate in Italia. Un altro buon motivo che spinge panamensi e investitori ad affrettare i tempi, sono le ambizioni di controllare una fetta importante dei commerci navali che passano per l’istmo centroamericano da parte del Nicaragua sandinista, spalleggiato dai propri alleati, Cina e Russia. Anche lì si lavora alacremente per iniziare a costruire un passaggio alternativo tra i due oceani. I sogni nicaraguensi di competere con Panama si stanno però scontrando con la dura realtà rappresentata dai costi, non solo economici, che la creazione di un canale transoceanico sul modello di quello panamense inevitabilmente comporta.

Uno tra i tanti ostacoli che si frappongono tra il disegno ‘sviluppista’ di Daniel Ortega e le ambizioni economiche della cinese HKND, che si è aggiudicata una concessione cinquantennale per la costruzione del Gran Canale del Nicaragua, è la durissima opposizione degli ambientalisti. Un fattore che all’inizio del ventesimo secolo, quando si lavorava a Panama, non era nella lista dei contrattempi, naturalmente. È in effetti interessante notare qualche parallelismo tra i processi che hanno portato alle due costruzioni, Panama allora e Nicaragua oggi, cento anni dopo. All’epoca erano gli USA a disporre dell’hard power necessario a imporre alla Grande Colombia (di cui Panama faceva parte) il progetto. Oggi è il soft power economico cinese a sedurre il Nicaragua. Ne riparleremo.

Tornando alla questione ambientale, il Presidente della Accademia Nazionale delle Scienze, Jorge Huete-Pèrez, ha recentemente chiesto l’intervento della comunità internazionale per evitare il disastroso impatto che, secondo i suoi studi, la realizzazione dell’opera avrà sull’ecologia non solo nicaraguense, ma di tutto l’ecosistema centromericano. Ancora prima, un gruppo di difensori dei diritti umani, partiti che si oppongono al sandinismo e industriali hanno deciso di ricorrere addirittura alla Corte interamericana dei diritti umani, dopo aver visto fallire ogni via di ricorso interno. Anche qui, come a Panama nel secolo scorso, è forte l’opposizione che fa leva sul sentimento nazionale e sulla sovranità territoriale.

Distinguere i motivi che spingono gli ambientalisti e i politici dell’opposizione è perciò doveroso. Ai secondi preoccupa molto di più l’enorme consenso che potrebbe derivare al sandinismo nel caso la mastodontica opera di ingegneria riesca nel suo intento, quello di trasformare uno Stato arretrato in una nuova Panama socialista, controllata dai cinesi, con tutti i benefici che l’ALBA e il fronte ideologico anti-USA ne deriverebbero. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali, Colombia in primis, faranno certamente leva anche sul tema ambientale per ostacolare il progetto, malgrado le lusinghe cinesi, che hanno aperto a un investimento congiunto, ben sapendo di avere comunque poco da perdere e molto da guadagnare dalla penetrazione economica in Centroamerica.

 

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