martedì, Ottobre 19

Camera con vista trent’anni dopo Il regista James Ivory racconta il suo amore per Firenze e per la letteratura: “Oggi vedo molti turisti ma la città regge bene”

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Anche Julian Sands  si dice innamorato di Firenze e dell’Italia, dove è tornato varie volte, anche per lavoro. “l film è un meraviglioso tributo alla città,  ricordo la collaborazione con la gente e con la troupe, fu una grande esperienza  per un giovane poco più che ventenne come me, lavorare con un Maestro come Ivory, amante dell’amore, della verità e della libertà. E’ una grande emozione tornare qui in questa occasione. Con la vostra storia ho una certa dimestichezza non solo per averla studiata, ma anche interpretata, come recentemente quando ho vestito i panni di Piero de’ Medici nella fiction tv. Ma le scene non le abbiamo girate qui, bensì a  Mantova, forse più somigliante alla Firenze di allora. Senza turisti”.

Stessa emozione esprime anche la Carter, la quale ricorda come per quel ruolo la produzione l’avesse già prescelta senza che lei lo sapesse e ne attesero il ritorno a Londra essendo impegnata altrove. Il regista aveva infatti in mente un volto come il suo. Dunque, quel film e Firenze le hanno cambiato la vita. Ivory ha detto una cosa importante: nel libro  e nel film i personaggi  sono solo inglesi. Non è un caso. Non solo ai primi del Novecento era abitudine dei cittadini della Gran Bretagna  recarsi in vacanza a Firenze ed in Toscana o addirittura tornarci a vivere. Per anni hanno rappresentato la comunità straniera più nutrita se, già nel 1737, sir Horace Mann, segretario d’ambasciata per l’Inghilterra a Firenze, così scriveva : Troppi sono gli inglesi, saranno la mia rovina se dovrò invitarli tutti quanti a cena! Tali inviti allora erano un obbligo di rappresentanza. Erano gli ultimi giorni del declino dei Medici, dopo sarebbero   arrivati i Lorena.

Ma il legame di Firenze con Inghilterra non si è mai spezzato.  Nel corso del tempo, migliaia di inglesi   avevano invaso i palazzi, le case borghesi, perfino certi tuguri Diladdarno. Firenze per loro  era diventata una seconda patria, un luogo dove si respirava un clima beato. Non tutti erano facoltosi, c’erano anche giovani artisti venuti qui a studiare arte o a cercare fama nel mondo delle arti e delle lettere. A loro si accodarono gli altri : francesi, olandesi, austriaci, russi, polacchi, americani, dal giovane Mozart, a Liszt  e Čajkovskij  da Stendhal al poeta Walter Savage Landor, da Dickens all’americana  Jessie White Mario, ovvero Miss Uragano, fervente garibaldina che aveva combattuto a fianco di Garibaldi  in Sicilia e a Mentana. Anche lei sepolta nel cimitero degli Inglesi di Firenze. Si, perché  la comunità inglese è stata per secoli la più folta e radicata.

Impossibile render conto della presenza degli stranieri  in una città cosmopolita come Firenze:  basti qui ricordare soltanto alcune delle figure più simboliche e rappresentative di quella comunità inglese: come la poetessa Elisabeth Barret Browning, donna dolcissima che qui visse e morì nel 1861,  ed il marito anch’egli poeta famoso, Robert Browning, o il ricco  collezionista  ed imprenditore  anglo italiano Fredrick Stibbert,  che ha fondato il museo che porta il suo nome, così come Horace Horne, altro grande collezionista che ha lasciato alla città un altro importante museo.  Gli inglesi portarono anche il loro stile, con i loro negozi e caffetterie. Florence est une Ville toute anglaise  scrivevano  a metà Ottocento,  i fratelli Goncourt a sul loro Journal.

E come dimenticare il grande regista Gordon Craig che qui a Firenze diresse Eleonora Duse  e qui soggiornò a lungo, fondando una scuola di recitazione ed un foglio che si occupava di teatro: The Mask. L’ultimo grande è stato lo scrittore, storico e  collezionista d’arte Sir Harold Acton, nato a Firenze nel 1904 e qui scomparso nel ’94, il quale già si lamentava, sia pure ironicamente,   della chiusura di quei luoghi e negozi che  ci ricordavano la presenza  del mondo Old England,  quel mondo che cominciò a diradarsi con la prima guerra mondiale e poi,  con l’avvento di Mussolini  al potere e con e la sua avversione nei confronti della perfida Albione”, abbandonò, anche se non del tutto, l’amata città.

Poi, nel dopoguerra Firenze tornò ad essere quella città del mondo, che anche gli inglesi avevano contribuito a  far conoscere come tale. Il ciclo di film dedicato al più inglese dei registi americani (oltre a Camera con vista, a Casa Howard e a Quel che resta del giorno, sono stati proiettati anche Mr & Mrs Bridge, Calore e polvere, The Goldeen Bowl, Maurice, La contessa bianca e Quella sera dorata) , ci ha aiutato ma capire gli umori i comportamenti e le atmosfere di quella importante colonia inglese nella Firenze dei primi del Novecento e  ad apprezzare la filmografia di colui che è riuscito a stringere  un fecondo legame con la letteratura.  La lodevole Rassegna  è frutto della collaborazione di Comune e Regione unitamente alla new York University, al Cinema Odeon e La Compagnia e al The British Insitute of Florence.

 

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