venerdì, Maggio 7

Cambiare i termini dell'impegno col Pakistan Cancellati gli incontri tra i due Ministri degli Esteri

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Modi indiaModi india

La cancellazione dei colloqui previsti – al livello del ministeri degli Esteri e tra India e Pakistan – che segue l’incontro tra il delegato pakistano in India e i leader separatisti della valle del Kashmir, ha prevedibilmente suscitato aspre reazioni, più in India che in Pakistan. Può darsi che i commentatori pakistani, impegnati a seguire le minacce al futuro della democrazia nel loro Paese portate da Imran Khan, ex giocatore di cricket e ora uomo politico nonché leader religioso, siano sostenute dall’esercito pakistano, e sia rimasto poco tempo per riflettere sulle decisioni del nuovo governo indiano. Ma in India stessa, se vi capita di leggere gli scrittori opinion leader e di guardare le notizie al tg, la netta percezione è che il primo ministro Narendra Modi si sia macchiato di blasfemia.

A mio parere il governo Modi ha fatto bene a interrompere i colloqui, perché è arrivato un momento in cui l’India ha bisogno di un cambiamento, nei termini del suo impegno con il Pakistan. Cerchiamo di osservare spassionatamente la sequenza degli eventi. Dal 1990, i due paesi mostrano una certa tendenza a quello che si può definire “un dialogo composito”, che si concentra su otto temi: pace e problemi di sicurezza, comprese le misure a sostegno della fiducia (CBM); Jammu e Kashmir; Siachen; Sir Creek; Progetto di Navigazione Tulbul / Wullar Barrage; terrorismo e traffico di stupefacenti; cooperazione economica e commerciale; promozione di scambi amichevoli in vari campi. Ma i colloqui sono stati sospesi periodicamente, ogni volta cioè che ci sono stati attacchi terroristici sul territorio indiano, presumibilmente lanciati con la complicità del Pakistan, per non parlare del divampare della guerra che nel 1999 ha coinvolto le forze armate nel Kargil. Nel 2004, il processo, che si è mantenuto in fase di stallo dopo gli attacchi al Parlamento indiano, è ripreso dopo che il Pakistan ha assunto l’impegno che il suo territorio non sarebbe stato utilizzato per addestrare i terroristi ad attacchi rivolti contro l’India. Poi sono arrivati gli attacchi di Mumbai, nel novembre 2008, e i negoziati tra India e Pakistan si sono di nuovo arrestati. Sono ripresi nel mese di luglio del 2011, ma il 13 luglio dello stesso anno, ecco ancora gli attacchi di Mumbai. Questa volta, l’India ha deciso di non disturbare i colloqui già programmati con il Pakistan. Il ministro degli Esteri indiano S. M. Krishna poi ha incontrato il suo omologo pakistano Hina Rabbani Khar a Nuova Delhi, il 27 luglio.

Questo incontro implicava due cose, che sarebbero diventate importanti caratteristiche della politica dell’India nei confronti del Pakistan sotto il regime di Manmohan Singh. Una, in contrasto con la prassi seguita in passato, è stata che l’India ha depennato il terrorismo dai colloqui con il Pakistan. La seconda, come suggerisce “la dichiarazione congiunta” dei colloqui Krishna-Khar, vedeva l’India d’accordo con il Pakistan sul fatto che, anche se i due Paesi restavano impegnati a discutere tutte le questioni del dialogo composito, avrebbero dato priorità al Kashmir. Perché, mentre sulle altre otto questioni non si è approdato a nulla, nell’ambito del dialogo composito, una dettagliata road map è stata concordata, nell’incontro tra i due ministri degli Esteri, su come avvicinare le popolazioni del Kashmir nei territori rispettivamente controllati da India e Pakistan tramite commerci e viaggi. Ma non è tutto. Il Ministro degli Esteri pakistano non ha solo notato che nella questione del Kashmir c’era un avanzamento; ha anche segnato un punto a proprio favore incontrando a viso aperto i massimi leader separatisti del Kashmir, a Delhi. Dubito che il Pakistan potrà mai autorizzare una visita del ministro degli Esteri indiano per incontrare gli scontenti dirigenti del Pakistan-Kashmir occupato (POK) a Islamabad.

Che cosa ha generato tutto questo? Una forte percezione, tuttora condivisa dagli analisti strategici dell’India, quella che “il Kashmir è un territorio conteso”, con “i leader separatisti kashmiri che sono un partito importante (nella citata controversia)”. Annullando i colloqui fissati al livello dei segretari agli esteri, il governo Modi ha fatto la cosa più sensata, dicendo al mondo esterno che le percezioni nate durante il regime di Manmohan sono idee sbagliate. Per l’India, Jammu e Kashmir non sono un territorio controverso, ma parte integrante dell’India stessa, come evidenziato nelle costituzioni del Paese e dello Stato (provincia). Se l’India sta parlando al Pakistan, è soprattutto per determinare come sia possibile confrontarsi con le persone e i partiti politici degli stati di Jammu e Kashmir, che ricadono sotto il controllo del Pakistan. In secondo luogo, i leader separatisti del Kashmir non hanno alcun ruolo, in questi colloqui tra India e Pakistan. Se sono scontenti, quindi, condividono il diritto degli altri cittadini indiani i parlare con il loro governo, per risolvere il loro scontento. Semplicemente non hanno il diritto di andare nel Pakistan e dettare le regole e i contenuti di un dialogo con l’India. E questo significa che il Pakistan non ha il diritto di coinvolgere i separatisti kashmiri, direttamente o meno, nei colloqui con l’India.

In altre parole, Modi ha cambiato solo i termini dell’ impegno con il Pakistan, e risolto le pratiche suicide che erano iniziate nell’ambito del precedente governo guidato dal Congresso. Chi in India ha sofferto per via della ‘sindrome suicida’ nel Kashmir, o il mondo esterno, dovrebbe sapere che i separatisti del Kashmir non sono interessati all’autonomia o alla liberazione (“azadi”) in quanto tale. Il loro unico motto è “islamizzare” la valle, radicando un Islam wahabita in una terra che è ben conosciuta per la sua tolleranza e la capacità di convivenza religiosa (il grande Kashmiriyat). Vogliono dividerla con l’India perché l’India non è islamica, ma infine questa è una logica molto pericolosa.

Quando l’India fu divisa nel 1947, i dati demografici erano di circa 330, 27 e 30 milioni di persone in India, Pakistan occidentale, e Bangladesh (allora Pakistan orientale), rispettivamente. In termini di superficie, India, Pakistan, e Bangladesh contavano circa 1,3, 0,3 e 0,06 milioni di chilometri quadrati, rispettivamente. Le percentuali di popolazione erano 85%, 15% e quelle del territorio del 75% e del 25% rispettivamente per l’India e per il Pakistan unito (Pakistan occidentale e orientale), rispettivamente. Ma poi, il Pakistan unito è stato considerato destinato a “tutti” i musulmani del subcontinente, come Israele per tutti gli ebrei del mondo. Se tutti i musulmani dell’India del pre-agosto 1947 avessero deciso di trasferirsi nel poi unito Pakistan, i governanti pakistani non avrebbero potuto dire né fare nulla per evitarlo. Ma questo non è accaduto. Ogni indiano dovrebbe essere orgoglioso del fatto che, a causa dell’etica pluralista e laica del paese, la maggioranza dei musulmani ha preferito rimanere in India. E poiché è esattamente questo il caso, allora il Pakistan ha un molto meglio, ma estremamente ingiusto affare terra durante la partizione rispetto all’India.

Ora, quando si tratta dello status del Kashmir, si riapre proprio la questione della divisione. Perché se i separatisti del Kashmir e i loro sostenitori liberali sostengono che gli induisti, i buddisti e i musulmani non possono coesistere nello Jammu e nel Kashmir e, di conseguenza, i musulmani devono andare nel Pakistan o formare un paese indipendente, dovrebbero anche convincere i loro fratelli musulmani nel resto dell’India che hanno fatto male a restare nel paese e che tutti dovrebbero ora migrare verso il Pakistan o il  Bangladesh, oppure che questi due paesi dovrebbero tornare all’India. I separatisti del Kashmir e del Pakistan, per non parlare dei loro sostenitori “liberali” dell’India sono pronti per una simile eventualità?

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli 

 

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