venerdì, Maggio 14

Calderoli ‘razzista riluttante’ Calderoli

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Il Senato concede l’autorizzazione a procedere contro Roberto Calderoli per diffamazione (ma non per odio razziale, salvandolo, di fatto, dal processo)) nei confronti dell’ex ministro Cecile Kyenge: l’aveva paragonata ad un orango. Lui risponde annunciando il ritiro dei 500mila emendamenti della Lega alla riforma costituzionale (tranne 10) allo scopo, dice, di riportare la discussione del ddl Boschi in commissione Affari Costituzionali dove il Giglio Magico «non ha i numeri». Ma per il M5S quello in corso tra il senatore leghista e la maggioranza è un «mercato delle vacche», una sorta di ‘voto di scambio’. E, infatti, come volevasi dimostrare, la conferenza dei capigruppo, convocata sotto il tiro dei fucili Pd da Pietro Grasso al Senato, proprio per forzare i tempi dopo la rottura del tavolo delle trattative sulle riforme tra renziani e minoranza Dem, ha comunque stabilito di portare il testo in aula già da domani saltando il passaggio in commissione. Il forzista Paolo Romani parla di «forzatura inaccettabile» e smentisce con decisione la riedizione del patto Nazareno e il ‘soccorso azzurro’. E il premier, sull’orlo di una crisi di nervi, prima convoca la Direzione del partito per lunedì prossimo allo scopo di rimettere in riga i bersaniani, e poi incontra Flavio Tosi a Palazzo Chigi ottenendo, non si sa in cambio di cosa, il ‘non ostruzionismo’ delle tre senatrici tosiane sulle riforme. Respinte con voto segreto, sempre a Palazzo Madama, le dimissioni dell’ex M5S Giuseppe Vacciano, ora nell’Idv per votare (forse) insieme a Renzi. Terroristi di tutto il mondo tremate: le Agenzie ci danno conto che questa mattina si è tenuta a Palazzo Chigi una nuova riunione sul tema del contrasto al terrorismo. A formare la task force tricolore, oltre all’ubiquo Renzi, i ministri Alfano, Boschi e Gentiloni. Migranti, Beppe Grillo d’accordo col Dalai Lama: «Impossibile accoglierli tutti».

Nonostante il gruppo Pd avesse espresso palesemente l’intenzione di rinviare il voto in aula sull’autorizzazione a procedere contro il leghista Roberto Calderoli (probabilmente per ammorbidirlo in vista della concitata votazione sulle riforme costituzionali), oggi Palazzo Madama ha detto sì all’inchiesta per diffamazione nei confronti del suo vicepresidente. Pietra dello scandalo sono le offese rivolte nel 2013 da Calderoli all’ex ministro del governo Letta Cecile Kyenge, colpevole di avere la pelle nera e di assomigliare, secondo il lombrosiano e ‘macumbato’ leghista, ad un «orango». 126 i voti favorevoli, 116 i contrari e 10 gli astenuti, un voto sul filo di lana che, però, ha al contempo respinto l’accusa, grave ed infamante, di istigazione all’odio razziale. Ma è su questo punto controverso (il voto separato dell’aula su reato di diffamazione e aggravante di odio razziale che ‘disinnesca’ il processo) che si innestano i sospetti del M5S. «Il Pd salva Calderoli dal processo penale e lui ritira i suoi 500mila emendamenti. Il mercato delle vacche continua», scrive su twitter Riccardo Nuti. «Calderoli ritira suoi ridicoli 500mila emendamenti subito dopo voto Senato che lo salva da processo penale. Vedete un nesso?», cinguetta il suo collega Danilo Toninelli.

Il protagonista della triste vicenda, intanto, aveva provato a scusarsi prima con un autodafé («avrei voluto tagliarmi la lingua») e poi cercando di strappare lacrime ricordando che «proprio in quel periodo avevo subito 4 interventi chirurgici pesanti. Stavo facendo la chemioterapia, e anche ora la faccio, ed è pesante e quando la fai con la testa non ci sei e qualche stupidata magari scappa». Nelle sue condizioni, appunto, sarebbe meglio tacere. Ma il padre del Porcellum anziché lasciare, raddoppia e annuncia di essere disposto a ritirare gran parte della montagna di emendamenti presentati dalla Lega al ddl Boschi. Unica condizione: il ritorno del testo in commissione Affari Costituzionali per riprendere la discussione. «Renzi vuole andare in aula non per il numero degli emendamenti», spiega così la sua scelta Calderoli, «ma perché non hanno i numeri in commissione e non ce li hanno in aula». Dichiarazioni che, secondo i grillini, sarebbero niente altro che menzogne.

Infatti, il redde rationem in casa Pd sulle riforme costituzionali è stato già  fissato direttamente da Matteo Renzi per lunedì 21 settembre, quando si riunirà la Direzione del partito. Ma l’odierna linea del Piave è stata la conferenza dei capigruppo, convocata per oggi pomeriggio dal presidente del Senato Pietro Grasso, messo sotto pressione dal governo e dalla maggioranza renziana del Pd. Dopo il rovesciamento del tavolo della trattativa con la minoranza Dem, almeno per quanto riguarda gli incontri ufficiali e non il mercato dei voti, il Giglio Magico pretendeva di calendarizzare al più presto il voto sulle riforme perché, come ha detto il premier, bisogna chiudere entro il 15 ottobre. E il ddl Boschi già domani sarà a Palazzo Madama, confermando in pieno i sospetti a 5Stelle. Peccato che i rivoltosi in camicia rossa (si fa per dire) vogliano (o vogliono far credere di) vendere cara la pelle. «Ma io non potevo mica rimanere a quel tavolo: perché, mentre noi trattavamo, all’esterno una parte del Pd faceva il tifo per la rottura», spiegava stamane al ‘Corriere della Sera’ la ‘Giovanna D’Arco bersaniana’ Doris Lo Moro, «perché mentre noi affrontavamo il nodo dell’elettività diretta dei futuri senatori, all’esterno il presidente Renzi chiudeva sull’articolo 2».

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