martedì, Agosto 3

Calcio, la ‘faccia buona’ della Cina 30 squadre nel mondo, tre in Italia: Milan, Inter e Parma. Quando la geopolitica passa anche per il pallone

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‘La Cina si avvicina’ è un gioco di parole di cui si è spesso abusato, ma che mai come oggi corrisponde alla realtà. Infatti, oltre a essere una grande potenza mondiale dal punto di vista economico, militare e geopolitico, la Cina ha tutte le intenzioni di salire alle luci della ribalta mondiale anche sotto l’aspetto artistico, cinematografico e sportivo: in altre parole, affermatasi nel campo delle cosiddette ‘hard power’, vuole diventare una potenza anche nelle ‘soft power’ e utilizzare queste per costruirsi un’immagine diversa sul piano internazionale. Abbiamo dunque, da parte del Governo cinese grandi investimenti negli impianti museali; misure che favoriscono l’ingresso di film stranieri a patto che in questi partecipino star del jet-set cinese (Jiang Wen in ‘Star Wars: Rogue One’, o Feng Bing Bing in ‘X-Men: Giorni di un futuro passato’), che facciano da testimoni dell’eccellenza cinese in campo  cinematografico; ma soprattutto abbiamo investimenti  nello sport, specialmente nello sport di squadra per eccellenza: il calcio.

Anche chi segue solo distrattamente questo sport si sarà accorto di come il 2016 sia stato un anno di spese folli per il calcio, con molti campioni più o meno affermati che abbandonavano i campionati europei per l’Estremo Oriente, ingolositi da contratti faraonici che hanno scatenato non poche polemiche qui da noi. Ma quando è iniziato questo interesse per il calcio da parte cinese? “L’interesse del Governo cinese per il calcio nasce nel 2012”, ci spiega Nicholas Gineprini, titolare di ‘Blog Calcio Cina’ e grande esperto di calcio cinese, “dopo aver ripulito tutti i vertici calcistici per corruzione. Si tratta più di una manovra geopolitica, per far parlare della Cina sotto un’altra facciata, in maniera positiva, quella calcistica. È una questione globale, soprattutto data dall’enorme acquisizione di squadre che sono attualmente 30 nel mondo di proprietà cinese”, tre in Italia: Inter, Milan e Parma, dopo l’esperienza fallimentare del Pavia, “e per il controllo delle istituzioni calcistiche, come la Fifa e le massicce sponsorizzazioni in suo favore, il controllo della Infront (per i diritti tv)”.

Gli investimenti fatti in Europa, tuttavia, sono solo una minima parte del massiccio sforzo economico cinese nel mondo del calcio. Oltre all’acquisto di squadre e campioni stranieri, infatti, grandi risorse sono spese nella fondazione di accademie giovanili, scuole calcio e infrastrutture sportive, per creare un ambiente favorevole all’acquisizione di una mentalità calcistica.

Ma tutto ciò può davvero contribuire alla normalizzazione della Cina?Potrebbe,, ci dice Giorgio Cuscito, collaboratore di ‘Limes’ e studioso di geopolitica, “ma in un’ottica di lungo periodo. Non è un processo che si sviluppa nell’arco di poco tempo, può contribuire a rafforzare l’immagine della Cina all’estero, fornire una prospettiva diversa di questo Paese che in Occidente è visto spesso con un po’ di diffidenza, specialmente per la sua ascesa economica e militare, quindi contribuire a formare, a plasmare il suo lato umano, il suo aspetto sociale. Può contribuire, nel lungo periodo, a fornire all’Occidente una visione diversa della Cina, anche più ‘buona’”.

La Repubblica Popolare Cinese, tuttavia, non è nuova a questi investimenti nel mondo dello sport, come ha dimostrato un evento grandioso come fu l’organizzazione dei Giochi Olimpici di Pechino nel 2008, e il Governo non ha mai nascosto come l’organizzazione di un Mondiale di Calcio sia uno degli obiettivi principali nel campo delle soft power. “L’organizzazione di un evento grande come il mondiale”, sottolinea Cuscito, “avrebbe un impatto sull’immagine della Cina, sul piano globale, visto che ora la Cina è fortemente impegnata nel rafforzamento della sua immagine all’estero. Tuttavia, un conto è ospitare un evento, un conto è vincerlo, come vorrebbe il Presidente Xi Jinping, che anni fa, in tempi non sospetti, disse di avere tre sogni: vedere nuovamente qualificata la Cina al mondiale, ospitare questa competizione e vincerla. Prima di vincerla ci vorrà molto tempo, specialmente una pratica diffusa a livello sociale, poi anche una forte attività a livello giovanile, perché chiaramente per formare un calciatore ad un certo livello bisogna partire a livello giovanile ed è per questo che la Cina ha siglato diversi accordi con squadre europee per acquisire il loro know-how tecnico e quindi prendere accordi con i loro allenatori per far crescere i giovani calciatori cinesi”.

Bisogna, però, fare attenzione, ci ricorda Gineprini: “Pechino 2008 ebbe molti problemi prima della manifestazione per le fortissime contestazioni, in particolar modo da parte del Governo francese. Il mondiale potrebbe essere un’arma a doppio taglio se la Cina non riesce a risolvere prima del tempo alcune questioni geopolitiche molto critiche sul piano internazionale, come quella del Tibet, spesso rinfacciata, quella del Mar Meridionale cinese, oppure quella della propria influenza in Africa. Certamente potrebbe essere un modo per manifestare la grande crescita della Cina sotto il punto di vista infrastrutturale e della crescita economica del Paese, ma potrebbe anche essere un momento in cui si potrebbero acuire le contestazioni”.

Tuttavia, investimenti così elevati non sono mai esenti da rischi. Ci sono troppe variabili che vanno armonizzate, da quella sportiva, a quella tecnica, da quella amministrativa a quella finanziaria. Una crescita così imponente, in così breve tempo, rischia di far implodere un’intelaiatura che, nella sua struttura attuale, è parecchio giovane. Ecco perché da qualche tempo, il Governo cinese ha messo in atto una restrizione degli investimenti, per porre un freno alle spese folli e per dare anche un segnale forte al mondo, di un movimento sì giovane, ma ormai maturo. Dice Gineprini: “rischiava di crearsi una bolla speculativa nel mondo del calcio. Nel 2016, secondo il report di Yutang Sports, i 16 club di CSL hanno complessivamente perso un miliardo di dollari e quindi il movimento cinese rischiava di fare la fine del movimento statunitense negli anni ’80, collassando su se stesso”. Qual è la soluzione allora? “Quello che dovrebbero fare i club cinesi, piuttosto che pensare ad acquistare la star straniera è quella di gestire in maniera migliore il proprio management, quindi anche sondare in maniera migliore quello che è il mercato delle sponsorizzazioni, migliorare le proprie infrastrutture sportive, coinvolgere in maniera più attiva e ampliare la propria fanbase, costituire una cultura calcistica, nel senso che il progredire del calcio cinese dev’essere un qualcosa di lento e costante, in modo che possa essere ben assimilata, perché quello che stavano facendo prima era un’impennata che portava inevitabilmente alla fine del sistema”.

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