martedì, Maggio 11

Calcio: Italia fuori dal Mondiale, cosa rischieremmo? Se la Nazionale non riuscisse a qualificarsi, non sarebbe solo un problema d’immagine

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Una delle tendenze più in voga nel mondo della moda degli ultimi anni è sicuramente quella del vintage. Linee d’abbigliamento, di design, vere e proprie industrie sorte su questo fenomeno che si prefigge lo scopo di recuperare il gusto e le suggestioni di decenni ormai passati, reinterpretandoli in chiave contemporanea o provando a lasciarli intatti. Delle varie mode vintage, il recupero degli anni ’50 sembra quello con il maggior seguito, visto il fascino talvolta un po’ kitsch, ma comunque molto genuino di quegli anni, che ci paiono, oggi, così innocenti, così spensierati. Spensieratezza che non sembra, invece, esserci nelle zone attorno a Coverciano, dove si teme che la Nazionale Italiana di calcio si produca, suo malgrado, in un indesiderato recupero vintage del 1958, quando, prima e, a ora, ultima volta nella propria lunga storia, non si qualificò al Mondiale, quell’anno da disputarsi in Svezia. E proprio dalla partita contro la Nazionale svedese dipenderanno le sorti dell’Italia del pallone, che oggi si giocherà il tutto per tutto nella partita di ritorno, alle 20:45 a San Siro, Milano (a Stoccolma era malauguratamente finita 1-0 per i padroni di casa).

I paralleli con il 1958 sono purtroppo tanti. Nei due precedenti Mondiali (Brasile ’50, vinto dall’Uruguay, e Svizzera ’54, vinto dalla Germania Ovest) l’Italia fu costretta a uscire già alla prima fase, quella dei gironi, proprio come negli ultimi due Mondiali finora disputati (Sudafrica ’10, vinto dalla Spagna, e Brasile ’14, vinto dalla Germania). L’Italia, poi, si presentava al Mondiale del 1950 da Campione in carica, grazie alla vittoria dei ragazzi di Vittorio Pozzo al Campionato del Mondo di Francia 1938, ultimo Mondiale disputato prima dell’interruzione dovuta allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale; allo stesso modo, l’Italia si presentava in Sudafrica potendosi fregiare del titolo di campione del mondo, avendo vinto quell’epico Mondiale che fu quello di Germania 2006. La partita decisiva per qualificarsi al Mondiale del 1958 fu giocata nel pantano di Belfast contro l’Irlanda del Nord e sarebbe bastato un pareggio per ottenere il passaggio alla grande kermesse internazionale, ma l’Italia venne fermata per 2-1 dai nordirlandesi: venerdì, l’Italia è stata fermata sempre con un gol di scarto su un campo in condizioni precarie a causa delle forti precipitazioni che si stavano riversando nella capitale scandinava. Inutile sottolineare il profondo senso di frustrazione che colpì i protagonisti di questo storico insuccesso, partiti, anche loro, con i favori del pronostico e costretti poi a dover rinunciare anzitempo al sogno Mondiale, che molti dei ragazzi del’58 non ebbero mai altra opportunità di provare.

Ma, contrariamente a sessant’anni fa, quest’anno il rischio non è solo quello di causare un pur profondissimo dispiacere ai calciatori e ai tifosi italiani. Il danno potrebbe essere molto più forte, a livello morale, ma soprattutto a livello d’immagine e delle ripercussioni economiche che una mancata qualificazione al Mondiale potrebbero provocare. Il calcio, così come il mondo, è cambiato rispetto a sessant’anni fa e la Nazionale Italiana non può permettersi, a costo di perdite enormi, di partecipare a questa competizione. Partiamo da un fatto: la mancata qualificazione al Mondiale non permetterebbe all’Italia di accedere ai premi destinati ai 32 partecipanti della fase finale della competizione. Per la sola partecipazione, come ricorda Marco Bellinazzo, giornalista del ‘Il Sole 24 Ore’, in un suo articolo, la Nazionale avrebbe diritto a 9 milioni e mezzo di euro (1,5 di preparation fee e 8 per la sola partecipazione alla fase a gironi). A questi, si aggiungono i premi riservati a chi riesce a proseguire nella seconda fase del Mondiale, quella a eliminazione diretta; introiti che possono garantire fino a un massimo di 38 milioni di euro complessivi a chi dovesse essere in grado di conquistare l’agognato titolo, prendendosi la fetta maggiore dei 400 milioni di dollari (sui 791 investiti nella competizione) riservati ai 32 bravi e fortunati partecipanti della XXII edizione del Campionato Mondiale di calcio. Tantissimi soldi, specialmente se consideriamo che, nella scorsa competizione, i milioni di dollari spartiti fra i 32 partecipanti erano 358 (sui 576 complessivamente investiti per l’organizzazione dei mondiali brasiliani). Anche ‘solo’ 9,5 (benché l’Italia possa e debba aspirare a più delle semplice partecipazione ai gironi), per una Federazione che fattura 174 milioni di euro, rappresenterebbero una, pur magra, fonte di guadagno.

Inoltre, al momento, l’Italia è, con la Germania e dietro solamente al Brasile, la Nazionale di calcio con più titoli mondiali in bacheca, ben quattro (’34, ’38, ’82, ’06) e, storicamente, rappresenta un peso massimo in questo genere di competizioni. Perdere il treno del Mondiale di Russia del 2018 corrisponderebbe a un danno d’immagine considerevole, tradotto, ancora una volta, in perdita economica. Gli sponsor tecnici e commerciali della Nazionale potrebbero vedere al ribasso i contratti di rinnovo della sponsorizzazione, se non addirittura non rinnovare il contratto a fine ciclo. La Puma, sponsor tecnico della Nazionale, versa, come spiega sempre Bellinazzo, nelle casse della Federazione oltre 18 milioni di euro all’anno, fino al 2022, quando scadrà il contratto, oltre alle royalties legate alle vendite dei prodotti che, in occasioni delle competizioni, ricevono un boost notevole. Non va dimenticato che il bacino di tifosi della Nazionale italiana va ben oltre i confini dello Stivale: ai 60 milioni potenziali clienti locali si devono sommare i milioni di italiani all’estero, compresi in questa stima gli emigrati di lunga data e i loro discendenti di seconda o terza generazione, che sentono ancora qualche legame con la propria terra d’origine, come dimostrano, ad esempio, i grandi festeggiamenti che si sono tenuti anche al di fuori dell’Italia a seguito della vittoria del 2006. La mancata partecipazione alla competizione causerebbe il soffocamento di questi introiti, perché, indubbiamente, la possibilità, pur minima, di aspirare al successo o, comunque, di poter dire la propria, favorisce l’acquisto di maglie, tute e merchandising assortito, specialmente da parte dei nostri parenti d’Oltreoceano.

A cascata, gli introiti per le televisioni. Le partite della Nazionale garantiscono share di spettatori altissime e non è un caso che, dei 50 eventi più seguiti della storia della televisione italiana, ben 49 sono eventi calcistici (tutte tranne la serata finale del Sanremo ’94), la cui grande maggioranza riguarda partite dell’Italia. Questo fa sì che gli inserzionisti paghino cifre altissime per le pubblicità trasmesse durante le partite e, va da sé, più è importante il match, più aumenta la cifra pagata dall’inserzionista. Se non dovesse esserci l’Italia, ovviamente, la Rai (che tradizionalmente possiede i diritti per la trasmissione in chiaro delle partite del Mondiale) o chi dovesse trasmettere le partite, vedrebbe ridotti i propri introiti derivanti dalle pubblicità e farebbe un’offerta decisamente minore per l’acquisizione dei diritti televisivi della competizione, con ulteriore danno alla Federazione.

Meno soldi, meno possibilità d’investimento, maggiori difficoltà di tirare fuori l’Italia calcistica dal pantano: l’Italia perderebbe punti e le prossime volte potrebbe dover competere con Nazionali più competitive ancora, rendendo ancora più difficile la qualificazione ad altri tornei. Colpendo il sistema calcio, verrebbe colpito anche tutto ciò che dipende indirettamente da esso: i media,  sportivi e non, vedrebbero ridotti la tiratura dei giornali, gli accessi ai siti web, i like ai link delle pagine Facebook; i centri scommesse vedrebbero senz’altro ridotte le puntate e gli azzardi, anche sporadici (e, per carità, questo non è necessariamente un male); e vogliamo parlare dei ristoranti? Dei bar che trasmettono i match e che vedono aumentato esponenzialmente il proprio lavoro in quei giorni? Senza farla più grave di quel che è, non vanno dimenticate anche queste piccole realtà, per cui queste occasioni risultano delle notevoli boccate d’ossigeno.

Oggi si gioca, il tempo delle chiacchiere sta finendo: forza ragazzi.

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