martedì, Maggio 18

Calcio, FIFA: una politica estera che divide Esiste un’agenda politica dietro alle decisioni della FIFA? Ne abbiamo parlato con Guido De Carolis, giornalista de Il Corriere della Sera

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I mondiali di calcio sono l’evento sportivo più visto al mondo. Un evento che, nel 2014, durante la finale tra Germania e Argentina, ha portato davanti alla tv 1 miliardo di spettatori. Più di qualsiasi altro sport, il calcio è capace di trascendere le barriere culturali ed etniche, unendo, seppur a livello figurato, milioni di persone in tutto il mondo. A volte, però, laddove il calcio unisce, la politica divide.

É il caso dell’amichevole tra Argentina ed Israele diventato nelle ultime ore uno scottante caso politico. La partita, in vista dei mondiali di calcio in Russia, prevista per questo venerdì 9 giugno, a Gerusalemme, sarebbe stata annullata dall’Argentina a seguito di presunte minacce ricevute a Messi ed alla sua famiglia da parte di ignoti gruppi palestinesi. «I valori, l’etica e il messaggio dello sport hanno vinto oggi, mostrando ad Israele il cartellino rosso», ha detto Jibril Rajoub, Presidente della Federcalcio Palestinese dopo l’annuncio di Buenos Aires, che,  ha però ribadito, attraverso Claudio Tapia, n.1 della federcalcio Argentina, come «la decisione non sia frutto di schieramenti politici. Il calcio inizia e finisce in un campo di gioco e non ha nulla a che fare con la violenza, trascende le religioni, trascende i sessi, perché tutti giocano a pallone».

Mentre la cancellazione della partita ha fatto crescere ulteriormente le tensioni tra i due Paesi, Israele e Palestina, che si sono scambiati accuse a vicenda in merito ad una manipolazione politica della partita, a rimanere impassibile e ad aver dichiarato ancora una volta la sua neutralità in merito è la FIFA, il massimo organo di governo del calcio internazionale.

Non è infatti la prima volta che l’organizzazione con sede a Zurigo decida di rimanere fuori da importanti questioni internazionali. Già lo scorso anno, la Federazione aveva deciso di non esprimersi in merito alle squadre israeliani presenti nei Territori Occupati, nonostante le pressioni da parte di gruppi umanitari come Human Rights Watch che, attraverso il Direttore Esecutivo della Divisione del Medio Oriente Sarah Leah Whitson aveva accusato la FIFA di «continuare a sponsorizzare giochi negli insediamenti illegali israeliani, non rispettando il diritto internazionale e con azioni contrarie alla suo impegno per i diritti umani».

La FIFA non è certo nuova a certe criticità. L’organizzazione ha un peso politico non indifferente, considerando che con i suoi 203 membri ha una rappresentanza maggiore della Nazioni Unite, con 193. “È una macchina organizzativa mostruosa. La FIFA ha un rappresentante praticamente in tutti i paesi del mondo”, commenta Guido De Carolis, giornalista de ‘Il Corriere della Sera’. “La FIFA fondamentalmente è un’organizzazione sportiva ma è anche un’organizzazione politica. È ovvio che il calcio è uno sport, è un gioco, ed è quindi vero che come tutti gli sport spesso si intreccia con questioni politiche”. Come dicevamo la FIFA non si è espressa sulla recente questione tra Argentina ed Israele. “La FIFA nel suo regolamento dice di essere apolitica, nei fatti, però,  non definisce cosa intende per apolitica e quindi demarca un confine molto labile. Poi è chiaro che in tutti i regolamenti tu trovi una certa neutralità, anche nell’abbigliamento. Per esempio l’abbigliamento afferma che i giocatori devono essere vestiti in campo con pantaloncini, calzettoni, scarpe e che non devono avere nessun simbolo politico. Che cosa sia politico o non politico questo la FIFA non te lo dice, valuta di volta in volta quello che avresti dovuto o non dovuto fare”.

Ciò non toglie che la FIFA abbia uno statuto e segue un codice etico, che quindi dovrebbe far rispettare. “In realtà qualsiasi cosa tu fai ad un certo punto può diventare politica”, continua De Carolis, “di conseguenza la FIFA fa fatica a gestire, a darsi un regolamento rigido. La FIFA ha principi generali che vanno dal fair play, alla lotta al razzismo, alla parità di genere. È chiaro che farli rispettare in certi ambienti diventa molto più difficile”.

Come ogni organizzazione internazionale la FIFA sembra avere una linea di politica estera, un’agenda che in qualche modo le sue decisioni a livello internazionale. “Diciamo che la linea di politica estera possa essere definita quella di ‘Ponzio Pilato’. La FIFA è un luogo fisico ma è un posto metafisico. Il calcio è ovunque. Il calcio ha molta più penetrazione nelle persone di quanto ne possa avere la politica. É molto più un simbolo di qualsiasi iniziativa politica che tu possa pensare di voler fare. Se domani Cristiano Ronaldo affermasse, per esempio, che i gay non devono essere più discriminati,  è chiaro che è un messaggio del genere abbia un forte impatto in tutto il mondo. Se lo dicesse un altro sportivo avrebbe meno effetto. È chiaro che la FIFA decide di non immischiarsi in certe questioni perché avrebbe un peso politico significativo, come se stesso legittimando determinate situazioni. Deve stare molto attenta a muoversi in tal senso. Se tu legittimi una parte al contempo delegittimi l’altra parte. Per esempio la FIFA è stata una delle prime, se non la prima organizzazione, a riconoscere la Nazionale del Kosovo. Certi passi, dove sa che può farli, li fa. Ma dove ci sono queste questioni molto spinose, come quella israeliana, si guarda bene dall’agire”.

Una delle situazioni più clamorose che ha coinvolto la FIFA negli ultimi anni è forse quella dei mondiali in Qatar, dove le condizioni di lavoro di schiavitù sono state ben documentate e largamente denunciate, situazioni su cui la FIFA non si è espressa fermamente. “Nel caso di Doha, la FIFA non si è pronunciata fermamente per la solita questione. La FIFA quando assegna un mondiale stipula dei contratti. Un mondiale, infatti,  non è altro che un contratto. Stipulando questo contratto la FIFA chiede al Paese di costruire un certo numero di stadi, e di fare determinati lavori per permettere l’organizzazione dell’evento.  Tuttavia, le regole del lavoro variano da Paese a Paese. La FIFA può sì fare un richiamo, ma è sempre un richiamo molto pericoloso perchè ci sono di mezzo tanti sponsor, Coca-Cola, Mastercard, per esempio, che legano il loro nome alla FIFA. É chiaro che quando si muove la FIFA non si sta muovendo solo l’organizzazione di Zurigo, ma si sta muovendo tutto un circo planetario che muove una quantità di soldi inimmaginabili e una quantità di interessi in tutto il mondo e la FIFA, perciò, fa fatica ad entrare in certe situazioni. Sì, hanno un codice etico, però è un problema che va oltre la FIFA. Anche le singole Nazionali potrebbero rifiutarsi di giocare in determinati Paesi. È chiaro che dovunque vai trovi sempre qualcosa che non funziona bene”.

Negli ultimi anni, come molte grandi organi internazionali, la FIFA è stata travolta da diversi scandali di corruzione, che quindi hanno portato a determinate riforme. “Sì, in realtà La FIFA si è già riformata dopo la cacciata di Joseph Blatter. Si è data nuove regole, nuovi codici etici, più trasparenza, è più coinvolgente dal punto di vista delle persone che ci lavorano. Non esiste un’istituzione paradisiaca. È sempre opinabile e commette sempre negli errori. Si può fare sicuramente meglio e sta tentando di darsi delle regole nuove, dei valori più coerenti con quelli che sono i tempi. Va detto, comunque, che sono tanti i progetti portati avanti dalla FIFA in via dello Sviluppo. È chiaro che spesso le cose buone non fanno notizie, però si è adoperata in tutto il mondo costruendo campi sportivi e centri per il calcio. La corruzione non può certo essere eliminata, però si sono fatti dei passi avanti”.

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