domenica, Settembre 19

Calcio femminile: a che punto siamo? Un’analisi dello stato dell’arte del calcio femminile in Italia dopo #AzzurresuRaiuno

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Tutto questo si innesta in un progetto di sviluppo del calcio femminile che prevede, fra le altre cose, l’ingresso delle società dei campionati maschili di A e B, che, dalla stagione 2015-16, sono obbligate a tesserare 20 ragazze Under-12, per permettere alle società di iniziare ad avere un settore giovanile femminile, da formare per partecipare, in futuro ai campionati giovanili di categoria. Inoltre, è permesso, alle società che lo volessero, di acquisire il titolo sportivo di società già esistenti per segnare, sin da subito, l’ingresso nei campionati maggiori: la Lazio e la Fiorentina hanno sfruttato subito questa opportunità, seguite, successivamente, da altre squadre, come il Sassuolo, l’Atalanta o la Juventus. L’ingresso delle più ricche e attrezzate società della Serie A maschile nello sviluppo del calcio femminile è sicuramente un passo avanti importante: potendo contare su più risorse economiche, infrastrutture migliori e un ambiente più professionale, le giovani calciatrici e, in caso di squadra maggiore, le giocatrici già affermate possono crescere di più, formarsi a livelli ancora più alti, ma questa scelta non è stata priva di discussioni, quando non polemiche.

L’obiezione mossa da molti riguarda la slealtà di affiancare, nei campionati maggiori, le squadre di lunga tradizione nel calcio femminile, che possono contare su un orgoglioso passato, ma che dispongono delle risorse di una squadra dilettantistica, a veri e propri carri armati delle grandi società di Serie A maschile. Queste ultime possono permettersi spese che, seppur minime in confronto ai budget a propria disposizione, sono insostenibili per le piccole squadre dilettantistiche. La Fiorentina femminile, per esempio, ha vinto l’ultimo campionato di Serie A femminile, a neanche due anni dal suo ingresso; la Juventus femminile (o meglio, Juventus Women, per non confonderla con la già esistente Juventus Femminile, militante in Serie B) ha acquisito quest’anno il titolo sportivo dal Cuneo e, al momento, è prima in classifica, imbattuta e con uno score impressionante di 8 partite vinte su 8, 22 reti fatte e solo 2 subite, oltre alle tre vittorie in Coppa Italia (si segnalano un 13-0 contro un Torino CF – va detto – imbottito di riserve e un 2-0 contro la quasi omonima Juventus Femminile). Per le piccole società, il rischio di essere cannibalizzate è oggettivamente alto.

Se i progetti sono ambiziosi, il terreno da percorrere è ancora molto, con il percorso che, se all’inizio può sembrare in discesa, è destinato presto a riempirsi di ostacoli. In Italia il calcio femminile è sempre stato poco considerato, spesso addirittura irriso (ricordiamo tutti le dichiarazioni del 2015 in merito al calcio femminile, praticato solo da «quattro lesbiche», come detto da Felice Belloli, l’allora Presidente della Lega Nazionale Dilettanti, ossia colui che di calcio femminile si sarebbe dovuto occupare). La presenza di un progetto, con tutte le difficoltà del caso, unito alla crescita dell’interesse attorno a questa disciplina, non più limitato ai soli cultori, danno segnali incoraggianti per la crescita del movimento in Italia, che pure ha una sua certa tradizione. Al momento, tuttavia, i movimenti più all’ avanguardia, come quello statunitense, svedese o tedesco, sono ancora lontani; possiamo comunque dire che l’Italia si sta muovendo e un giorno, magari non troppo lontano, #AzzurresuRaiuno sarà una realtà e non una semplice provocazione da social.

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