lunedì, ottobre 22

Cala il sipario sulla guerra in Siria? Il vertice di Helsinki tra Trump e Putin potrebbe essere ricordato come il punto di svolta

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Il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin tenutosi lo scorso luglio ad Helsinki segna probabilmente l’atto conclusivo del catastrofico conflitto siriano. Secondo alcune indiscrezioni, la questione siriana sarebbe stata al centro dell’incontro di altissimo livello presso la capitale finlandese, durante il quale i due presidenti avrebbero raggiunto un accordo di massima implicante la smobilitazione delle forze Usa di stanza presso la base di al-Tanf in cambio dell’assicurazione russa che né gli iraniani né le forze di Hezbollah avrebbero in alcun modo preso parte alle operazioni per la riconquista dei territori del sud-ovest della Siria in mano ai jihadisti. La tesi sembra avvalorata dalle dinamiche militari verificatesi nei giorni scorsi, che hanno visto l’esercito siriano imprimere una forte accelerata al processo di liberazione delle aree meridionali del Paese (Daraa e Quneitra) spingendosi fino alle porte del Golan, senza tuttavia incorrere nella temuta reazione israeliana.

Avigdor Lieberman, ministro della Difesa di Tel Aviv, ha riconosciuto che le forze agli ordini di Bashar al-Assad – identificato come l’unico vero interlocutore – hanno conseguito risultati sul campo risultati ormai irreversibili, avviandosi verso il ripristino della situazione politica, economica e sociale siriana del periodo pre-bellico. Il governo israeliano ha anche annunciato di aver effettuato un raid aereo congiunto con l’aeronautica militare giordana contro un gruppo di Daesh operante nei pressi delle Alture del Golan, eliminando almeno sette terroristi. Azioni che si pongono in netta controtendenza rispetto alla postura fortemente ostile ad Assad – in realtà, diretta più che altro contro il suo alleato iraniano – adottata finora dai vertici dello Stato ebraico. Secondo un sempre ben informato giornalista francese, la Russia avrebbe favorito la creazione di un canale di comunicazione diretto tra esercito siriano e israeliano, e il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov si sarebbe recato in Israele assieme al generale Valerij Guerassimov per ribadire l’impegno russo a garantire il rispetto, da parte delle forze regolari di Damasco, della linea di demarcazione che Israele ha istituito nell’area di confine con la Siria per annettere l’intera regione del Golan.

La situazione sembra quindi essersi stabilizzata grazie al meticoloso lavoro conciliatorio di Putin, la cui abilità strategica è ampiamente riconosciuta da tutte le parti in causa – sauditi compresi.  L’intervento in Siria, le modalità attraverso le quali la forza militare russa è stata impiegata sul campo e il suo straordinario attivismo diplomatico hanno consentito al capo del Cremlino di accreditarsi come mediatore rispetto alle tante questioni aperte nel complesso scacchiere mediorientale, ed è probabilmente questa la miglior garanzia di stabilità che si potesse ottenere nelle condizioni attuali. Un po’ come Bismarck in Europa dopo la guerra franco-prussiana, Putin si è ritagliato il ruolo di tutore dell’equilibrio mediorientale. La cosa non dispiace a Trump, che identifica nella Russia di Putin una risorsa potenzialmente preziosissima in un’ottica di contenimento della Cina e ridimensionamento economico di un’Unione Europea percepita ogni giorno di più come una propaggine germanizzata di Berlino. Riconoscere alla Russia il ruolo di potenza internazionale è inoltre funzionale alla condivisione di una leadership geopolitica che si rivela sempre più gravosa e insostenibile. Nell’ottica di Trump, la stabilizzazione delle più turbolente regioni del globo può essere attuata scaricando sul Cremlino parte degli oneri e dei rischi connessi al ruolo di gendarme mondiale che gli Stati Uniti si sono sempre ritenuti diritto e in dovere di svolgere.

Nella fattispecie, per accreditarsi come affidabile ‘garante’ della pace mediorientale, Putin necessita di ridimensionare le ambizioni dell’asse sciita Beirut-Damasco-Baghdad-Teheran imperniato sull’Iran degli Ayatollah. Il tutto, ovviamente, senza mettere in discussione l’alleanza strategica costituita con la Persia, né il delicato rapporto con la Turchia di Recep Tayyp Erdoğan, che continua a coltivare mire egemoniche sull’area nord-orientale siriana. L’incontro di Ankara dello scorso aprile ha visto il presidente turco concordare con gli omologhi russo e iraniano sulla necessità di eliminare quel che resta delle forze islamiste operanti nella Siria settentrionale. La ragione di questo inaspettato cambio di registro sta nel fatto che «la Turchia ha bisogno di tempo per domare e ‘ripulire’ la Siria settentrionale poiché controlla un miscuglio di militanti con storie di vita, finanziatori e obiettivi diversi tra loro: sono diventati tutti un peso per i loro ‘sponsor’ non essendoci più uno scopo alla loro esistenza […]. [Senza contare che] le relazioni economiche e commerciali tra Russia e Turchia hanno avuto un incremento notevole, raggiungendo i 22 miliardi di dollari. Il presidente Erdoğan ha detto che il suo scopo è quello di raggiungere i 100 miliardi di dollari senza però stabilire un arco di tempo definito».

Resta il fatto che la Siria come l’abbiamo conosciuta finora probabilmente non esisterà più. Lo scenario più probabile consiste nell’applicazione alla Siria di una soluzione di tipo iracheno, basata cioè sull’attribuzione di una larga autonomia alle varie regioni di cui si compone il Paese a seconda della loro composizione etnica e demografica.

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