domenica, Agosto 1

Cai Yingwen e la politica del PDP nei confronti della Cina Dopo due sconfitte elettorali il partito indipendentista taiwanese trionfa

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Il 25 maggio Cai Yingwen ha trionfato alle primarie del PDP (Partito Democratico Progressista), il maggiore partito di opposizione di Taiwan, ricevendo il 93.71% dei voti (ovvero 85,410) contro solo il 6.29% del suo principale avversario, Guo Tailin. Nel suo discorso inaugurale del 28 maggio Cai Yingwen si è richiamata alla difficile storia e ai principi fondanti del suo partito. «La democrazia e il progresso sono parte integrante del nome del nostro partito e rappresentano i nostri valori più importanti,» ha dichiarato. «I fondatori del partito, alcuni dei quali sono oggi qui con noi, hanno messo in gioco la propria vita e hanno rischiato la prigione per combattere per la democrazia contro la dittatura. Negli ultimi vent’anni del secolo scorso la democrazia è stata il valore progressista della nostra società. Con i sacrifici di molti dei nostri predecessori siamo riusciti a portare avanti la democratizzazione di Taiwan e a completare la transizione politica».

Il discorso di Cai Yingwen si riferisce, ovviamente, al periodo in cui Taiwan, il cui nome ufficiale è Repubblica di Cina (RDC), era una dittatura dominata da un solo partito, il Guomindang (Partito Nazionalista Cinese). La RDC era stata fondata nella Cina continentale nel 1912 da gruppi rivoluzionari che vedevano nella dinastia imperiale dei Qing il vero ostacolo alla modernizzazione del paese. A quel tempo, Taiwan e altre isole minori, fra cui Penghu, Jinmen e Mazu, non erano parte della Cina ma dell’impero coloniale giapponese. Tokyo se ne era impossessata nel 1895 dopo aver sconfitto l’Impero di Cina. Cinquant’anni dopo, nel 1945, il Giappone fu a sua volta sconfitto dalle potenze alleate e le isole passarono sotto la sovranità della RDC.

Ma il ‘ritorno alla patria’ fu un’esperienza traumatica per la popolazione taiwanese. Abituati alla burocrazia efficiente e all’economia fiorente creata dal governo coloniale giapponese, i taiwanesi erano indignati dalla corruzione del regime del Guomindang e dal totale fallimento delle sue politiche economiche. Dal 1945 al 1949, Taiwan soffrì di una iperinflazione che raggiunse massimi di quasi il 400%. Questo destabilizzò l’economia e la struttura sociale dell’isola. Inoltre, la pessima amministrazione del Guomindang, l’imposizione del cinese mandarino ad una popolazione che parlava prevalentemente dialetti locali e il giapponese insegnato nelle scuole durante l’era coloniale, nonché la diffidenza dei funzionari della RDC nei confronti dei taiwanesi, considerati troppo «giapponesizzati» dopo mezzo secolo di dominio coloniale nipponico, portarono a tensioni fortissime. La conseguenza di questi conflitti si vide fra il 27 e il 28 febbraio del 1947.

A soli due anni dal ritorno alla Cina, una rivolta popolare scoppiò a Taipei, diffondendosi poi in molte altre città dell’isola. Il regime del Guomindang represse la sommossa con ferocia. Si stima che fra le 10,000 e le 30,000 persone abbiano perso la vita in quelle giornate drammatiche. Il cosiddetto «Massacro del 228», come viene ricordato nella storiografia taiwanese, fu l’inizio del «terrore bianco», un periodo di soppressione del dissenso politico in cui migliaia di persone furono arrestate o uccise.

Mentre i taiwanesi sperimentavano sulla propria pelle la durezza del governo della RDC, il regime del Guomindang in Cina veniva spazzato via dai comunisti guidati da Mao Zedong in una sanguinosa guerra civile. Nel 1949 il Guomindang e l’apparato di governo della RDC furono costretti, di fronte all’avanzata delle truppe rosse, a ritirarsi proprio a Taiwan, la provincia più semplice da amministrare grazie alle sue piccole dimensioni. 1.6 milioni di rifugiati della Cina continentale seguirono le autorità della RDC a Taiwan per sfuggire al regime comunista. L’obiettivo del Guomindang era quello di trasformare Taiwan in una «provincia modello», una base dalla quale organizzare una spedizione militare per riconquistare la Cina continentale. La RDC continuava a considerarsi l’unico governo legittimo di tutta la Cina e veniva riconosciuto come tale da molti governi del mondo fino a che, negli anni ’70, gli Stati Uniti normalizzarono i rapporti con la Cina comunista e il loro esempio venne seguito dalla maggioranza dei paesi. Data l’ostilità dei taiwanesi già manifestatasi nel 1947, nel 1949 il governo del Guomindang impose la legge marziale, limitando le libertà civili e personali.

A causa dell’impossibilità pratica di un ritorno in Cina e della straordinaria crescita economica di Taiwan che diede stabilità al paese, negli anni ’80 la morsa del Guomindang si allentò e pian piano si formarono gruppi di opposizione tollerati dal regime. Il più importante di questi gruppi era il cosiddetto Dangwai, un termine che letteralmente significa «al di fuori del partito», dato che fino al 1991 il Guomindang era l’unico partito legalmente riconosciuto. Il Dangwai è stato il nucleo di quello che è poi diventato il PDP, il quale è stato ufficialmente formato nel 1986. Molti membri del PDP, fra cui Shi Mingde, Lin Yixiong, e Chen Shuibian, sono stati perseguitati politici durante l’era della legge marziale.

Ma mentre il richiamo ai valori democratici è da sempre stato un punto di forza del PDP, l’atteggiamento del partito nei confronti della Cina e della questione dell’indipendenza di Taiwan è ben più problematico. Il programma del PDP si esprime a favore di una radicale trasformazione istituzionale. «Il fatto che Taiwan è sovrana e indipendente, che non è parte della Repubblica Popolare Cinese, e che la sovranità di Taiwan non si estende alla Cina continentale, riflette la realtà storica e la situazione presente» recita il programma. L’obiettivo ultimo del PDP è quello di «promulgare una costituzione e creare una nazione» chiamata Repubblica di Taiwan.

Lo stato taiwanese odierno, cioè la Repubblica di Cina, è ciò che rimane del governo fondato in Cina nel 1912 e che è stato rovesciato dai comunisti nella guerra civile. Di fatto, la Repubblica di Cina e Taiwan hanno finito per divenire una sola entità separata dalla Cina. Sembrerebbe, dunque, che la posizione del PDP sia la conclusione logica dell’evoluzione storica dei due Paesi. La questione, però, è più complessa.

Dalla fine della guerra civile ad oggi la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha sempre negato a Taiwan il diritto all’indipendenza. Secondo la Costituzione della RPC, «Taiwan è parte del sacro territorio della Repubblica Popolare Cinese. E’ un dovere inviolabile di tutto il popolo cinese, inclusi i nostri compatrioti di Taiwan, di raggiungere il grande obiettivo della riunificazione della madre patria.»

Questo è il nucleo della politica di una sola Cina. Anche il Guomindang, in quanto partito nazionalista cinese, aderisce al principio di una sola Cina. Esso, però, continua a sostenere che la RDC e non la RPC è il governo legittimo di tutta la Cina. Nei primi anni ’90, il Guomindang e il Partito Comunista Cinese (PCC) hanno raggiunto il cosiddetto «consenso del 1992», secondo il quale Pechino e Taipei aderiscono entrambe al principio di una sola Cina, ma interpretano questo principio in modo diverso.

La posizione ufficiale della Cina e del Guomindang, però, si scontra con la realtà taiwanese. Recenti sondaggi mostrano che il 71% dei taiwanesi sono in favore dell’indipendenza di Taiwan, e solo il 18% è favorevole all’unificazione con la Cina. Il 78% degli intervistati, inoltre, si autodefinisce taiwanese e solo il 13% cinese.

Benché molti taiwanesi non vogliano far parte della Cina e si considerino ormai una nazione, la questione dell’indipendenza di Taiwan deve, per forza di cose, fare i conti con Pechino. La realtà è che oggi Taiwan, in quanto RDC, è di fatto indipendente. Se però dichiarasse l’indipendenza formale e costituisse uno stato con un nome nuovo, la RPC interverrebbe militarmente, privando Taiwan dell’indipendenza di fatto.

Quanto Pechino sia determinata a non abbandonare le proprie mire su Taiwan si è visto circa in decennio fa. Nelle elezioni taiwanesi del 2000, Chen Shuibian, il candidato del PDP, a sorpresa ottenne la maggioranza dei voti, spodestando il Guomindang per la prima volta dal 1945. La RPC fu del tutto spiazzata dalla vittoria del partito indipendentista. Temendo che il governo di Taipei potesse abiurare formalmente il principio di una sola Cina, nel 2005 il Congresso Nazionale del Popolo di Pechino promulgò la Legge Antisecessione. Secondo l’Articolo 8 della legge, se i «secessionisti» taiwanesi dovessero proclamare l’indipendenza di Taiwan, o se «ogni possibilità di riunificazione pacifica dovesse esaurirsi» la RPC utilizzerebbe «metodi non pacifici e altre misure considerate necessarie per proteggere la sovranità e l’integrità territoriale della Cina.»

Il dilemma per Taiwan è, dunque, se proclamare un’indipendenza formale rischiando una guerra con la Cina, o se mantenere lo status quo, salvaguardando quella che è un’indipendenza di fatto.

Oltre alle considerazioni di carattere militare, vi sono poi quelle economiche. Nonostante Chen Shuibian fosse un sostenitore della completa indipendenza di Taiwan, fu proprio durante la sua prima legislatura, nel 2003, che la Cina soppiantò gli Stati Uniti come maggiore partner commerciale dell’isola. Nei primi cinque mesi del 2014, il 21.6% di tutto il commercio estero di Taiwan si è svolto con la Cina (inclusa Hong Kong). Negli ultimi anni, Taiwan ha avuto un surplus commerciale con la Cina che si aggira fra gli 80 e i 90 miliardi di dollari, più del surplus commerciale che ha avuto con tutto il resto del mondo, pari a 30 miliardi di dollari.

Da un lato gli interessi economici, dall’altro il pericolo di un conflitto militare, sono i motivi per cui il Guomindang è riuscito a sopravvivere alla democratizzazione di Taiwan. Sotto la guida di Ma Ying-jeou, ex sindaco di Taipei laureato in legge a Harvard, il partito si è presentato come il garante delle relazioni pacifiche e dei rapporti commerciali con la Cina.

Nelle elezioni del 2008 Ma Ying-jeou raccolse il 58% dei voti, sconfiggendo Frank Hsieh, candidato del PDP. «La votazione ha dato il segnale per la fine di un periodo durato otto anni in cui molti taiwanesi sembravano venire spazzati via dal nazionalismo militante di Chen Shuibian e dalla sua insistenza sulla questione dell’identità taiwanese,» scriveva il ‘Washington Post‘ dopo le elezioni, sottolineando il fatto che il «pragmatismo di Ma nei confronti della Cina e la sua rinnovata attenzione per un’economia in declino» avevano non solo convinto gli elettori taiwanesi, ma anche rassicurato Pechino e Washington. Gli Stati Uniti, infatti, temevano che la provocazioni di Chen Shuibian nei confronti della Cina li trascinassero in un conflitto con il gigante asiatico.

Nel 2012 il PDP candidò Cai Yingwen, la quale entrò nella competizione per la presidenza con un programma che non ammetteva compromessi con Pechino. Intervistata dal ‘New York Times‘, Cai Yingwen criticò il «consenso del 1992» come inesistente e come il prodotto di negoziazioni non democratiche. Al suo posto propose un «consenso taiwanese», cioè un accordo delle forze politiche di Taiwan che tenesse conto dell’opinione pubblica. Dichiarò che avrebbe accettato di incontrare i leader della Cina solo se questi non avessero posto alcuna precondizione, quale l’accettazione del principio di una sola Cina. «Molti, quasi tutti i taiwanesi, pensano che Taiwan sia un paese sovrano,» disse la politica del PDP. «Non riusciamo a capire perché il presidente [Ma Ying-jeou] abbia detto che i nostri rapporti con la Cina sono dei rapporti fra due aree dello stesso paese. Quando i turisti cinesi vengono da noi, dobbiamo togliere la nostra bandiera nazionale.»

Per quanto queste opinioni possano riflettere quelle di una gran parte dell’opinione pubblica, Cai Yingwen trascinò il suo partito verso un’altra sconfitta. Con più del 50% dei voti, Ma Ying-jeou dimostrò l’efficacia della propria piattaforma elettorale basata sulla pace, lo sviluppo economico, e la riduzione delle tensioni fra Taipei e Pechino.

Con la recente rielezione di Cai Yingwen alla guida del partito (anche se ciò non include con certezza la sua candidatura per la presidenza nel 2016), si pone di nuovo con forza la questione di quale politica adottare nei confronti della Cina. Nonostante moti popolari anticinesi come il Movimento dei Girasoli abbiano dimostrato una disaffezione dell’opinione pubblica nei confronti del riavvicinamento fra Taiwan e la Cina, i fallimenti del passato evidenziano come un programma fondato solo sul confronto con Pechino non garantisca la vittoria.

Alcuni esponenti del PDP stanno già cercando delle soluzioni che possano conciliare sia l’area moderata sia quella radicale e anticinese del partito. Di recente, Shi Mingde ha lanciato l’idea di «una grande sola Cina». A giugno, Chen Zhaonan, un deputato del PDP, ha inoltrato una petizione per congelare la cosiddetta «clausola dell’indipendenza» che prevede il raggiungimento dell’indipendenza giuridica di Taiwan, modificando la costituzione e il nome ufficiale del paese. Secondo Chen, Taiwan non ha bisogno di diventare indipendente, in quanto lo è già di fatto. Le politiche indipendentiste, secondo il politico, diminuirebbero le chances del PDP di tornare al governo. Ma la proposta è stata criticata da vari esponenti del partito, fra cui Li Yingyuan e Chen Qimai, i quali hanno dichiarato che la clausola è parte integrante dei valori e dello spirito del PDP.  Anche Chen Weiting, uno dei leader del Movimento dei Girasoli, ha definito la proposta «una mossa illogica».

L’indipendentismo è il motivo principale per cui il PCC vede il Guomindang come un partner con cui si può dialogare, ma individua nel PDP un pericoloso avversario. Pechino, comunque, sta cercando di migliorare anche i suoi rapporti con il PDP. Durante la sua storica visita a Taiwan nel giugno di quest’anno, l’inviato cinese Zhang Zhijun ha incontrato Chen Ju, sindaco di Kaohsiung e esponente del PDP. Ciò è stato visto come un segnale di riconciliazione.

Al congresso del PDP del 20 luglio, però, le varie frazioni hanno rischiato di dar vita ad un vero e proprio scontro frontale sulla questione dell’abolizione della clausola dell’indipendenza. Volendo evitare una scissione, Cai Yingwen ha deciso di posporre la decisione sulla clausola. Resta dunque da vedere se il partito, dopo due sconfitte elettorali pesantissime, riuscirà a trovare un compromesso che possa sia salvare la sua anima indipendentista e democratica, sia evitare di entrare in rotta di collisione con Pechino che, come molti temono, rischierebbe di portare ad un conflitto armato che potrebbe coinvolgere anche gli Stati Uniti.

 

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