martedì, Luglio 27

Caccia al Van Gogh

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Prima di togliersi la vita nel 1890, Vincent Van Gogh aveva al suo attivo artistico più di 900 dipinti, ma era riuscito a venderne solo uno. Era un uomo che aveva fallito nella sua vita, a detta di tutti, vittima di innumerevoli aneddoti. E quel suo pezzo unico oggi trova posto in una terra che lui non riuscì mai a visitare; e il discendente di un mecenate si sta battendo per accaparrarsi quella pittura a olio che potrebbe essere venduta per 150 milioni di dollari americani. Questa è una storia che lascia spazio agli strascichi della guerra, della rivoluzione, alle conquiste dei Bolscevichi, agli assetti politici internazionali, ai misteri della giurisprudenza, ai diritti di proprietà, e persino al mercato nero dell’arte.

Ivan Morozov era un ricco mercante tessile russo — era pieno fino all’orlo di Cezanne, Van Gogh, Picasso, Degas, Gauguin, e molti altri — che divenne un personaggio leggendario per la sua collezione d’arte privata, nota tra i più importanti circoli artistici di fama mondiale durante il  XX secolo.

Tuttavia, fuori dalle pareti dorate del suo palazzo a Mosca, non mancarono trambusti e movimenti politici. All’epoca della prima guerra mondiale, quando l’impero russo continuava a subire perdite devastanti sui campi di battaglia lungo il fronte orientale, nelle case iniziavano a mancare provviste di cibo e beni di prima necessità. Quel malcontento generale sfociò in una serie di violente insurrezioni popolari che alla fine portarono Nicola II, ultimo zar di Russia, ad abdicare nel Marzo 1917. Venne istituito un governo temporaneo per controllare e mantenere l’ordine, ma che durò solo pochi mesi, fino alla Rivoluzione d’Ottobre, per mano dei bolscevichi.

Giunto al potere, il regime bolscevico avviò la politica della confisca della proprietà privata. Stando a quando riferiscono alcune fonti giuridiche, la collezione d’arte del ‘riccone’ russo Morozov fu tra le proprietà confiscate, e diventò patrimonio nazionale con un decreto emanato dal governo nel 1918. Nell’estate 1919 Morozov uscì dal Paese per seguire alcune cure mediche, secondo la biografia dello State Pushkin Museum of Fine Arts, luogo che ospita ancora oggi buona parte della collezione di Morozov.

In una intervista del 1920 a Félix Fénéon, critico d’arte parigino, Morozov disse che la sua collezione restò intatta. «Nessuna delle 430 opere d’arte russe, o delle 240 francesi è stata compromessa. Tutto è ancora laddove io l’ho lasciata … Però, tutto è diventato patrimonio nazionale», dice Morozov a Fénéon. Quell’intervista venne pubblicata nel “Bulletin de la vie artistique” (Bollettino della vita artistica) nel 1920, e mandata in ristampa recentemente sull’ International Chamber of Russian Modernism, nel numero uscito nella primavera 2012.

Secondo il Pushkin Museum, «quell’uomo aveva viaggiato dalla Germania a Parigi, e ancora a Karlsbad, dove si spense poco dopo», nel 1921. É trascorso quasi un secolo, e buona parte di quella collezione d’arte si trova in Russia, al Pushkin Museum, e al St. Petersburg’s State Hermitage Museum. Ma almeno due delle opere d’arte di valore dell’industriale sono sfuggite alla confisca russa: “Madame Cézanne in Conservatorio” di Paul Cézanne, e “Caffè di notte” di Vincent Van Gogh.

Dalla confisca del regime bolscevico al 1933, il dipinto “Madame Cézanne in Conservatorio” è rimasto di proprietà del Museum of Modern Western Art di Mosca. Nel 1933, un noto collezionista d’arte americano, Stephen C. Clark, acquistò il Cézanne da una certa Knoedler, secondo quanto riferisce il Met (The Metropolitan Museum of Art). Sembra che la Knoedler fosse una galleria d’arte newyorchese che dopo quell’acquisto chiuse i battenti. Clark concesse il dipinto al Met nel 1960.

Nel 1933 o 1934, Clark ottenne anche il “Caffè di note” di Van Gogh dalla Knoedler, secondo una fonte web della Van Gogh Gallery. Questa volta fu la Yale University ad acquistare il dipinto nel 1921, e anche qui si trattò di un lascito di Clark. I dipinti sono ancora oggi di proprietà del Met e della Yale University. Nel 2008, dopo esser venuto a conoscenza dell’acquisto del Met dell’opera di Cézanne, il pronipote, nonché unico erede di Morozov, Pierre Konowaloff, ha chiesto che il museo restituisse l’opera. Al ‘no’ del museo, ha fatto seguito una battaglia legale iniziata da Konowaloff. Ma il processo ha avuto vita breve perché è stato annullato dalla corte, perché l’atto della dottrina dello stato — il principio legale che impedisce alle tribunali di interpretare le politiche degli stati sovrani — non ha accolto la sua richiesta. Questa è stata la sentenza confermata in giudizio.

Un anno dopo, nel 2009, la Yale ha avviato un’azione legale per ottenere il diritto di proprietà sul Van Gogh, atto contestato da Konowaloff. E anche questa volta, la corte ha agito a favore della Yale – non esiste la ‘prova provata’ del titolo di proprietà sul dipinto. Non può essere determinante senza una valida prova della confisca messa in atto dai bolscevichi. Non penseremo certo che un erede di una fortuna zarista, peraltro così accanito, abbia alzato le mani e si sia arreso. I legali di Konowaloff sembrano agire imperterriti nonostante il famigerato atto della dottrina dello stato.

 

La Dottrina dello Stato

In sintesi, la dottrina dello stato è il principio legale secondo cui il tribunale statunitense non può indagare sugli atti sovrani di stati esteri. La dottrina impedisce che si possa metter mano negli affari interni di Stati esteri, calpestando così il potere esecutivo del governo.

“La Dottrina dello Stato è il mezzo dei tribunali per dichiarare che gli atti eseguiti da altri Stati entro i confini di un territorio definito non possono essere sottoposti a giudizio. Ciò significa che l’esproprio della proprietà avvenuto per mano di un governo straniero contro i propri cittadini e compiuta sul proprio territorio siano azioni immuni da ogni scrutinio giuridico”, ha detto Dr. Alessandro Chechi, ricercatore all’Art-Law Center dell’Università di Ginevra, e autore del libro The Settlement of International Cultural Heritage Disputes (Oxford University Press, 2014). “Proprio secondo questo concetto, la Dottrina di Stato non è stata concepita per facilitare scambi di opera d’arte a livello internazionale o per osteggiare la richiesta delle vittime di un esproprio”, ha confermato Chechi a L’Indro in un’intervista rilasciata sabato.

L’atto della dottrina di stato ha potere retroattivo. Gli USA avevano riconosciuto il governo provvisorio che aveva sostituito lo zar, ma per anni non era mai stato riconosciuto il governo istituito a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Il governo sovietico venne riconosciuto solo nel 1933. Ad ogni modo, il riconoscimento de jure che gli Stati Uniti hanno acconsentito al governo straniero ha effetto retroattivo per gli atti riguardanti la dottrina di stato, quindi inclusa la data d’inizio del governo. In altre parole, il riconoscimento del governo sovietico da parte degli USA accomoda in qualche modo la confisca bolscevica, escludendola così dalla dottrina di uno stato sovrano, stando a quando recita la dottrina stessa.

La componente retroattiva della Dottrina di Stato “è sfruttata per salvaguardare prestiti e crediti internazionali delle istituzioni internazionali, spesso a scopo di lucro”, spiega Chechi. Ma la troppa cautela dei tribunali nell’applicazione della dottrina diventa anch’essa una problematica non indifferente, proprio come quella operata da Konowaloff. “Non si dovrebbe mettere in atto una difesa a priori ogni qualvolta si presenta un caso di proprietà rivendicata, avvenuta in tempi di guerra”, ha detto Jennifer Kreder, Professore di diritto dell’arte alla Northern Kentucky University’s Chase College of Law, in un’intervista a ‘L’Indro’, venerdì.

Kreder ha sottolineato che le tensioni diplomatiche possono anche avere un impatto considerevole sulla tendenza delle corti che fanno facile affidamento alla dottrina dello stato. Poi prosegue, “Mi chiedo se il risultato [nel caso di Konowaloff]avrebbe potuto essere diverso se quegli stessi casi fossero stati presentati quando le relazioni Russia-USA non erano così tese”. Cimentarsi in azioni simili è roba per pochi sfortunati che scelgono di non oscurare gli obiettivi politici della dottrina per impedire alla magistratura di mettere le mani su questioni esecutive, e che tentano di salvaguardare i rapporti tra stati sovrani. “[L’atto della dottrina di stato non è] né positivo, né negativo, perché esiste pur sempre una logica dietro la [sua]adozione e applicazione. Il vero problema è che viene applicata indipendentemente dal tema in questione, dall’evento oggetto di contese e dispute, o dagli interessi in gioco. Ciò significa che si tratta di un’accezione impassibile dal punto di vista culturale”, dice Chechi. “Anche se son dalla parte delle vittime dell’esproprio illegittimo, non credo sia possibile fare un’eccezione alla dottrina dello stato”. Forse, però, Konowaloff potrebbe essere fortunato.

 

I tentativi di Konowaloff

Il Met e la Yale hanno reso chiaro che i tribunali americani non hanno alcun interesse di azione sulla politica di confisca adottata in illo tempore dai bolscevichi. Ma secondo i legali di Konowaloff, la dottrina di stato potrebbe ancora dare una chance. “Abbiamo approvato che l’Atto della Dottrina di Stato è un asse nei rapporti che coinvolgono la confisca. E anche se si prova che la confisca è illegale, i tribunali non sono interessati a occuparsi di come agiscono i governi stranieri”, ha detto il rappresentante legale di Konowaloff, Allan Gerson, nell’intervista rilasciata sabato a ‘L’Indro’. “La confisca ce la siamo lasciata alle spalle. Non abbiamo intenzione di chiedere ai tribunali d’America di contestare il grado di legittimità della confisca bolscevica sulla proprietà di Morozov. Sarebbe un vicolo cieco. Non daremo modo agli USA di agire in una direzione sbagliata”, ha aggiunto Gerson.

Ma è anche vero che le tribunali possono scegliere di ignorare la confisca dei beni senza ignorare il ricorso alla dottrina di stato. “L’Atto, che è il mezzo a cui i giudici fanno affidamento per confermare che non possono entrare nella questioni esecutive del governo straniero, è pur sempre una dottrina, e non uno statuto. Non è quindi una mossa del sistema giuridico, ma una regola generale messa in atto dai tribunali”, ha spiegato Gerson. L’obiettivo, nell’applicazione della dottrina, è quello di evitare di violare il potere esecutivo del governo, o di avere le mani impastate negli affari di altri stati. In questo caso, però, non esiste il rischio di calpestare i piedi di nessuno, né di inasprire le relazioni tra Russia e USA, sostiene Gerson: “Davvero, non esiste la possibilità di danneggiare i rapporti internazionali, perché la Russia continuerà a cooperare, ammesso che non si arrivi a parlare di confisca”.

Gerson è rientrato di recente da un viaggio in Russia, dove ha avuto accesso alla mole di documenti custoditi negli archivi storici dell’epoca sovietica. Questo gli ha permesso di dire che “la Russia è stata molto accondiscendente nel fornire documenti di una tale rilevanza”. E sulla base di questa ricerca, la speranza di Gerson è quella di spostare il focus dal caso della confisca dei bolscevichi alla natura illegittima della vendita del famigerato dipinto “Caffè di notte”. “Abbiamo analizzato gli Archivi di Stato, con l’aiuto delle autorità russe, e anche gli Archivi di Stalin, e non c’è assolutamente prova di nessuno che abbia autorizzato la vendita del dipinto. Semplicemente, non è stato riportato sui libri. E per questa e altre ragioni, la conclusione naturale a tutto questo è che la vendita sia avvenuta furtivamente e illegalmente per mano del sistema giuridico sovietico”.

E ancora, restando sulla vendita del dipinto e non sulla confisca, Gerson sostiene che Konowaloff abbia, rispetto alla Yale University, più diritto di rivendicare il dipinto. La Russia non ha mostrato interesse nel rivendicare il Van Gogh alla Yale. Gerson crede che questa mossa sia dovuta alla preoccupazione di comparire davanti alla corte statunitense con una pretesa simile, cosa che potrebbe aprire le porte a una giurisdizione scomoda basata sulla confisca. E la Russia ha fatto sapere che il ‘Vaso di Pandora’ bolscevico resterà sigillato. In un incontro con il Consiglio Russo per le Relazioni Inter-etniche, nel febbraio 2013, il Presidente Vladimir Putin ha detto: «Non voglio mettere in discussione se all’epoca il governo sovietico agì nel modo giusto o sbagliato, decidendo di nazionalizzare un bottino di quella portata dopo la rivoluzione del 1917. Sono ormai trascorsi almeno 100 anni da allora, e abbiamo le nostre considerazioni. Se aprissimo ora quel ‘Vaso’ epocale, saremmo consapevoli delle conseguenze e dello scotto da pagare». Sebbene non sia detto che quel giorno non arrivi, il mondo non è pronto, ha dichiarato il Presidente: «Forse arriverà il momento in cui ci sentiremo pronti a sollevare quel coperchio, ma non sarà questo. Non siamo pronti, e per noi sarebbe una missione impossibile».

A parere di Gerson, fino a quando la Russia deciderà di stare al largo da una tale impresa, le relazioni tra Russia e USA non avranno nulla da temere. Gerson continua sostenendo che “l’azione intrapresa dal Tribunale Distrettuale [nel caso del Met]può essere interpretata come un passo di gambero e non una mossa in avanti, finalizzata a non inasprire i rapporti con la Russia. La dottrina non era stata concepita per essere applicata in una situazione simile, e abbiamo smesso di contestare la confisca dei beni … Giustizia sarà fatta, purché venga aggirato il problema”.

Resta ora da vedere se tutti gli sforzi e i tentativi legali di Konowaloff troveranno un perché. E questo, probabilmente, sarà servito a capire che la dottrina di stato sia un contesto da rivedere e riformare. “Per quanto tentiamo di allontanarci dall’atto bolscevico”, dice la corte, “non riusciamo ad accantonare la questione. Bisogna risalire alla confisca, e partire dal presupposto che si è trattato di un atto legittimo, di cui la Russia mantiene il pieno titolo. E la rivendicazione del titolo da parte del vostro assistito è stata estinta proprio con la confisca” ha detto Gerson.

Ma come spiega Kreder, “la verità è che la quantità di oggetti d’arte che ha portato a una simile battaglia legale, non ha ‘destabilizzato’ i diritti di proprietà, la parola che tutti temono quando si tratta di guerre o rivoluzioni”. Dopotutto, un’applicazione più morbida della Dottrina dello Stato non sarebbe certo la fine dell’arte o dell’ordine politico mondiale.

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

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