martedì, Luglio 27

CACCIA AL CREDITO DETERIORATO field_506ffbaa4a8d4

0

Leggiamo sui giornali della necessità di alcuni interventi d’urgenza sulla disciplina concorsuale, ma non vorrei che questo spinga a prendere soltanto alcuni pezzi del nostro lavoro di riorganizzazione complessiva, come da uno scaffale del supermercato“. Questa la preoccupazione espressa ad un certo punto dal Presidente della ‘Commissione per la riforma della disciplina fallimentare’ istituita dal Governo un anno fa e nuovo Presidente aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Renato Rordorf, durante il convegno annuale organizzato dalla ‘Rivista di Diritto dell’Impresa‘ all’Università di Napoli ‘Parthenope’, la settimana scorsa. Un auspicio che rischia di essere disatteso in pieno dal prossimo decreto legge in materia bancaria, oggetto, secondo alcune indiscrezioni di stampa, di un braccio di ferro tra dicasteri.
L’urgenza del Tesoro in queste ore è dettata dal ripristino di alcune condizioni, cancellate dalla miniriforma fallimentare di agosto, che favorivano i grandi creditori finanziari, come gli istituti di credito, a scapito dei creditori commerciali. Ma la revisione per decreto legislativo di alcune misure varate dal Parlamento sarebbe un po’ troppo anche per un Esecutivo così intraprendente. E così venerdì dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri un decreto per le banche, che aggiri il problema, ospitando un pacchetto di disposizioni in materia fallimentare, in parte di nuovo conio e in parte espunte dal poderoso lavoro della commissione guidata da Rordorf, finalizzate a facilitare le mediazioni con i creditori e a rendere i tribunali più efficienti.
Un’esigenza divenuta priorità assoluta dopo l’esito della trattativa italiana a Bruxelles sullo smaltimento degli oltre 200 miliardi di sofferenze e degli ulteriori 160 miliardi di crediti incagliati, giacenti nei bilanci delle banche. Su questa zavorra infatti, l’Italia ha strappato un meccanismo di garanzia statale (il c.d. Gacs), grazie al quale mettere in moto un mercato secondario di obbligazioni, collegato a questi crediti deteriorati, già equiparato dagli analisti indipendenti più scettici ad ‘un salumificio di salsicce‘.
Per i meno adusi ai mercati finanziari, si tratta di un’operazione con tutti i crismi, sottoposta ai controlli delle autorità e alla valutazione delle agenzie di rating. Compito di queste ultime sarà permettere di distinguere agli stomaci più delicati tra i tre tipi di salsiccia finanziaria che finiranno sul mercato. Il tipo di garanzia sottostante (ipoteca immobiliare, pegno, controgaranzia), il livello e l’efficacia del contenzioso aperto e l’efficienza del recupero del credito costituiscono la ciccia dell’insaccato su cui fare più attenzione per lo stomaco, mentre il palato si arrende alle spezie e al profumo di rendimento e prezzo di collocamento.
Il primo fronte su cui rischia di arenarsi il ‘nuovo salumificio Padoan’ è proprio quello dei tribunali italiani, ingolfati dalle procedure fallimentari esplose negli anni della crisi e permanentemente sotto organico. Non a caso su quest’aspetto il professor Rordorf invitava i dottorandi presenti al convegno di Napoli ad andare a vedere il numero di processi iscritti, definiti e pendenti nei vari distretti, in rapporto ai magistrati con le competenze adeguate, a disposizione per ogni tribunale.
Un esercizio essenziale per stabilire innanzitutto gli ordini di grandezza, che alla fine danno come risultato la durata media dei 7-8 anni per la definizione di un fallimento e dei 3-4 anni per un’esecuzione immobiliare; valori doppi rispetto alla tempistica media europea. Secondo i dati disponibili presso l’ufficio di statistica di largo Arenula, nonostante il dato d’inversione rispetto all’anno precedente sul numero dei fallimenti iscritti nel terzo trimestre del 2015, il numero di procedure definite (chiuse, nda) nello stesso periodo resta comunque molto indietro, il che implica necessariamente un ulteriore accumulo di procedure pendenti entro la fine dell’anno: al 30 giugno 2015 le procedure fallimentari pendenti nei tribunali italiani sono arrivate a 92.066, pari a un +2,68% rispetto all’anno precedente e a +9,06% di due anni prima.
A livello nazionale, per farsi un idea dei carichi di lavoro, basterebbe dividere questo numero ‘monstre’ per le toghe in servizio nelle sezioni fallimentari dei tribunali italiani, ma purtroppo questo dato al momento non è disponibile. Possiamo allora procedere a spanne con un criterio, che l’ufficio di statistica del ministero ha ritenuto accettabile per approssimazione. Posto che il numero di magistrati in forza a un determinato tribunale possa essere suddiviso mediamente tra un 55% che si occupa di civile e un 45% di penale, della prima porzione possiamo approssimare al 10% la quota operativa nelle sezioni fallimentari.
Prendendo in esame il distretto di Napoli, pur con un flusso di dati incompleto, avremmo che, per i 6.377 fallimenti accumulati al 2014 risultino disponibili appena 33 toghe (delle 609 in servizio) con le competenze richieste, su ciascuna delle quali incombe una mole di 193 procedimenti fallimentari arretrati e 11, tra concordati preventivi e amministrazioni controllate. Carico quasi doppio nel distretto di Milano, che ha da smaltire per ciascuno dei 28 magistrati ipoteticamente in servizio nelle sezioni fallimentari, ben 341 procedimenti fallimentari e 32, tra concordati preventivi e amministrazioni controllate. Nel secondo caso però, si può contare su un’efficienza molto più elevata, garantita da un saldo quasi in equilibrio (+10%) tra i nuovi procedimenti iscritti e quelli definiti, contro uno sbilanciamento a Napoli del 35% tra aperture e chiusure.
E’ su quest’ultimo dato procedurale che si dovrebbe giocare tutta la partita, poiché, per quanto le 1.000 nuove risorse aggiuntive annunciate dal Ministro Orlando a dicembre (a cui sommare i 3.000 trasferimenti in arrivo senza nulla osta dalle Provincie) possano giovare allo smaltimento degli arretrati, è necessario assolutamente invertire il saldo tra le nuove procedure iscritte e quelle definite. Per fare questo è esiziale la riduzione di tutti i ritardi accumulati durante la procedura per recuperare un credito. Con l’aiuto di un curatore fallimentare del tribunale di Roma proviamo a fare un conto: sei mesi per contattare il cancelliere, fare l’inventario dei beni e raccogliere la contabilità; almeno tre anni per la formazione del passivo con tutte le insinuazioni possibili (tempestive, tardive e ultra tardive); nel frattempo il curatore dispone le perizie per le valutazioni aziendali che mediamente richiedono 120 giorni e fatta salva l’eventualità di contenziosi in essere contro terzi, che possono protarsi nei tre gradi di giudizio per anni, si può finalmente entrare in possesso dei beni, per la cui liquidazione in asta si viaggia sui 2/3 anni; a questo punto ci vogliono ancora sei mesi per il rendiconto finale, prima di arrivare al riparto tra i creditori. Ecco qua come passano sette anni, tralasciando tutti i comportamenti ostativi spesso messi in atto dai debitori e le situazioni difficili quando risultano coinvolti minori e persone malate.

Cosa c’entri questo con la situazione del Paese e con la sfiducia degli italiani verso il sistema bancario, dal quale nel solo mese di dicembre sono defluiti 14 miliardi di depositi, è ancora più evidente andando a rileggere la dichiarazione rilasciata dal vice presidente della banca centrale tedesca Andreas Dombret a Tonia Mastrobuoni della ‘Stampa’, il 23 gennaio scorso: «In primo luogo bisogna far convergere i diversi quadri legislativi dei Paesi, che influenzano enormemente la solvibilità di una banca e la solidità di un sistema bancario. Abbiamo bisogno di un diritto fallimentare unico». Una condizione alquanto precisa per ottenere il via libera tedesco al ‘Sistema di Tutela dei Depositi Europeo’, che Mario Draghi nel consueto discorso di inizio anno davanti al Parlamento europeo ha sintetizzato così: ‘riduzione del rischio’ e ‘condivisione del rischio’ «sono due facce della stessa medaglia e dovrebbero essere perseguite in parallelo». Un’apertura notevole alle pretese dei tedeschi, che ha addirittura spiazzato il coro di voci cresciuto in Italia negli ultimi giorni a favore di una moratoria delle nuove procedure di risoluzione bancaria, in vigore dal primo gennaio di quest’anno. Ma la rotta, anche se non è segnata, ormai è chiara: via alle fusioni tra gli istituti e avanti con lo smaltimento dei crediti deteriorati, attraverso un mercato secondario efficace e procedure di recupero delle garanzie sottostanti efficienti. «Banche più grandi gestiranno meglio lo smaltimento dei crediti difficili» ha detto Padoan. Tuttavia, giova ripetere, il prezzo migliore che si può spuntare da questi crediti dipende anche dai tempi: Bankitalia ha calcolato che appena due anni in meno nei tempi di recupero delle garanzie può «far diminuire considerevolmente, fino a dimezzarla, l’incidenza delle sofferenze sul complesso dei prestiti».
Dopodiché, moratoria a parte, «nessuno può pretendere seriamente che le banche vendano 200 miliardi di sofferenze in pochi mesi» ha dichirato il numero uno di Unicredit, Federico Ghizzoni. Siamo comunque alle battute finali. Forse resterà il disappunto del professor Rordorf, napoletano, classe 1945, che nella sua relazione sottolineava come quel lavoro di riordino complessivo, incoraggiato dalla Raccomandazione 2014/135/UE e delegato dal Governo, fosse ormai necessario per risolvere “la ‘crisi del legislatore’ più volte in questi anni tornato sui suoi passi e ‘il disorientamento dell’interprete’ di fronte alla pluralità delle fonti normative“. Uno sforzo per andare verso quel ‘diritto fallimentare unico’ auspicato in Europa, per il quale ha dichiarato all’Indro il professore, “se la raccomandazione e il lavoro della Commissione non dovesse bastare, potrebbe essere necessaria fra non molto una Direttiva europea, o meglio ancora un Regolamento“.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->