giovedì, Agosto 11

C’era una volta l’America … poi arrivò il 6 gennaio Il concreto pericolo è che il perdurare di quella crisi esplosa nel 2016 con la candidatura a sorpresa di Trump segnali il diffondersi di una crisi di sistema ben più preoccupante

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Sembra ieri. È passato un anno e siamo alla sgradevole sensazione e pensiero di una ricorrenza che mai avremmo pensato di dover ricordare. Un atto di dimensioni drammatiche che, non tanto stranamente, non è stato capace di riverberarsi nelle riflessioni rimosse dal dibattito nelle opinioni pubbliche delle malferme malconce ed in affanno democrazie occidentali. Parlo del 6 gennaio prossimo, un anno da uno degli atti simbolici più eclatanti degli ultimi decenni, in occasione dell’attacco premeditato avvenuto a Capitol Hill, Washington, sede del Congresso americano, Senato e Camera, il simbolo istituzionale più alto e nobile della decantata Costituzione degli Usa del 1787.

Un attacco al cuore di una democrazia interiorizzata come ’il’ faro del mondo, ben peggiore e più gravido di effetti nefasti per il mondo libero di quanto abbiano fatto gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle ed al Pentagono l’11 settembre del 2001. Lì c’era un attacco esterno dei ‘cattivi’ ai valori ed ai princìpi democratici americani e di tutti noi, qui ci troviamo dinanzi ad un molto più pericoloso attacco dall’interno al sistema americano democraticoAvvenuto con una sapiente opera di costruzione del nemico ad opera di migliaia di adepti spiccioli e di fedeli organizzati di movimenti e gruppi di estrema destra, da QAnon, Proud Boys, Boogaloo a cui l’azione ed il comando di Trump ha dato un volto ed una direzione. Diverse facce di un’unica medaglia di neo suprematisti terroristi bianchi, aizzati dal convinto anti democratico e fascista Donald Trump perdente contro il ‘vecchio’ Joe Biden, grazie ad un voto popolare mai accettato. La famosa Big Lie, la grande bugia, ovvero che Biden non abbia vinto le elezioni presidenziali del novembre 2019 nonostante la realtà certificata dagli Stati al voto abbia dimostrato il contrario.

Titolavo un anno fa che gli Usa erano una ‘Democrazia azzoppata tra insurrezione armata e terrorismo interno’ e pensavo di esser stato allora troppo esplicito. E ricordavo che “La ratifica dei voti ufficiali è stata di un record mai raggiunto da altri Presidenti, con Biden votato da 81.238.485 elettori e l’altro con 74.223.744, uno scarto di 7.014.741 voti, con i Grandi Elettori 306 per Biden contro 232”. Una realtà certa comprovata e ratificata che viene non solo negata ma rilanciata in forme e modi ancor più violenti e pericolosi in favore di un’altra rappresentazione, quella personale priva di riscontri ma confacente con i propri voleri e certezze. Un atto eversivo, insomma, poiché fondato sulla negazione dei princìpi di governo di una nazione sostituito da un approccio personalizzato volto a cancellare valori e princìpi normativi fondativi con azioni e strategie che ognuno si può costruire ed a cui poter credere, delegittimando organi istituzionali, attori politici apicali, sedi pubbliche legittimate, organi terzi. Insomma negando valore e legittimazione ai princìpi e valori di una nazione ormai lacerata e spaccata in molti rivoli, non avendo risolutamente contrastato antiche discriminazioni e nuove forme di esclusione. In sostanza radicalmente anti istituzionale, anti potere costituito. Negata da Lui, Donald Trump, ex discusso ed ambiguo uomo d’affari, perfetto embrione prosperato in una nuova forma di società dello spettacolo integrato, direbbe Debord, dove la realtà si è da tempo trasferita nella modalità della sua rappresentazione (la Rete, Internet ed i social, i nuovi costruttori di senso della realtà che da reale, fisica, diretta è traslocata, ridisegnata, in avatar personali ed alternativi), dove tutto ciò che era vero si trasforma nel suo opposto, il falso come ancora e centro di gravità permanente delle proprie opinabili opinioni.

Oggi dobbiamo confermare come quella democrazia contenga in sé germi di una malattia che pareva passeggera ma rivelatasi endemica, di un sistema politico, economico, sociale, culturale in cui sono saltati da tempo tutti i possibili ancoraggi che resistevano con sempre maggior difficoltà per proiettarci in un mondo dove la politica è stata da tempo sostituita da una forma economica di governo della società con un’economia politica del capitalismo selvaggio, delle piattaforme digitali e dell’e-commerce privo di regole. Quelle regole vincoli e limiti che avevano costituito nel tempo della prima rivoluzione industriale il fondamento del modo di produzione capitalistico e di una nascente società industriale con i suoi capitani coraggiosi, gli imprenditori, che rischiavano i propri capitali sul mercato, accumulando nel contempo plusvalore, o profitto ed una forza-lavoro massificata. Volgendoci oggi nel terzo decennio del nuovo millennio con forme di concentrazione delle ricchezze abnormi e di esplosioni di disuguaglianze ingestibili dal sistema politico. Immersi in nuove forme di neoschiavismo, precarizzazione dei rapporti di lavoro, compressione dei diritti individuali e collettivi, fabbriche chiuse e delocalizzate con sms, email (il caso Italia è emblematico, senza che il sommo Draghi abbia mai sentito il dovere di dire e far nulla al riguardo), privi di contatti fisici con proprietà non più di capitalisti in carne ed ossa, come nel primo capitalismo di fabbrica, ma di consigli di amministrazione multinazionali e dunque evanescenti, gassosi, e di fondi di investimento, i veri poteri forti insieme ad un sistema bancario mondiale ed ai grandi capitalisti delle piattaforme, che hanno raso al suolo territori e produzioni, piccolo commercio ed economie di scala impossibilitate a competere con un monopolista della logistica e della distribuzione. Il modello di quel Jeff Bezos che determina prezzi e costi di ogni oggetto di passaggio nei suoi magazzini dopo aver cancellato, come in varie parti d’America ed ovunque economie di territorio, salvo poi assumere lavoratori di ipermercati falliti nel proprio ipermercato mondiale che fa e determina i prezzi. Così da orientare condizionare e stravolgere l’intera economia.

Con la politica, i partiti, i governi in affanno nell’imporre un’assunzione di regole in un mondo globale del capitalismo delle piattaforme digitali nato ed ampliatosi privo di regole. Come per Google, Facebook, Apple e gli altri colossi dell’e-commerce e della e-vita. Trasferitasi dalla realtà fisica ad una proficua realtà virtuale. Cresciuta a dismisura nella pandemia da Covid-19 e sue ormai probabili varianti sistemiche con i delivery, il cibo a casa, dopo i Netflix ed Amazon, ancora, Prime e l’offerta di palinsesti televisivi onnivori che stanno cancellando le vecchie tv generaliste. E dove saremmo stati tutti migliori… Questa in estrema sintesi l’aria che tira nel mondo che Biden, da oltre 50 anni in politica portatore di valori vecchi da rivitalizzare e non solo difendere, si è trovato dinanzi dopo la sua elezione. E che a meno di un anno dalla sua elezione sconta da mesi lo stigma di non farcela nelle prossime elezioni di medio termine del prossimo novembre in cui potrebbe vedersi ridotta la maggioranza alla Camera ed andar sotto al Senato.

Con diversi errori commessi dal suo insediamento. Un rapido ripasso. La pandemia era stata salutata come quasi vincente, mentre i morti ed i contagi salgono in modo preoccupante riportando ad uno scenario di nuove chiusure e nuovo freno all’economia. Riteneva di poter vaccinare la gran massa degli americani e si è ritrovato con gli Stati governati dalle destre repubblicane a fargli la guerra anti vaccini. Ha gestito malissimo l’exit, la fuga dell’esercito americano da una ventennale fallimentare ‘quasi’ guerra con i talebani in Afghanistan ed abbiamo voltato pagina senza dovute riflessioni su cause e ragioni di una sconfitta peggiore del Vietnam. Nel silenzio alleato, tra mugugni per non esser stati neanche consultati al riguardo, abbiamo pianto giusto qualche mese per le donne afgane, poverine!, ricoprendo con una coltre di nulla i motivi e gli esiti di quel fallimento che è costato miliardi di dollari ai contribuenti americani, oltre ai costi miliardari di noi ‘amici’ dell’America. Poi Biden ha fatto approvare dai democratici al congresso un gigantesco piano di sostegno all’economia in tempi di Covid-19 mentre l’altro disegno di legge, quello ambizioso di trasformazione della società americana dall’ambiente ed il lavoro, le cosiddette tre B, Build Back Better, che giace al Senato dove un democratico, uno solo!, Joe Manchin, ha dichiarato di non poterlo votare, pensando più al suo Stato, essendo senatore della Virginia Occidentale. Presentandosi già in forme molto annacquate rispetto alle pressioni provenienti dall’ala sinistra del partito democratico.

Nel mezzo stanno questioni geopolitiche globali come maldestri tentativi di arginare la Russia con nuove pesanti sanzioni, unica arma alquanto spuntata, per ribadire che l’Ucraina è roba dei democratici ed ogni tentativo di annessione sarà duramente colpito. Mentre la Nato, che doveva sparire, si è ‘mangiata’ ben 660 km di territorio arrivando fin sotto i confini russi, con Putin che minaccia sfracelli in caso di annessione al corpo occidentale. Ed intanto volgiamo con ansia lo sguardo verso il più concreto ed importante quasi conflitto in atto, quello con la Cina, su cui si dovrebbero determinare diversi destini del resto del mondo. poi ci sarebbe la minaccia quasi uguale per tutti relativo al deterioramento definitivo dell’ambiente e del clima del Pianeta Terra, quello sì un evento che democraticamente ci seppellirà tutti, tra giganteschi investimenti sulla transizione tecnologica ed ambientale con la riduzione dei gas serra, carbone ed altri fossili. Giusto, solo che i paesi ricchi faranno pagare alle loro popolazioni il passaggio al ‘green’ mentre i poveri sarebbero ancora più indebitati.

Volgendoci verso la fine va ribadito come buona parte degli americani ritenga Trump l’unico in grado di essere un ‘Robin Hood’ che ruba ai ricchi dando ai poveri dovendo ricordare che parliamo di un ricco sinceramente autocrate e dai tratti dittatoriali, seriamente compromesso nella sua psiche come in diversi hanno detto. Un individuo molto pericoloso, divenuto la stella polare, il campione di tutte le cause complottiste. Che ha cambiato, o meglio ha annusato con intuito ferino, il clima politico, il dibattito democratico, le risposte simil dittatoriali tenute a freno con difficoltà giusto per alcuni contrappesi che innervano le istituzioni americane. In questi giorni in cui ribadirà l’ex fascista alla Casa Bianca di esser stato defraudato di un voto che non poteva che vederlo vittorioso (ah le malattie mentali!), mentre Biden ribadirà lo stanco tema della democrazia che è un bene prezioso e va difesa ogni giorno, sì ma nei rapporti di forza concreti e nella reale effettività di un diverso modo di concepire i rapporti sociali. Sembrano due copioni scritti per ribadire campi opposti di pertinenza, all’interno del quale ci saranno i concreti atti e le dgterminanti strategie di cambiamento su cui Biden non ha dato molta prova di esser capace di imprimere una svolta significativa per arrivare al voto di mid-term senza dover divenire subito un’anatra azzoppata. Ed intanto il 2024 si avvicina, con un partito repubblicano in parte ostaggio ormai di Trump ed in parte soddisfatto di poter avere un simile ariete da usare contro gli avversari politici. Il concreto pericolo è che quella crisi esplosa nel 2016 con la candidatura a sorpresa di Trump era già in essere nella società e nella politica americana e da lui seriamente aggravata. Né ci può contentare del fatto che in questi giorni l’Attorney generale di New York abbia emesso dei mandati di comparizione contro Trump, suo figlio Don junior ed Ivanka nell’inchiesta per frodi fiscali. Tutto giusto, ma ormai tristemente fuori tempo massimo.

Almeno noi in Italia il Berlusca lo abbiamo condannato per frode fiscale. Risultato concreto? Gigioneggia, oggi, sul fare o meno il nuovo Presidente della Repubblica perché dicono i suoi fedeli servitori che sia specchiato ed uomo d’onore (in che senso?). Brutta aria per le forme i vincoli e le prerogative della democrazia. Superate da un nuovo modo di far politica e relazionarsi con il potere. La fondata preoccupazione è che il perdurare di quella crisi americana non di soli schieramenti politici segnali più che la crisi contingente di una fase particolare il diffondersi di una crisi di sistema ben più preoccupante. In tal caso, tutte le altre democrazie dovrebbero interrogarsi urgentemente sui connotati e le uscite da un collasso del sistema della democrazia le cui conseguenze sono già tra noi e che potrebbero avere esiti esiziali. Basta vedere come a dicembre sia stato accantonato subito un poco ovunque quel ‘Summit for Democracy’ voluto da Biden al cospetto di diverse nazioni il cui tasso di democrazia sarebbe seriamente discutere. Il malato è l’America o la democrazia liberale?

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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