sabato, Ottobre 16

Business del pulito, Italia in prima fila Parliamo con Luciano Miotto, Presidente di EXPOdetergo International, e Vito Carone, Presidente di Confartigianato ANIL

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business del pulito

Un esercito silenzioso di imprenditori e società italiane che si snoda in tutto il mondo viaggiando di continuo, cercando nuovi alleati, confrontandosi con chi vende e utilizza le macchine del Made in Italy. Il nostro mercato interno non è che una piccola fetta del loro business, anche se la tecnologia e la ricerca vengono sviluppate a partire dal know-how coltivato qui. Solo in Italia, quello dei  produttori di macchine, tecnologie, prodotti e servizi per lavanderia, stireria e manutenzione del tessile vale oltre 4 miliardi di Euro, e il 70% delle apparecchiature è prodotto da società italiane. Più nel dettaglio, significa circa 3 miliardi e 500 milioni di euro per forniture alle lavanderie industriali e circa 1 miliardo di euro per tintolavanderie e lavasecco, stando ai dati di Assofornitori. Sul territorio nazionale l’indotto del settore conta oltre 15 mila lavanderie e lavasecco per un totale di circa 35 mila addetti e un fatturato che tocca il miliardo e mezzo di euro.

Il mercato sembra essere tornato a crescere: se prendiamo i dati di Istituto Poster/Bureau van Dijk elaborati dalla Fondazione Nord Est, si scopre che i ricavi per i produttori delle apparecchiature e delle macchine per lavanderie e stirerie sono tornati sui livelli del 2008 e le lavanderie industriali tra il 2008 e il 2012 hanno segnato una crescita del 19%. Sempre prendendo come riferimento i dati del 2012, si può notare che il 61% dei produttori e il 65% delle lavanderie è in utile.

“Il nostro è quello che viene definito un mercato di nicchia, ma noi italiani siamo i più bravi al mondo quando ci sono di mezzo creatività, cervello e fantasia racconta Luciano Miotto, Presidente di EXPOdetergo International, la mostra internazionale dedicata alle attrezzature, i servizi, i prodotti e gli accessori per lavanderie, stirerie e la pulizia di tessuti e materiali affini che viene organizzata ogni 4 anni a Milano. Si è chiusa il 6 ottobre la diciassettesima edizione, alla quale hanno partecipato 298 espositori provenienti da 21 Paesi diversi, dall’Argentina a Israele, passando per Cina e Turchia. “Noi italiani sappiamo capire meglio di chiunque altro che cosa fare quando un cliente ci espone le sue esigenze, gli regaliamo un servizio e un prodotto ideato apposta per lui. Pensi allo stiro: se i capi vengono fatti da stilisti italiani, noi gli siamo vicini, lavoriamo fianco a fianco e capiamo meglio di che cosa ha bisogno la gente per avere cura dei propri vestiti. Quindi le macchine per la manutenzione di questi capi possono essere realizzate a partire dal contatto diretto con chi li crea e questo ci aiuta a fare cose magnifiche. Io progetto come si tagliano i tessuti e poi ti faccio le macchine per stirarli, così gioco in casa”.

La chiave dei risultati di un comparto in crescita in mezzo a un’economia che stenta sta nell’impegno degli imprenditori secondo Miotto. “Quasi tutte le aziende di questo comparto sono piccole e questo le rende dinamiche, anche se in teoria con queste dimensioni ridotte è difficile andare all’estero. Se guardo in altri settori, conosco delle aziende che hanno dieci volte il fatturato delle nostre e poi non sanno andare all’estero, mentre vedo imprese simili alle mie con un fatturato da quattro-cinque milioni di euro che vanno bene all’estero, sono molto capaci.

Sulla segmentazione geografica e sulla suddivisione delle aree di competenza dell’export però, Miotto tende a precisare che “l’Europa è considerata mercato domestico. Quando io parlo di estero intendo al di fuori dell’Europa. Vendere a Palermo o a Copenaghen è la stessa cosa per noi e in ogni caso non c’è nessun sostegno del governo o di associazioni. Il governo tassa e basta. Abbiamo solo tanta buona volontà e c’è tanto coraggio da parte dei miei colleghi. Alla fiera di Mosca o ad Abu Dhabi ci vanno tutti, vanno ad affrontare direttamente i rivenditori e parlano con loro perché, quando si tratta di macchine industriali, che devono lavorare bene per anni, serve un continuo dialogo con chi le vende e chi le utilizza per assicurare il migliore livello qualitativo possibile.

L’Italia è il secondo Paese al mondo tra i più popolati da esercizi di lavanderie-pulisecco, dietro soltanto al Giappone: secondo i dati di Assofornitori, nel nostro paese c’è un pulisecco ogni 4.000 abitanti, mentre in Francia, Regno Unito e Stati Uniti, la media è di un pulisecco ogni 8.000 abitanti. Numeri che però nascondono un trend negativo secondo Vito Carone, Presidente di Confartigianato ANIL. Il consumatore tende ad andare di meno in lavanderia per colpa della crisi e di una minore capacità di spesa, quindi molte lavanderie chiudono. Inoltre i tessuti sono cambiati, quindi il consumatore più attento preferisce magari lavarli in casa. E anche gli abiti eleganti , in genere costosi, hanno una struttura di tessuto che non è compatibile con la tecnologia di molte lavanderie. In questo senso servirebbero investimenti, ma è difficile farli. Noi stiamo puntando a dare un input al governo italiano per potere avere un piano di investimenti a interessi zero. Sentiamo spesso operatori che si trovano in difficoltà nel ricevere finanziamenti dalle banche perché servono troppe documentazioni per fornire garanzie e chi e già indebitato non le può soddisfare”. 

Nella sua analisi della situazione, Carone fa anche una proposta per la prossima edizione di EXPOdetergo, che si terrà nel 2018. “A Rho Fiera potremmo creare uno spazio per stimolare il confronto tra gli operatori e i produttori attraverso workshop continui. Penso che questo sarebbe un valore aggiunto. Magari anche da un punto di vista dei costi si possono organizzare dei corsi di aggiornamento. Credo che se fosse accaduto già quest’anno, fra quattro anni il settore della lavanderia sarebbe stata ancora più contenta di partecipare. Lo dico senza nulla togliere al successo che ha riscontrato, perché ha proposto l’esperienza di diversi concorrenti a livello nazionale e internazionale, però si può fare un po’ di più”.

Sempre gettando uno sguardo al futuro, Miotto ci offre degli spunti su quella che sarà l’evoluzione del settore, soprattutto a livello tecnologico. “Io credo che dal punto di vista industriale il nostro sia un mercato abbastanza maturo, con alcune aree che continueranno a crescere, come quelle che riguardano la produzione di macchinari e prodotti per la cura per gli anziani e per la sanità. Anche in questo caso non intendo solo in Italia, ma parlo a livello mondiale, è un comparto che crescerà in modo proporzionale al Pil medio del pianeta. Poi c’è il mondo della chimica, che ancora lavora per offrire prodotti a maggior risparmio energetico e che non inquinino. Quando sono entrato in questo business c’era il lavaggio a novanta gradi, ora siamo arrivati a sessanta ma si può abbassare ancora. Poi si può risparmiare sull’essiccazione e di sicuro va migliorato ancora tutto ciò che riguarda la connettività delle macchine per la gestione, per la riparazione e l’assistenza. Per esempio, qualche anno fa avevamo lanciato il Gsm all’interno delle macchine ma ora dobbiamo collegare le macchine a internet e sfruttare le potenzialità del cloud computing”. 

Anche l’ambiente ringrazia la ricerca e la sperimentazione del business del pulito. Assofornitori ed EXPOdetergo International promuovono insieme campagna ‘Notate la differenza’ per sensibilizzare gli operatori della ristorazione, dell’alberghiero e della sanità all’utilizzo di “tovaglie in tessuto e non della carta. Non posso nascondere che dietro ci sia anche un interesse di business, ma è una questione ecologica. Lavare un tessuto inquina meno che buttare carta plastificata o carta. Noi ci siamo legati ad alcuni ristoratori di livello per promuovere questa iniziativa e secondo quanto dichiarato da Ambiente Italia l’uso del tovagliato in tessuto, rispetto ai succedanei in carta, consente un risparmio dell’80% di risorse materiali non rinnovabili, del 60% di risorse energetiche non rinnovabili, del 60% di acqua, del 55% di emissioni di gas a effetto serra e del 75% di rifiuti prodotti”.

 

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