domenica, Novembre 28

Burundi: una strategia per evitare il genocidio

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L’abbandono del sostengo ad Nkurunziza da parte di Pechino e Mosca è stato evidenziato durante la riunione del Consiglio di Sicurezza ONU del 12 novembre dove la risoluzione sul Burundi presentata dalla Francia è stata votata all’unanimità da tutti i quindici membri Cina e Russia compresi, sfatando cosi i timori che le due potenze emergenti potessero avvalersi del diritto di veto contro la risoluzione.  La risoluzione chiede alle parti belligeranti di aprire un serio dialogo per riportare la pace nel paese.

Prevede anche l’invio di una forza internazionale di pace in Burundi. Scartata definitivamente l’ipotesi di truppe africane la Comunità Internazionale ha dato ufficiale mandato di intervento al contingente di caschi blu della MONUSCO (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo) stanziato nel confinante Congo. Il cambiamento di tattica verso il Burundi attuato da Pechino e Mosca è basato sul rispettivo mancato entusiasmo di essere palesemente coinvolti nel appoggio di un regime che, a differenza di quello Siriano, non gode di nessuna legittimità ed appoggio popolare. I propositi genocidari resi pubblici dai più alti esponenti del CNDD e autorità di Stato e il ruolo nefasto giocato dai terroristi ruandesi FDLR, hanno spinto le due potenze a prendere le distanze. Si preferisce esercitare un’influenza politica ed economica sul futuro del Burundi una volta che il Paese ritroverà la sua stabilità, piuttosto che fare affari in mezzo ad una guerra civile con forti componenti di genocidio e guerra etnica.

Dopo l’abbandono degli ultimi alleati internazionali il regime è in evidente difficoltà. Le azioni di repressione stanno conoscendo fasi alterne di violenze e calma mentre la propaganda sta cercando di negare i propositi genocidari definendo le informazioni veicolate da giornalisti burundesi e stranieri come un tentativo di gettare benzina sul fuoco. Certi giornalisti starebbero inventandosi rischi di genocidio che non esisterebbero nel Paese, secondo quanto affermato lo scorso 9 novembre da Alain Aimé Nyamitwe, Ministro delle relazioni esterne durante una video conferenza con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La risposta ricevuta è secca ed inequivocabile: «Le milizie alleate al partito al potere continuano a terrorizzare la popolazione collaborando con la polizia» sentenzia Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, favorevole ad un inasprimento delle sanzioni contro il paese. «Il Burundi è confrontato con una crisi politica profonda e una rapida escalation della violenza. Il presidente Pierre Nkurunziza è responsabile», aggiunge il Vice Segretario Generale agli affari politici ONU, l’americano Jeffrey Feltman.

Dinnanzi al fallito tentativo di genocidio (le masse rurali hutu non hanno deciso di eseguire gli ordini) il regime e le FDLR stanno tentando di attuarlo a piccole dosi quotidiane secondo le accuse della opposizione. Dopo aver assimilato ogni oppositore come un tutsi filo ruandese (avendo così etnicizzato lo scontro politico nel paese), il genocidio non si starebbe svolgendo come in Rwanda nel 1994, ma attraverso l’eliminazione quotidiana dell’opposizione applicando la regola etnica: 10 tutsi e un 1 hutu, nella attuazione dei omicidi di Stato.

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