domenica, Ottobre 24

Burundi: una strategia per evitare il genocidio

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Kampala – Nella crisi burundese si intravvede una strategia internazionale per evitare il rischio di omicidio in Burundi e riportare pace e stabilità. Una strategia che è stata evidenziata dal abbandono del regime da parte di due dei suoi importanti alleati: Cina e Russia.

Dopo il tentativo fallito di genocidio attuato allo scadere dell’ultimatum di resa lanciato dal regime illegittimo e preceduto da discorsi inneggianti al genocidio pronunciati dal presidente del Senato e dal Pastore Pierre Nkurunziza, la reazione internazionale si è finalmente mossa e nella giusta direzione. La percezione del rischio imminente di un genocidio si è ora rafforzata nelle principali cancellerie africane e occidentali costringendo anche i partner stranieri del regime a diminuire il loro appoggio, se non a ritirarlo.

Il regime nella sua volontà di mantenere a tutti i costi il potere si è messo in una situazione illegale a livello internazionale. Il Burundi, di fatto, è un paese ormai privo di governo. Il partito al potere e le istituzioni statali, forze della difesa comprese, hanno subito una fuga in massa dei responsabili. Vari ministri sono fuggiti all’estero con ingenti somme di denaro pubblico, quadri di partito hanno preferito l’esilio volontario per non essere implicati in future responsabilità. Soldati e ufficiali hanno disertato unendosi alla opposizione armata o più semplicemente vendendo il loro equipaggiamento militare e abbandonando il paese.

Il nocciolo duro del CNDD-FDD (Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia) rimasto non ha alcuna scelta che tentare di conservare il potere a tutti i costi per evitare di perdere grossi affari economici e comparire davanti un tribunale per crimini contro l’umanità. Da qui sorge la carta di giocare sull’antagonismo etnico, trasformando l’etnicità in una variabile politica permanente e rispolverando vecchi mostri del passato, in primis l’orribile contrapposizione tra hutu e tutsi. Il vuoto creatosi è stato riempito dai dirigenti del gruppo terroristico ruandese FLDR, che hanno di fatto il controllo del paese.

Questa situazione creata dagli ‘imprenditori della eticità’, come definisce l’attuale regime Filip Reynthens in una intervista rilasciata al sito di informazione burundese Iwacu, ha spinto la comunità internazionale ad agire. L’azione, seppur tardiva, si basa su calcoli strettamente cinici, ma in questa drammatica situazione, funzionali. Il Burundi è un paese strategico per la regione dei Grandi Laghi e la crisi interna ha alti potenziali di portare ad una guerra regionale. Le prese di posizione ufficiali del Rwanda sono evidenti segnali. Il rischio di guerra regionale è rafforzato anche da calcoli opportunistici effettuati dal Presidente congolese Joseph Kabila, intento ad ottenere un terzo mandato senza nemmeno sottoporsi alla prova elettorale.

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