lunedì, Settembre 20

Burundi, un venerdì rosso sangue field_506ffbaa4a8d4

0
1 2 3 4


La mattina del sabato sono passati i camion dell’immondizia del comune scortati dai genocidari pesantemente armati. Hanno caricato alla meglio i cadaveri che giacevano nelle strade. Li hanno portati via senza nemmeno pulire il sangue sull’asfalto. Testimoni oculari hanno riferito alla società civile e ai media indipendenti burundesi che questi cadaveri sono stati gettati in varie fosse comune scavate per l’occasione. L’esistenza di fosse comuni non è più un segreto dallo scorso novembre. Il governo ha voluto privare alle famiglie delle vittime il diritto di seppellire i propri cari. Una offesa gravissima contraria alla cultura africana che considera sacro onorare la morte rendendo omaggio rituale al defunto. Ha fatto sparire i cadaveri perché, pur avendo compiuto l’inaudito massacro, il regime ha paura della Comunità Internazionale, della Corte Penale Internazionale. Ha paura di finire sul banco degli imputati.

Dopo il massacro (finito verso le 20) i genocidari si sono dati alle celebrazioni. Mentre la popolazione terrorizzata rimaneva chiusa in casa, i “vincitori” festeggiavano nei bar, negli hotel e in certe case private dei VIP del regime. Testimoni oculari, forse il personale che serviva, affermano che veniva ripetuta ovunque una agghiacciante frase: “Twabumaze, nta nkoho igisubira kuvuga!” (li abbiamo sterminati. Non si sentirà più uno loro sparo). Secondo altri testimoni il Consigliere del Presidente Willy Nyamitwe ha festeggiato presso una casa “sicura” ubriaco e soddisfatto della carneficina.  La descrizione di questi festeggiamenti sembra incredibile ma ritrova riscontri sui messaggi twitter pubblicati dai militanti del regime. Primo tra tutti Willy Nyamitwe.  “Vado a dormire con una domanda: cosa guadagnano i Sindumuja (i ribelli) in Europa quando inviano i loro giovani alla morte in Burundi?” il tweet  comparso verso le tre della mattina del 12 dicembre.

Sabato 12 dicembre le Imbonerakure hanno organizzato una manifestazione in centro a Bujumbura per celebrare il massacro cinicamente chiamata “Marcia della Pace”. Gli slogan lanciati in Kirundi avevano altro tono e incitavano odio e difesa della patria dai terroristi guidati da Paul Kagame. Chiaro riferimento alle forze di liberazione e al presidente ruandese. I manifestanti hanno glorificato i poliziotti e i militari che hanno trucidato i loro concittadini il giorno prima. Nella mente di questi fanatici il loro vicino di casa a cui non piace Nkurunziza non è un oppositore politico. È divenuto un nemico da abbattere! Nello stesso istante nei quartieri la maggioranza della popolazione, contraria al regime, piangeva i propri morti spesso senza poterli seppellire. Rubati dal regime e gettati nell’immondizia. Il massacro del 11 dicembre e la beffarda manifestazione dei genocidari il giorno dopo hanno cristallizzato due Burundi contrapposti creando la totale impossibilità di riconciliazione nazionale: «Temo per la mia vita, quella dei miei cari e dei miei amici. Ieri la polizia ha cercato le vittime casa per casa. Siamo scappati per miracolo. Se avessi dei soldi comprerei un passaporto e fuggirei dal Paese». testimonia Fidele Muyobera, 22 anni al quotidiano The Indipendent. «Cosa sta aspettando la Comunità Internazionale? Vogliono intervenire quando in Burundi saremo tutti morti?», domanda un commerciante di Nyakabiga, Gerald Bigirimana.

Le violenze sui civili attuate venerdì 11 dicembre non sono state una rappresaglia improvvisa all’attacco delle forze di liberazione ma una carneficina premeditata compiuta porta a porta contro una precisa categoria della popolazione: i tutsi. È stato eseguito un meticoloso piano di sterminio studiato in precedenza da menti che sono già esperte di terrorismo e genocidio: le FDLR.  Quando è arrivato il momento opportuno si sono semplicemente messi al ‘lavoro’. Seppur tra le vittime si annoverano anche cittadini di origine hutu la pulizia etnica ha colpito i quartieri a maggioranza tutsi e rispettato l’ordine impartito dal regime: “uccidere un hutu e dieci tutsi oppositori in ogni operazione di nettoyage». Secondo Radio Pubblica Africana i massacri perpetuati il 11 dicembre sono stati preparati prima dell’attacco ai campi militari. RPA è stata chiusa e bruciata lo scorso maggio dopo aver presentato le prove dell’omicidio di Stato delle tre suore italiane, Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernadetta Boggian nel settembre 2014. Avevano scoperto i piani genocidari del governo e l’alleanza con i terroristi FDLR. Il direttore di RPA Bob Rugurika messo in carcere dove hanno tentato di assassinarlo. Solo la pressione internazionale lo ha salvato. Ora rifugiato politico in Belgio, Rugurika ha presentato prove inconfutabili dei piani genocidari al parlamento belga e a quello europeo. RAP, che ora trasmette da un Paese vicino, è considerata dai media occidentali una radio indipendente affidabile e stimata.

La violenza e la premeditazione del massacro sono di tali proporzioni che hanno costretto il governo a ratificare il bilancio delle vittime. Dalle 12 vittime del primo comunicato dell’esercito si è passato a 87 vittime del ultimo comunicato. Governo e Stato Maggiore dell’esercito hanno passato tutta la giornata a fabbricare cifre sulle vittime per giustificare l’ecatombe. Secondo la versione ufficiale tutti i caduti sono dei ribelli. Nessun civile è stato ucciso. Affermazione surreale. La società civile e i testimoni oculari affermano che siano centinaia i cittadini burundesi caduti sotto la furia genocidaria. Il bilancio più vicino alla realtà è tra i 200 e i 400 morti. Un numero doppio di feriti. La pulizia etnica è stata così ben documentata dai smart phone che minimizzare o negare il massacro significa inequivocabilmente schierarsi politicamente dalla parte dei genocidari.

Alcuni osservatori africani affermano che il regime abbia compiuto il massacro di tutsi come reazione ai falliti colloqui con l’Unione Europea avvenuti a Bruxelles il 8 dicembre scorso. Purtroppo l’analisi non corrisponde alla realtà. Il massacro etnico corrisponde è frutto di strategia del CNDD e dei terroristi ruandesi FDLR per mantenere il potere. Usare il genocidio  come arma per trasformare lo scontro politico in guerra etnica. Colpire sistematicamente la minoranza tutsi da diversi mesi ha come obiettivo spingere il più gran numero di tutsi verso la ribellione armata come unica possibilità di difesa. Il regime vuole che l’opposizione e la lotta di liberazione sia guidata quasi esclusivamente da tutsi. Solo allora il regime potrà mobilitare la “maggioranza silenziosa” (termine tanto caro alle frange della destra cattolica italiana), le masse contadine hutu che fino ad ora rifiutano di entrare nella lotta.

Se la strategia interna al Paese è quella del genocidio, quella esterna è di negarlo. Il regime sta attento a non commettere il genocidio su larga scala come fu in Rwanda. Lo compie gradualmente. Venti morti un giorno, trenta il successivo. Questo genocidio strisciante e silenzioso è più difficile da individuare. Uccidere 4000 o 10000 persone in un solo giorno (come successe in Rwanda) attirerebbe l’attenzione internazionale e il suo intervento militare. Uccidere lo stesso numero di vittime in vari mesi offre l’opportunità di confondere, di negare, di far passare il genocidio in scontri politici, di rendere meno efficace ed incisivo l’opera di denuncia giornalistica. Dopo aver lasciato  i cadaveri per strada fino alla mattina di sabato 12 dicembre come chiaro monito alla popolazione, il regime si è affrettato il giorno dopo a far sparire le prove per impedire al mondo esterno di contare le vittime. I rari giornalisti occidentali presenti nel Paese o sono sorvegliati (e quindi impediti di lavorare correttamente) o in un qualche modo compiacenti al regime. Pádraic Macoireachtaigh, un irlandese che abita a Bujumbura ha ricevuto l’ordine di lasciare il Paese in 48 ore dopo aver scritto un tweet critico sul governo. La chiusura dei media indipendenti e la lista di giornalisti stranieri non graditi sono state azioni premeditate servite a creare un monopolio della informazione a favore del regime. Il mondo ha due scelte, credere alla società civile e all’opposizione (definiti terroristi dal governo) o credere alla versione ufficiale.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->