sabato, Aprile 17

Burundi: sdoganamento della giunta militare da parte di ONU e UE? La revoca delle sanzioni economiche è ancora da inserire nell’ordine del giorno, eppure lo spiraglio aperto rafforza il regime che, fin dall’inizio della crisi nel 2015, è sopravvissuto causa l’inerzia della Comunità Internazionale

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Il 4 dicembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha cessato l’obbligo di riferire sulla nazione dell’Africa centrale e ha incoraggiato i suoi partner internazionali a continuare il dialogo per la ripresa dell’assistenza allo sviluppo. La risoluzione 2303, adottata nel luglio 2016 in risposta al deterioramento della crisi dei diritti umani e della sicurezza in Burundi, richiedeva al Segretario generale delle Nazioni Unite di riferire al Consiglio di sicurezza sulla situazione in Burundi ogni tre mesi.

Il regime esulta e organizza manifestazioni a Bujumbura e nelle province di Bubanza, Cibitoke, Rumonge. La decisione recentemente presa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di rimuovere il Burundi dalla sua agenda politica dimostra che le Nazioni Unite hanno compreso i nostri desideri. La mossa rafforza la sovranità del Burundi“, ha affermato Hamza Venant Burikukiye, presidente di una rete di organizzazioni (CAPES +che sostengono la lotta contro l’HIV / AIDS.

Di parere diverso l’associazione americana in difesa dei diritti umani Human Rights Watch. “Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe continuare a monitorare la preoccupante situazione dei diritti umani in Burundi, con particolare attenzione alle violazioni in corso e alla responsabilità. Incidenti di sicurezza e segnalazioni di uccisioni, sparizioni e arresti arbitrari sono continuati in Burundi nonostante le iniziali speranze di riforma dopo l’elezione di un nuovo presidente nel maggio 2020.

Nella decisione presa, il Consiglio di Sicurezza ONU ha dimostrato la sua debolezza a sacrificare i diritti umani in nome della Realpolitik. Stessa debolezza dimostrata in Etiopia, dove un altro governo dispotico sta facendo strage dei propri cittadini al nord, in Tigray. La fine dei rapporti specifici sul Burundi verranno sostituiti da riunioni semestrali sulla regione dei Grandi Laghi e nell’Africa Centrale. Questo è un regalo al regime. Le continue denunce di gravi violazioni dei diritti umani non giungeranno in forma costante e puntuale, ma faranno parte di una fitta agenda semestrale con forse 15 minuti a disposizione per esporre la situazione…

Le riunioni del Consiglio di sicurezza sul Burundi sono diventate sempre più controverse e irregolari, con il Burundi e i suoi alleati del Consiglio che tentano di annullare il tanto necessario controllo della situazione nel Paese. Per molti burundesi il messaggio simbolico che questo invia in un momento critico per il paese è preoccupante “, ha detto Louis Charbonneau, direttore delle Nazioni Unite di Human Rights Watch.

La decisione delle Nazioni Unite è stata preceduta dalla visita dell’Ambasciatore dell’Unione Europea in Burundi, Claude Bochu, al dittatore Evariste Ndayishimiye, Alias General Neva. L’Ambasciatore afferma di apprezzare la politica di apertura di Evariste che potrebbe costituire “una solida base per la ripresa di una buona cooperazione tra l’Unione europea e il Burundi in un partenariato dinamico reciprocamente vantaggioso“.

Nel 2016, l’UE ha sospeso tutti i finanziamenti diretti al governo del Burundi per non essere riuscita a soddisfare le preoccupazioni dell’UE sui suoi precedenti in materia di diritti umani, inclusa la perdita di oltre 400 vite. Con un pacchetto di aiuti del valore di circa 430 milioni di euro (520 milioni di dollari) per il periodo 2015-2020, l’UE è il principale donatore del Burundi. Dall’aprile 2015, 300.000 burundesi sono fuggiti nei Paesi vicini, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Intendiamoci, le decisioni prese da ONU e Unione Europee non sono di completa apertura. La revoca delle sanzioni economiche è ancora da inserire nell’ordine del giorno, eppure lo spiraglio aperto rafforza il regime che, fin dall’inizio della crisi nel 2015, è sopravvissuto causa l’inerzia della Comunità Internazionale. La crisi burundese è l’epilogo di tutta una serie di crisi irrisolte dal 1957 e l’opposizione sia politica che militare non ha saputo attrarre a sé la popolazione dopo la rivolta popolare dell’aprile 2015 repressa nel sangue.

Un esperto italiano del Burundi afferma che le origini della latenza della opposizione sia da ricercare nella politica di annientamento portata avanti da Nkurunziza fin dal 2005. “All’epoca l’opposizione burundese era principalmente composta da tutsi. Gli hutu erano compatti dietro il CNDD o il Fronte Nazionale di Liberazione – FNL di Agathon Rwasa ancora più estremista hutupower di Nkurunziza. Questo appoggio è durato fino al 2015 quando la rivolta popolare è stata prevalentemente hutu.  L’opposizione tutsi è stata frantumata. Chi assassinato, chi costretto all’esilio, chi comprato. L’annientamento dell’opposizione 15 anni fa si riflette sulle difficoltà degli attuali partiti di opposizione”.

Anche l’opposizionehutuevidenzia una debolezza politica di fondo che di fatto favorisce la giunta militare. Il principale partito di opposizione, il Congresso Nazionale di Liberazione-CNL, guidato dall’ex Signore della Guerra Aghaton Rwasa , dopo aver di fatto vinto le elezioni presidenziali e amministrative, è stato incapace di canalizzare il supporto popolare dimostrato durante le elezioni, limitandosi a proteste formali contro le evidenti frodi attuate dal regime per rovesciare i risultati elettorali. Dopo di che sia Rwasa che il CNL sono letteralmente spariti dalla scena politica nazionale.

La debolezza strutturale dell’opposizione politica si riflette nei gruppi di opposizione armata: FNL, RED Tabara, FOREBU. Sia i dirigenti politici che militari dipendono al 100% dalle decisioni dei vicini Congo e Rwanda. A dimostrazione della tesi è il recente ‘invito’ di Kigali rivolto ai gruppi armati burundesi di ritirarsi dalle zone occupate in Burundi negli ultimi sei mesi. Fonti diplomatiche ci informano che i gruppi armati burundesi hanno abbandonato i territori da loro controllati ripiegando all’est del Congo e in Rwanda. Nel corso degli ultimi 5 anni diverse sono state annunciate diverse offensive militari all’ultimo minuto annullate per decisione presa da terzi. Al momento attuale, nessun reparto ribelle è presente in Burundi e le forze genocidarie Imbonerakure sono libere di massacrare i civili nella più competa discrezione.

La partita è ancora aperta, ma il rafforzamento momentaneo del regime rischia di trasformare la crisi burundese in una crisi cronica di nessuna importanza per la Comunità Internazionale. Nel frattempo a Bujumbura sabato 13 dicembre è stata organizzata una sfilata delle milizie paramilitari Imbonerakure che hanno lanciato slogan antieuropei oltre alle consuete minacce di annientamento di tutti i tutsi.

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