domenica, Settembre 19

Burundi, parola d’ordine Barahwera: ‘Ammazzateli tutti’

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Lo scorso 8 aprile il Segretario Generale della EAC Liberat Mfumukeko ha rifiutato di riconoscere il rapporto sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal regime Nkurunziza. Rapporto redatto un mese fa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e presentato dal Consigliere Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite: Jamal Benomar. La posizione adottata dal Segretario Generale della EAC a favore del regime è stata possibile grazie all’appoggio di Tanzania e Kenya che hanno messo in minoranza la linea di Kampala e Kigali per convalidare il rapporto ONU. All’interno dei governi tanzaniano e keniota è ancora forte la corrente politica nata negli anni Settanta che individua nel HutuPower l’unico baluardo per le popolazione bantu contro le mire di egemonia regionale nutrite dal fantomatico Impero Hima dei tutsi.

Mfumukeko ha salvato il regime evitandogli  di subire pesanti sanzioni economiche all’interno della EAC dove il Burundi è Stato membro oltre al rischio di espulsione se la situazione dei diritti umani dovesse aggravarsi ulteriormente. A supporto di Mfumekeko giunte il Segretario Esecutivo della ICGLR: Muita Muburi. Le sue dichiarazioni hanno lasciato perplesso le diplomazie internazionali in quanto basate sulla difesa ad oltranza del regime e sul negazionismo. «Continuiamo ad affermare che in Burundi assicura un clima sereno per la popolazione e gli stranieri. Ci sono delle problematiche politiche, economiche e sociali ma non la situazione di sistematiche e premeditate violazioni dei diritti umani, decritta nel recente rapporto ONU» ha dichiarato Muburi liquidando il rapporto come ‘menzogne occidentali’ durante conversazioni private secondo fughe di notizia.

Il fronte pro Nkurunziza, originato da interessi economici, geopolitici e dalla ancora persistente alleanza Bantu Hutu contro il dominio regionale tutsi sembra rafforzarsi facendo entrare nella lista redatta da Gakunzi delle Nazioni colpevoli di mancata assistenza ad un popolo in pericolo, anche strategici Paesi africani quali Kenya e Tanzania che, nonostante i progressi socio economici riscontrati negli ultimi dieci anni non hanno ancora abbandonato quell’odio latente ma micidiale contro una minoranza regionale (i tutsi) accusata di tutti i mali possibili ma, storicamente, vittima delle barbarie primitive e dell’odio etnico originate da nefaste ideologie hutu – bantu. Ideologie tese alla difesa di sanguinarie dittature che depredano le risorse nazionali e massacrano le proprie popolazioni. La lotta per la liberazione del Burundi si preannuncia difficile e lunga. Ma i rapporti di forza e le alleanze potrebbero cambiare realmente se, la battaglia di Gihanga, Rukoko, fosse il primo segnale di una offensiva generalizzata tesa a liberare il Paese. Al momento la comunità internazionale ha di fronte solo un abberrante regime. Se vi fosse una chiara alternativa militare e politica capace di ottenere successi, si creerebbe un’alternativa ad Nkurunziza.

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