mercoledì, Giugno 23

Burundi: mattanza a Bujumbura

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MANOVRE TRASVERSALI DI ALTERNANZA RAZZIALE

Prima degli eventi di ieri, nell’intrigata crisi burundese si era costituita una corrente politica che puntava sull’alternanza al potere tra hutu e tutsi come compromesso per risolvere l’impasse politica. L’obiettivo era di evitare che la guerra di liberazione già in atto dallo scorso maggio diventasse uno scontro aperto e irreversibile.
La corrente politica è traversale e raggruppa diversi politici sia hutu che tutsi tra cui Ciramunda Richard editorialista del sito di informazione ‘Bujumbura News.
Questa corrente  si rifà agli accordi di Arusha (2000)  , quando le parti belligeranti si accordarono per installare un meccanismo di alternanza politica alla Presidenza. L’accordo su questo meccanismo bocciò l’iniziale proposta che vedeva due presidenti a gestire il periodo di transizione al regime del Generale Pierre Buyoya. I due presidenti designati erano: Jean Baptiste Bagaza (Presidente tutsi dal 1976 al 1987 attuale Senatore a vita) e Epitace Bayaganakandi (fondatore del partito moderato hutu Movimento per la Riabilitazione dei Cittadini MRC- Rurenzangemero, deceduto lo scorso luglio per un attacco cardiaco).  Al loro posto fu nominato il Presidente Ad Interim hutu Domitien Ndayizeye, leader del Fronte per la Democrazia in Burundi (FRODEBU) che governò il Paese dal 30 aprile 2003 al 26 agosto 2005, prima delle vittorie elettorali del primo mandato di Pierre Nkurunziza.

La corrente politica traversale sta tentando di riproporre gli accordi di Arusha nella speranza di far accettare all’opposizione la proposta di una condivisione del potere basata su una alternanza di presidenti hutu e presidenti tutsi che si scambiano ogni cinque anni. Tale proposta è sostenuta da alcuni esponenti delle Nazioni Unite, dall’ala dura della Chiesa Cattolica, vicina alla rivoluzione hutu e al Presidente Nkurunziza, e dal Presidente ugandese Yoweri Museveni. Quest’ultimo avrebbe individuato in questo compromesso una soluzione di comodo alla crisi burundese che rischia di disturbare la campagna elettorale e la sua vittoria prevista per il gennaio 2016.
Nei prossimi giorni sarebbero dovuti iniziare delle trattative per esaminare questa soluzione. Vari osservatori regionali ritenevano altamente improbabile che l’opposizione (per la maggioranza hutu) potesse accettare questa soluzione, sottolineando che i fautori dell’alternanza razziale sarebbero stati isolati.
In effetti, alternanza su basi etniche sembra l’antitesi delle aspirazioni democratiche della popolazione che desidera un Governo e un Presidente effettivamente rappresentativi e sganciati dalle logiche etniche.
L’alternanza razziale al potere (prevista dagli accordi di Arusha e mai rispettata da Pierre Nkurunziza) ripropone una logica politica e sociale basata sulla artificiale divisione coloniale tra hutu e tutsi. Una divisione ora nettamente rifiutata dalla maggioranza della popolazione.

In queste ultime settimane nel Paese (e su internet) circolava un manifesto dell’opposizione che recitava: «Non sono hutu, non sono tutsi, non sono mutwa. Sono Burundese!»  -i mutwa è la popolazione pigmea originaria del Paese. Il manifesto è il grido della popolazione che dice basta alla divisione etnica che è stata storicamente fonte di massacri e genocidi. Una divisione che i Paesi dell’Africa Orientale più  progrediti hanno messo al bando, primi tra tutti il Rwanda. Se dovesse prevalere, la soluzione dell’alternanza razziale rappresenterebbe una sconfitta per il popolo burundese anche se risolverebbe temporaneamente vari problemi a Nazioni Unite, Uganda, e Comunità Internazionale. Anche sul piano pratico rischia di non funzionare.
Il terzo mandato di Nkurunziza è un dato di fatto anche se illegale. Il compromesso si baserebbe inevitabilmente sull’accettazione del presidenza illegittima non riconosciuta dal popolo e dalla Comunità Internazionale con scarse garanzie che gli accordi vengano rispettati tra cinque anni passando il testimone ad un Presidente tutsi.
Da qui sorge la natura temporanea della soluzione. Tra cinque anni il problema si ripresenterebbe aggravato. Anche la proposta iniziale contenuta negli accordi di Arusha del 2000 conteneva già il ‘tranello’ e per questo le clausole non furono rispettate. Il Presidente ad interim Domitien Ndayizeye era un alto esponente del partito hutu di ultra destra, il FRODEBU, fondato nel 1992 dal Presidente Melchior Ndadaye che creò il partito dalle ceneri del Partito dei Lavoratori del Burundi, il partito comunista burundese fondato nel 1979 e disciolto nel 1986 dopo essersi inspiegabilmente spostato su derive razziali e genocidarie.
Il FRODEBU fu responsabile della morte di 25.000 tutsi nelle pulizie etniche. Il Presidente Ndadaye fu assassinato nel giugno 1993 durante un colpo di Stato organizzato dall’Esercito per impedire l’attuazione dei piani di genocidio contro la minoranza tutsi del Paese che Ndadaye stava predisponendo in segreto. La morte di Ndadaye diede inizio della guerra civile nel Paese e precedette di un solo anno il genocidio perpetuato in Rwanda dal regime razial nazista di Juvenal Habyrimana. Una guerra civile durata 11 anni causando circa 400.000 morti. Col senno del poi la guerra civile molto probabilmente ha evitato di avere due genocidi in contemporanea… Come logica conseguenza il Presidente di estrema destra hutu passò il potere all’uomo forte del movimento HutuPower: Pierre Nkurunziza, appellandosi al principio di alternanza sancito dagli accordi di pace di Arusha, garantendo che dopo cinque anni sarebbe stato eletto un Presidente tutsi. La storia dimostra quanto il principio di alternanza era già all’epoca inconsistente. Un mero artificio ideato dagli estremisti hutu per conservare il potere razziale in Burundi e avvallato dai promotori internazionali dei colloqui di pace.

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