venerdì, Ottobre 22

Burundi: l’inganno ugandese

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La farsa dei finti colloqui di pace organizzata dal Presidente Museveni rischia di compromettere la linea politica adottata dalla Unione Europea, Stati Uniti, Unione Africana e Nazioni Unite di fermare i massacri e di promuovere i colloqui tra le due fazioni. Dopo il massacro etnico di oltre 200 tutsi avvenuto a Bujumbura il 11 dicembre 2015 e  i tentativi ugandesi di creare un finto dialogo a Kampala, gli spazi per una risoluzione diplomatica della crisi diventa sempre più effimera, irreale. Il rischio che la crisi burundese diventi ostaggio di logiche regionali e internazionali opportunistiche e ciniche porta come conseguenza al rischio di inaugurare una stagioni di finti ed interminabili colloqui di pace e di violenti combattimenti sul terreno dove l’escalation genocidaria sarà la risposta ad ogni sconfitta militare subita dal regime.

Nonostante questa consapevolezza l’Unione Europea ha scelto di contribuire ai colloqui di pace con 300.000 euro. Fondi che hanno grosse possibilità di essere ‘mangiati’ dal Governo ugandese lasciando qualche briciola al regime burundese. La posizione della Unione Europea è compromessa non solo dai colloqui farsa organizzati da Museveni, ma da altri fattori complementari. Il principio di fondo è errato: proporre dei dialoghi tra le fazioni quando ogni possibilità di dialogo è stata compromessa irrimediabilmente.  Il regime ha rifiutato un dialogo sincero e franco con l’opposizione attuando dei trucchi con la complicità del Governo ugandese. Nessun leader della opposizione e della società civile intende attirarsi le ire della popolazione partecipando a dei colloqui che indirettamente riconoscono l’autorità di un regime genocidario.

L’opzione di inviare i caschi blu è al momento irrealizzabile. Secondo fonti interne alla  missione ONU di pace in Congo, la reticenza delle Nazioni Unite a inviare i soldati della MONUSCO è dovuta da una opposizione dei vertici della MONUSCO che è stata espressa attraverso corrispondenze interne tra Goma (Congo) e New York. Due le principali motivazioni. Il rifiuto di inviare in Burundi dei soldati senza mandato offensivo che inevitabilmente diventerebbero il bersaglio di entrambe le fazioni in conflitto. La seconda motivazione è dettata dalla impossibilità di combattere in Burundi il gruppo terroristico ruandese FDLR in quanto la MONUSCO dal 2012 ha siglato con i dirigenti FDLR una alleanza nel 2012 durante la guerra contro la ribellione Banyarwanda M23. Alleanza tutt’ora in vigore. Basta guardare i dirigenti militari FDLR liberi di circolare a Goma (Nord Kivu, Congo) dove dirigono le operazioni militari contro il Burundi.

È difficile in questo momento comprendere se all’interno della Unione Europea esiste un doppio binario diplomatico. Il dato certo è l’influenza francese a diluire la condanna verso il regime di Nkurunziza. Ironicamente è lo stesso Nkurunziza che rende difficile il sostegno politico di Parigi. L’obiettivo del regime è di usare il genocidio contro i tutsi come uno strumento per trasformare la lotta politica in guerra etnica. Al momento l’intento non ha dato i frutti sperati. Occorrono altri atti genocidari come quello avvenuto venerdì 11 dicembre. Ogni atto genocidario compiuto dal regime rende, però, più debole e insostenibile la posizione della Francia incalzata dall’interventismo del Belgio.

Quale soluzione è rimasta per porre fine alla tragedia burundese? ‘Occorre fermare il Presidente Nkurunziza‘, titola l’editoriale del 14 dicembre 2015 del settimanale indipendente francese ‘Courrier International’. Un appello a cui il Governo belga ha  risposto, annunciando di fornire aiuti ed armi all’Esercito di liberazione  organizzato dalla FORSC (Forum per il Rafforzamento della Società Civile)  e interrompendo ogni rapporto diplomatico con il Governo di Bujumbura. Una scelta chiara libera dall’ipocrisia di altre Nazioni occidentali, quali Stati Uniti e Francia, che usano il linguaggio diplomatico per coprire operazioni segrete contro o pro il regime genocidiario. Altre Nazioni, quali il Canada e la Norvegia, hanno scelto di evitare dichiarazioni pubbliche ma di impegnarsi concretamente per il ritorno della democrazia nel Paese africano. Un impegno che porta ad appoggiare la società civile e l’opposizione armata raggruppate nella FORSC.

 

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