mercoledì, Ottobre 20

Burundi: l’inganno ugandese

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La posizione adottata dall’Uganda sulla crisi burundese è pressoché identica a quella adottata nel corso della guerra civile scoppiata nel Sud Sudan nel dicembre 2012. Dopo un iniziale appoggio delle opposizioni dei rispettivi Paesi Museveni ha scelto per convenienze politiche ed economiche di appoggiare i governi del Sud Sudan, Burundi e i rispettivi presidenti: Salva Kiir e Pierre Nkurunziza. Per il caso del Sud Sudan l’appoggio è stato motivato dagli interessi petroliferi che l’Uganda ha nella giovane Nazione africana. Per il caso del Burundi l’appoggio è motivato dalla necessità di impedire la realizzazione della democrazia popolare, in quanto ritenuta un pericoloso esempio per la stabilità interna del regime di Museveni. Il leader ugandese che tiene il Paese strettamente sotto il suo controllo ha sempre assicurato progresso, benessere, pace alla popolazione in un contesto di ‘democrazia controllata’ dove ogni ugandese è libero di esprimere le proprie opinioni e vivere come vuole a condizioni che non metta in discussione il diritto di Museveni, del NRM e della Casta Militare UPDF di gestire l’Uganda per l’eternità.

Se il sostegno al Presidente sud sudanese si è tramutato in una partecipazione militare dell’Uganda, terminata lo scorso ottobre, il sostegno all’ex Presidente burundese si concretizza nella realizzazione di finti colloqui di pace a Kampala. L’obiettivo è estremamente cinico: raggiungere degli accordi di pace che riconoscono la legittimità di Nkurunziza tramite riunioni tra rappresentanti governativi del CNDD-FDD e rappresentanti della opposizione sempre del CNDD-FDD. La farsa degli accordi di pace a Kampala serve unicamente per mettere fuorilegge la vera opposizione che inevitabilmente rifiuterà gli esiti della farsa orchestrata da Museveni, offrendo la possibilità al regime burundese di gestire l’opposizione interna come un problema puramente militare-terroristico.

La politica estera degli ultimi anni voluta da Museveni nella regione è caratterizzata da una svolta reazionaria orientata da calcoli economici e politici che hanno vanificato il passato ruolo assunto dall’Uganda di stabilità e progresso nella regione dei Grandi Laghi. L’intervento militare ugandese in Sud Sudan è stato il principale fattore di una guerra civile prolungata dove circa 24.000 civili sono stati uccisi e 2,3 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, 650.000 dei quali divenuti rifugiati nei vicini paesi, come ci ricorda la giornalista Cornelia Isabelle Toelgyes. Senza l’intervento militare del UPDF il regime di Salva Kiir sarebbe caduto nel dicembre 2012 sotto la pressione militare del ex Vice Presidente Rieck Machar, risparmiando al Sud Sudan una atroce guerra civile che dura da tre anni.  L’organizzazione di finti colloqui di pace hanno grossi rischi di alimentare la guerra civile in Burundi e collegato genocidio, in quanto alla vera opposizione l’unica scelta rimasta sarà quella delle armi per abbattere il regime razial nazista.

La scelta opportunistica adottata dal Presidente Museveni nei confronti della crisi burundese ha riacceso la guerra fredda tra Kampala e Kigali iniziata con la battaglia di Kisangani (Congo) nel 2002 e terminata nel 2012. I primi preoccupanti segnali sono stati evidenziati durante la cerimonia di investitura del nuovo Presidente della Tanzania,  John Magufi. Durante la cerimonia i presidenti Museveni e Kagame si sono rifiutati di stringersi la mano. La guerra fredda tra Uganda e Rwanda verte su interessi economici regionali ma anche su personalismi. Museveni ha sempre considerato Paul Kagame una sua creatura. Il processo di indipendenza politica ed economica del Fronte Patriottico Ruandese verso il Paese che ha reso possibile la liberazione e la fine del genocidio; l’Uganda è stato vissuto da Museveni con un gesto di ingratitudine di un figlio verso il padre.

La linea politica adottata da Museveni è un inganno anche per il regime burundese. Nell’Uganda Nkurunziza non ha trovato un franco alleato ma solo un opportunista temporaneo. Una volta vinte le elezioni e stabilizzato il Paese da eventuali proteste popolari, il Presidente Museveni potrebbe adottare una politica ben diversa nei confronti del regime sopratutto se gli atti di genocidio aumentassero di intensità. L’Uganda non può ne vuole essere un vero alleato del regime. La prova è che non vi sono denunce a livello ufficiale nè sottobanco da parte ugandese alla politica adottata dal Rwanda di sostenere militarmente e finanziariamente la ribellione democratica del Burundi.

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