venerdì, dicembre 14

Burundi: l’ex Presidente Pierre Buyoya nel mirino dell’ HutuPower Il mandato di arresto internazionale contro il Generale Buyoya ha come obiettivo anche quello di eliminare una tra le piu’ credibili e stimate figure politiche burundesi e aumenta il rischio genocidio

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Dopo l’ondata d’arresti di alti ufficiali dell’esercito del 24 novembre, accusati di essere coinvolti nell’assassinio dell’ ex presidente Melchior Ndadaye nel 1993, venerdì 30 novembre il Procuratore Generale Sylvestre Nyandwi ha emesso 17 nuovi mandati internazionali di arresto. In testa alla lista compare il nome del ex presidente, il Generale Pierre Buyoya. Gli altri 16 ‘ricercati’ sono tutti dirigenti del partito di Buyoya, Uprona, tra cui Charlese Mukasi e Luc Rukingama ed ex alti ufficiali che hanno prestato servizio nell’esercito durante la guerra civile scoppiata dopo l’assassinio di Ndadaye tra i quali il Colonnello Pascal SIndanduku.

Come nella prima ondata di arresti anche questa lista è stata stipulata su base etnica. Tutti gli indiziati sono tutsi. Gli arresti del 24 novembre sarebbero stati motivati per sventare un tentativo di colpo di Stato in preparazione dallo scorso ottobre che doveva facilitare la liberazione del Paese ad opera dei gruppi armati FNL, FOREBU, e RED Tabara. I mandati internazionali d’arresto avrebbero come obiettivo quello di eliminare tutti gli ufficiali attualmente in servizio appartenenti alle FAB (Forze Armate del Burundi).

La FAB era l’esercito della Repubblica prima della Presidenza di Pierre Nkurunziza formato prevalentemente da tutsi. Ha sempre assunto il ruolo di protezione della minoranza etnica nel Paese minacciata dagli estremisti interni dell’ HutuPower e dal governo razial nazista ruandese di Juvenal Habyarimana che si concluse nel genocidio di 1 milione di persone nel 1994. In questa difesa della minoranza tutsi, esercitata in un contesto di polarizzazione della società burundese creata anche da forze esterne quali il Rwanda di Habyarimana e la Francia, la FAB attuò delle vere e proprie pulizie etniche contro gli hutu come quella avvenuta nel 1972, in risposta ad un tentativo di invasione di milizie burundesi HutuPower appoggiate da Habyarimana.

Il presidente Ndadaye fu ucciso da ufficiali tutsi in quanto sospettato di preparare un genocidio contro i tutsi. La FAB sostenne tutto il peso della guerra civile scoppiata dopo l’assassinio di Ndadaye scontrandosi con le milizie di Nkurunziza FDD e la seconda guerriglia hutu, il Forze Nazionali di Liberazione – FNL. Durante la guerra civile, durata 10 anni, la FAB protesse la popolazione in generale e in particolare la minoranza tutsi dal genocidio. La Pace di Arusha, siglata nel 2000, fu accettata per risolvere la crisi politica in Burundi e mettere fine alla guerra civile pur constatando che le forze Hutu non erano state in grado di sconfiggere militarmente la FAB.

Il Generale Pierre Buyoya giunge al potere nel 1987 in un contesto di forti tensioni tra hutu marginalizzati e tutsi al potere. Il golpe fu attuato contro il Generale Jean Baptiste Bagaza, tutsi collegato a Buyoya da legami di parentela. Buyoya all’epoca ricevette anche il supporto del Vaticano a causa della politica di Bagaza contro la Chiesa Cattolica accusata di promuovere le forze HutuPower in stretta collaborazione con il Ruanda di Habyirimana. Un’accusa fondata che fu comprovata durante l’Olocausto del 1994 dove il clero cattolico ruandese partecipò attivamente nell’eliminazione dei tutsi. I peggiori massacri avvenuti dal 6 aprile 1994 a fine luglio 1994 si consumarono all’interno delle chiese e scuole cattoliche. Un orribile complicità iniziata con la redazione del Manifesto Bahutu del 1957 coraggiosamente denunciata da Papa Francesco nel marzo 2017 chiedendo perdono al popolo ruandese.

Deposto Bagaza, il Generale Buyoya mantenne il potere fino al 1993 quando organizzò le prime elezioni presidenziali libere a suffragio universale dove Melchior Ndadaye riportò la vittoria. Nei pochi mesi che seguirono la vittoria elettorale Ndadaye iniziò a fare discorsi razziali che preannunciavano un tentativo di imporre uno stato HutuPower in Burundi, in stretta collaborazione con il Rwanda, all’epoca sotto la minaccia dell’esercito di liberazione Fronte Patriottico Ruandese – FPR guidato dall’attuale Presidente Paul Kagame e sostenuto da Uganda, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.

Esisteva un piano ideato da Habyirimana e dalla Francia di trasformare il Burundi in un Paese hutu per creare un fronte unito capace di fermare la liberazione del Rwanda da parte del FPR. Durante quei convulsi mesi della Presidenza di Ndadaye si parlava di liste della morte redatte dal Governo democraticamente eletto e di una meticolosa preparazione del genocidio. Non si poté mai capire se queste accuse erano fondate in quanto Ndadaye fu assassinato dalla FAB come misura preventiva avvenuta troppo presto per comprendere se il piano genocidario fosse reale.

Il Generale Buyoya, accusato di essere il mandante della morte di Ndadaye, evitò di prendere il potere in quanto sarebbe stato una mossa politicamente sbagliata che avrebbe dato l’impressione di voler rinstaurare il predominio tutsi nel Paese. Fu nominato un successore sempre hutu, Cyprien Ntaryamira che aveva idee moderate ed era propenso ad una politica di riconciliazione tra hutu e tutsi. Questa scelta fu obbligata in quanto era già scoppiata la guerra civile a causa dell’assassinio di Ndadaye.

Il Presidente Ntaryamira trovò la morte il 6 aprile 1994 presso l’aereoporto internazionale di Kigali (Rwanda) in quanto era sull’aereo in cui viaggiava il Presidente ruandese Juvenal Habyarimana e che fu abbattuto da mercenari europei su ordine della First Lady Agathe Habyarimana e della Francia, per interrompere drasticamente gli accordi che stavano andando verso la direzione di un Governo di unità nazionale con i ribelli del FPR di Paul Kagame. La notte dell’attentato all’aereo presidenziale fu anche l’inizio del genocidio durato 100 giorni.

In sostituzione del Presidente assassinato in Rwanda fu scelto un altro leader hutu Sylvestre Ntibantunganya che tenne la Presidenza fino al 1996 quando il Generale Buyoya attuò un altro colpo di Stato assumendo direttamente il potere. Il golpe fu attuato per contrastare la guerriglia Hutu del FDD e FNL anche su suggerimento del Fronte Patriottico Ruandese. Paul Kagame aveva un disperato bisogno che il Burundi fosse controllato dalla minoranza tutsi in quanto le forze che avevano scatenato il genocidio nel 1994 erano state messe il salvo dai militari francesi nel vicino Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) da dove lanciavano continui attacchi al Rwanda per riconquistare il potere e portare a termine la soluzione finale contro i tutsi.

Nello stesso anno del golpe in Burundi, lo Zaire fu invaso da Angola, Rwanda e Uganda che posero fino alla trentennale dittatura di Mobutu Sese Seko decimando le forze genocidarie ruandesi stazionate all’est del Paese. Forze che furono riorganizzate dalla Francia nel 2000 sotto la sigla Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda – FDLR che ora controllano vasti territori pieni di minerali all’est del Congo e di fatto detengono il potere politico e militare in Burundi tentando nuove invasioni del Rwanda.

Dopo il golpe, il Generale Buyoya continuò a fronteggiare le milizie FDD e FNL che apertamente dichiaravano l’intento di eliminare tutti i tutsi burundesi e, contemporaneamente, avviò una difficile riconciliazione nazionale, nominando il leader hutu Domitien Ndayizeye al posto di Vice Presidente. Durante i colloqui di pace ad Arusha nel 2000 Buyoya fu il fautore di un graduale passaggio di potere, proposta bocciata da Stati Uniti, Nelson Mandela e la Comunità di Sant’Egidio che imposero un governo di transazione e libere elezioni nel 2005 creando di fatto una situazione ambigua che ha portato alla crisi politica e sociale attuale.

All’epoca vari osservatori regionali fecero notare che questo indirizzo degli accordi di pace era pericoloso. Un’apertura improvvisa alla democrazia senza creare un adeguato contesto di maturità politica tra la popolazione avrebbe creato maggior polarizzazione tra la società burundese e le elezioni si sarebbero svolte su base etnica. Lo scenario paventato si realizzò nel 2005 quando il leader delle forze genocidarie FDD, Pierre Nkurunziza, già incriminato per crimini di guerra, ottenne la vittoria giungendo alla Presidenza.

L’ascesa al potere di Nkurunziza fu tollerata se non salutata positivamente da Stati Uniti, Nelson Mandela e la Comunità di Sant’Egidio che all’epoca nutrivano la presunzione di poter facilmente controllare il Signore della Guerra. Presunzione condivisa anche da Rwanda e Uganda. Nkurunziza doveva fare al massimo due mandati presidenziali e passare il potere ad un Presidente tutsi come previsto dagli accordi di Arusha. La storia è andata diametralmente verso il lato opposto.

Durante il primo mandato Presidenziale Nkurunziza continuò la guerra civile contro la seconda guerriglia hutu FNL. Durante il secondo mandato, ottenuto nelle elezioni del 2010 boicottate dall’opposizione, creò le condizioni per l’attuale regime razial nazista, costringendo gli attori internazionali che pensavano di poterlo controllare a prendere gradualmente le distanze e a scegliere prudenti silenzi a causa dell’elevato rischio di genocidio presente nel suo progetto HutuPower. Ora Nkurunziza intende autoproclamarsi Re del Burundi e trasformare il Paese in una Hutulandia etnicamente pura che si dovrebbe collegarsi al progetto di Hutuland delle FDLR all’est del Congo.

Dopo la pace del 2000 il Generale Buyoya ha ricoperto e tutt’ora ricopre importanti ruoli di osservatore elettorale, mediatore e consigliere politico presso varie organizzazioni internazionali tra le quali l’Unione Africana, l’ OIF e la CEEAC. Attualmente è il Rappresentante dell’Unione Africana in Mali. Il suo nome inserito nella lista dei ricercati a livello internazionale rappresenta un pericoloso segnale della volontà del regime di Nkurunziza di andare verso il progetto della HutuLand.

Gli accordi di Arusha prevedevano una amnistia generalizzata estesa a tutti gli attori della guerra civile, compreso Pierre Nkurunziza. Prevedeva inoltre un esercito misto composto dai soldati tutsi della FAB e dai miliziani Hutu del FDD e FNL. Dopo aver escluso dal nuovo esercito i miliziani del FNL ora Nkurnziza intende trasformarlo in una milizia etnica sotto il controllo dei terroristi ruandesi delle FDLR da affiancare alla milizia genocidaria Imbonerakure anch’essa sotto il controllo delle FDLR. Si parla ora di una modifica della Costituzione con l’obiettivo di eliminare ogni riferimento agli accordi di pace di Arusha. Riesumando l’assassinio politico di Ndadaye si spera di poter alimentare l’odio etnico tra gli hutu al fine di creare le condizioni ideali per la partecipazione popolare ad un futuro genocidio contro i tutsi.

Vari indizi portano a pensare che i progetti di soluzione finale siano ora in fase di accelerazione grazie alle manovre sotterranee condotte dalle FDLR, Imbonerakure e dai servizi segreti burundesi. Il Kora Kora  non è un disperato e folle tentativo di rimanere al potere ma un piano già tentato nel novembre 2015 ma mai attuato proprio grazie alla riluttanza della popolazione hutu di parteciparvi. Ora, utilizzando l’assassinio del presidente Ndadaye il regime spera di poter facilmente aizzare gli hutu e convincerli a partecipare al genocidio.

Questa inevitabile piega genocidaria che sta prendendo la crisi politica burundese ha aumentato le preoccupazioni delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dell’Unione Africana che hanno dichiarato la loro volontà di non considerare i mandati internazionali di arresto spiccati contro Buyoya e altri politici e ufficiali tutsi. L’Unione Africana ha invitato il regime di Bujumbura a smorzare i toni dello scontro politico e a ritirare i mandati di arresto, chiarendo che non verranno presi in considerazione dagli altri Paesi africani.

«Gli arresti e i mandati internazionali sono i segni che Pierre Nkurunziza non desidera la riconciliazione nazionale, ma una maggior polarizzazione etnica in Burundi» afferma l’avvocato Emmanuel Nkengurutse. Il Rappresentante dell’Unione Africana in Mali, Pierre Buyoya, ha reagito tramite un comunicato stampa diffuso il 02 dicembre. «La decisione presa dal regime burundese induce a pensare che sia una manipolazione politica e una nuova manovra diversiva per far dimenticare la grave crisi politica in atto nel Burundi. È sintomatico che la riapertura del dossier Melchior Ndadaye avviene contemporaneamente alle pressioni della comunità internazionale per la pace e il netto rifiuto del regime verso il dialogo politico con l’opposizione» sottolinea Buyoya nel comunicato stampa.

Il mandato di arresto internazionale contro il Generale Buyoya ha come obiettivo anche quello di eliminare una tra le piu’ credibili e stimate figure politiche burundesi che dal luglio 2016 compare tra i nominativi di probabili Presidenti post Nkurunziza. Nel Dicembre 2017 il lavoro certosino di Pierre Buyoya sui crimini di guerra compiuti dal regime, compreso anche quello che uccise le 3 suore italiane nel settembre 2014, ha permesso l’avvio della inchiesta presso la Corte Penale Internazionale contro il dittatore Nkurunziza e tutto il suo partito al potere.

Anche causa alle contradittorie prese di posizione della comunità internazionale e della manifesta mancata volontà di abbattere il regime manus militaris, il Burundi si sta avviando verso la strada del genocidio, inserendolo in un contesto di forti rischi di guerra regionale che coinvolgerebbe Angola, Congo Kinshsasa, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda. Il rischio di genocidio è talmente forte da essere preso in seria considerazione dalle Nazioni Unite e Unione Africana, costringendo al silenzio anche vari collaboratori occidentali del regime razial nazista burundese che nel 2015 tentarono di diffondere tra i media europei azioni di negazionismo riguardo il rischio di genocidio affiancate a interventi mediatici diretti del regime contro i giornalisti italiani scomodi.

A breve L’Indro pubblicherà le prove dell’esistenza di centri di tortura sparsi nel Paese dove si consuma l’eliminazione dei soldati e civili tutsi. Prova lampante che la pulizia etnica è sempre stata una costante orribilmente attuata dal regime fin dal giugno 2015. Una pulizia etnica che ora il regime, disperato e sotto il controllo dei terroristi ruandesi delle FDRL, intende trasformare nella soluzione finale. Tutto è pronto, si attende solo il segnale d’inizio.

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