giovedì, Dicembre 2

Burundi, la Chiesa Cattolica è unita contro il regime? Profonda spaccatura nel Paese tra il clero che intende promuovere le direttive di pace e fratellanza di Papa Francesco e il clero che sostiene ancora Nkurunziza

0
1 2 3


La proposta di dialogo viene fatta in un momento assai delicato e rischia di dar fiato ad un regime che si sta macchiando di gravi crimini contro l’umanità e di rafforzare tutti i regimi dittatoriali africani che stanno cercando di sostenere Nkurunziza presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Congo compreso, dove la Chiesa Cattolica eroicamente si oppone alla dittatura di Joseph Kabila e per questo sta pagando un terribile prezzo di sangue.

Questi regimi dittatoriali, per proteggere se stessi hanno proposto la revoca dell’indipendenza della Commissione di inchiesta ONU, mettendola sotto tutela delle autorità burundesi, accusate dei crimini contro l’umanità. La proposta di questi Paesi africani arriva all’assurdo di pretendere che la Commissione di inchiesta trasmetta tutte le informazioni sui crimini commessi (compresi i nomi dei testimoni) alle autorità giudiziarie burundesi affinché, dicono, ‘esse possano stabilire la verità’. Se ciò avvenisse i giudici trasferirebbero immediatamente le informazioni alla Polizia segreta che procederebbe alla sistematica eliminazione di testimoni e prove.

Per fortuna Stati Uniti e Gran Bretagna (Paesi membri del Consiglio di Sicurezza) hanno dato prova di grande maturità e senso morale rifiutando tale oscena proposta e adottando una linea coerente con il concetto universale di giustizia. La Commissione di inchiesta rimarrà indipendente e il suo mandato rinnovato di un anno. A breve il rapporto, già ampiamente diffuso, sarà presentato alla Corte Penale Internazionale chiedendo esplicitamente che si apra un caso giudiziario contro gli autori di questi crimini contro l’umanità. Questa posizione è stata adottata dal Consiglio con 22 voti a favore, 11 contrari (tra cui Cina, Egitto, Sudafrica e Ghana) e 14 Paesi astenuti tra cui Kenya e Costa d’Avorio.

Evidenziando che la proposta di dialogo promossa dal Vescovo Ntahondereye sembra inadeguata e controproducente per la giustizia e la democrazia nel Paese, noto con dispiacere che Ntahondereye, nella intervista rilasciata al quotidiano italiano, esprime opinioni personali che rischiano di distorcere  la realtà e rendere più ‘umano’ il regime e meno drammatica la situazione in Burundi. Alcune di queste opinioni personali sembrano allinearsi alla propaganda del CNDD-FDD per ragioni che io ignoro.

Il Vescovo Ntahondereye dichiara che, non essendoci una vera opposizione al Governo, si può parlare di regime. Una osservazione giusta ma inspiegabilmente mitigata dalla sua successiva affermazione: “Ma dire che c’è un regime più dittatoriale dei precedenti, però, mi sembra un’esagerazione. Probabilmente chi lo sostiene non ha vissuto regimi del passato”. Sono sbalordito che Ntahondereye riprenda le giustificazioni ufficialmente fornite dal regime in risposta ai risultati della Commissione di Inchiesta ONU.

In Burundi vi sono state varie pulizie etniche commesse da hutu e tutsi. Io stesso ho perso dei familiari nel 1975 e nel 1994 ad opera dell’esercito all’epoca, sotto controllo dei tutsi. L’attuale crisi è dovuta da una mancanza di giustizia che ha alimentato la catena di odio e vendette. Se i precedenti regimi (tutsi) hanno goduto di impunità è anche colpa dell’Occidente e della Chiesa Cattolica che, tramite sue associazioni  esperte nella risoluzione dei conflitti internazionali ha barattato la giustizia con una pace (accordi di Arusha 2000) che non ha retto al corso della storia e ha generato i terribili eventi di sangue che stiamo vivendo oggi.

Allo stato attuale non possiamo minimizzare gli orrori compiuti dal regime Nkurunziza, nè equipararli alle violazioni dei diritti umani commesse in passato. Non regge la fratellanza hutu difronte alla giustizia per tutte le vittime burundesi. Nè possiamo tollerare questo regime in quanto retto da hutu, miei fratelli.  Quì si parla di una pianificazione di un genocidio politico ed etnico. Una pianificazione mai fatta dai precedenti regimi tutsi o gruppi armati hutu che si sono affrontati per decenni in Burundi. Fino ad ora i massacri e i contro-massacri etnici non hanno raggiunto il punto di non ritorno del genocidio. E’ questo il serio pericolo che stiamo ora correndo.

Mi hanno riferito che nelle ultime settimane varie ambasciate europee a Bujumbura hanno condiviso le loro preoccupazioni con il loro personale burundese di etnia tutsi, consigliando di far uscire dal Paese le loro famiglie prima che giunga l’irreparabile.

Il regime Nkurunziza va fermato tramite una risoluta iniziativa internazionale, senza escludere l’uso della forza, per evitare, appunto, l’irreparabile. Il regime deve essere sottoposto ad una giustizia equa e imparziale. Spetterà al nuovo Governo democratico (burundese e non hutu o tutsi) aprire gli armadi pieni di scheletri e sottoporre a giustizia anche i criminali dei passati regimi e bande armate. Ogni paragone della situazione attuale con quelle storiche è fuorviante, inaccettabile e pericoloso.

Il Vescovo Ntahondereye offre un altro spunto di riflessione quando afferma che la situazione nel Paese dal 2016 è tornata lentamente alla normalità. «Ora si può girare per le città e i villaggi, non ci sono posti di blocco. Ci sono i controlli di routine dovuti anche al fatto che molti militari e politici sono fuggiti dal Paese e potrebbero tornare con intenti violenti».  Sinceramente non comprendo dove vuole parare il nostro Vescovo, presentando una così idilliaca ma irrealistica realtà del Burundi. Ntahondereye vive a Bujumbura e non posso credere che non sia a conoscenza delle quotidiane manifestazioni delle Imbonerakure e dell’aumento delle esecuzioni extra giudiziarie e delle violenze dopo la pubblicazione dei risultati della Commissione di Inchiesta ONU.

L’ultima di queste disgustose manifestazioni di puro odio razziale in ordine di tempo  è avvenuta proprio oggi, sabato 14 ottobre, a Bujumbura, e sfociata nelle classiche violenze che hanno costretto le agenzie ONU e le Ambasciate a diramare bollettini di sicurezza, invitando dipendenti e loro cittadini alla estrema cautela e a non frequentare vari punti della capitale tra i quali proprio la Cattedrale cattolica di Bujumbura, dove ogni sabato passano le milizie Imbonerakure intonando inni allo sterminio di tutti gli ‘scarafaggi’ tutsi.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->