venerdì, Settembre 17

Burundi, il gioco si fa duro: decimato lo Stato Maggiore

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A distanza di 12 mesi dall’inizio della crisi creata dalla volontà di rimane al potere dell’ex presidente Pierre Nkurunziza, in Burundi il gioco si fa duro. Tra febbraio e marzo il regime, controllato dai terroristi ruandesi delle FDLR, aveva riportato importanti successi. La comunità internazionale non era riuscita a trovare una linea comune e coerente con la difesa della dignità umana e dei valori democratici lanciando un segnale opposto alla popolazione burundese: No Assistance. Le visite della delegazione del Consigli di Sicurezza e del Segretario Generale delle Nazioni Unite hanno rafforzato il regime, coprendo il genocidio in atto e presenza e ruolo dei terroristi ruandesi. Da come si sono svolte queste due visite erano state concordate precedentemente e pilotate dal regime e dai suoi alleati occidentali.

L’Unione Africana è stata nuovamente bloccata nonostante gli sforzi del presidente ciadiano Idris Deby Itno. I cinquemila soldati della forza di pace africana non giungeranno mai nel martoriato Paese. Al loro posto arriveranno 200 osservatori: 100 civili e 100 militari, disarmati ovviamente. La missione dei Capi di Stato africani ha seguito il copione delle missioni ONU. Solo il Primo Ministro etiope era intenzionato ad un reale monitoraggio. I Capi di Stato francofoni seguivano istruzioni giunte da Parigi, il presidente sudafricano Jacob Zuma aveva come unico interesse tutelare gli interessi delle multinazionali sudafricane nelle miniere di nichel presenti in Burundi. Una tutela individuata con l’appoggio al regime.

Il trionfo del regime sembrava evidente. Per un brevissimo periodo Nkurunziza era ritornato al Palazzo Presidenziale a Bujumbura, la capitale dove ormai interi quartieri, come Mutakura, non esistono più. I loro abitanti uccisi o costretti alla fuga e all’esilio. OCHA, agenzia ONU che coordina le attività umanitarie, notifica un vertiginoso aumento dei profughi e dei sfollati interni, rispettivamente: 246.305 profughi e 25.081 sfollati interni. La maggioranza di essi sono donne e bambini. Gli uomini da 16 ai 50 anni sono stati uccisi o hanno raggiunto le forze di liberazione in Rwanda sottoponendosi agli addestramenti militari offerti dall’esercito ruandese. Circa il 60% dei profughi e sfollati è di estrazione sociale tutsi.

Il regime ha risposto alle ‘grazie’ ricevute da Unione Africana e Nazioni Unite con un aumento vertiginoso dell’arroganza. I colloqui di pace sono ridicolizzati e sistematicamente boicottati nonostante la nomina del nuovo mediatore, l’ex presidente tanzaniano Benjamin Mkapa, che di fatto sostituisce il presidente ugandese Yoweri Museveni. Il regime definisce l’opposizione e la società civile dei ‘terroristi’ chiarendo la sua mancata volontà di dialogare con essi e proponendo falsi leader dell’opposizione che in realtà sono membri del CNDD-FDD, il partito al potere sotto tutela dei terroristi ruandesi delle FDLR. Anche la promessa di rilasciare i prigionieri politici è stata disattesa, come informa Alex Fielding un consulente sui rischi geopolitici della agenzia privata di Intelligence Max Security Solutions. «Se si legge attentamente il decreto ministeriale sul rilascio dei prigionieri si parla di una amnistia per i criminali comuni escludendo accuratamente le persone detenute per alto tradimento e per attività terroristiche, cioè l’opposizione» afferma Fielding alla agenzia IRIN.

Il trionfo del regime ha avuto breve durata. La situazione della sicurezza nella capitale è peggiorata costringendo Nkurunziza a nascondersi nuovamente all’interno del Paese tra Gitega e Ngozi. Un inaspettato colpo gobbo è giunto dalla Unione Europea. In un comunicato a firma dell’Alto Rappresentante della UE Federica Mogherini si rende nota la decisione di sospendere tutti gli aiuti bilaterali verso il Burundi. Verranno mantenuti gli aiuti umanitari per i programmi di urgenza gestiti da ONG e Agenzie ONU relativi alla sanità di base (40 milioni di euro) e ai programmi di nutrizione infantile (15 milioni di euro). Una manciata di soldi rispetto agli aiuti bilaterali per il quinquennio 2015-2020 pari a 420 milioni. Un pacchetto che posiziona l’Unione Europea come primo ente donatore del Burundi. La moratoria degli aiuti sarà esaminata regolarmente su base semestrale e abrogata solo dinnanzi al rispetto delle richieste europee rivolte al regime burundese.

L’Unione Europea richiede la ripresa dei colloqui di pace includendo tutti gli attori della crisi, opposizione, società civile e i tre movimenti armati ribelli inclusi. Ristabilire la libertà di stampa e disarmare le milizie genocidarie. Esige in ultima analisi il ripristino dello stato di diritto, rispetto degli accordi di pace di Arusha del 2000 e della Costituzione. Tradotto in parole povere l’Unione Europea ha chiesto al presidente illegittimo e al suo partito di abdicare. La drastica decisione fa seguito al catastrofico esito della riunione a Bruxelles del 8 dicembre 2015 che sembrava non aver provocato conseguenze. All’epoca gli emissari del regime di Nkurunziza non riuscirono a convincere il Parlamento Europeo sul rispetto dell’articolo 96 degli accordi di Cotonou riguardante i diritti civili e democratici. La moratoria finanziaria è frutto della posizione del governo belga in aperta lotta diplomatica con la Francia non solo per la questione del Burundi ma anche per le attività terroristiche in Europa, di cui il Belgio è stato recentemente vittima.

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