domenica, Maggio 16

Burundi, il genocidio non procede come previsto

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Il presidente Kagame è noto per i suoi rari interventi, tutti con precisi obiettivi. Il suo intervento ufficiale potrebbe preannunciare una svolta nelle relazioni tra i due Paesi che stanno raggiungendo il punto di rottura causa le reciproche azioni belligeranti. Il Burundi si è avvalso dei servizi dei mercenari FDLR che uccisero un milione di ruandesi nel 1994 e il Rwanda ha sempre sostenuto l’opposizione democratica anti Nkurunziza con una vera e propria guerra segreta. Questo coinvolgimento, principale accusa di Bujumbura rivolta a Kigali, viene negato dal presidente Kagame affermando che sono gli stessi burundesi responsabili della situazione, causa cattivi dirigenti che fanno del male al loro popolo. Una posizione diplomaticamente comprensibile in quanto il Rwanda non può ammettere le interferenze attuate anche se tese a rafforzare pace e democrazia nella regione ma soprattutto ad impedire una invasione delle FDLR in Rwanda. Una eventualità quasi assicurata qualora riuscissero a stabilirsi ai massimi vertici del potere nel Burundi salvando il moribondo regime di Nkurunziza.

Al riguardo Kagame dice che è molto preoccupato della presenza dei terroristi FDLR in Burundi e dei massacri etnici del Paese gemello. Una preoccupazione aumentata da quando un mese fa i dirigenti delle FDRL hanno di fatto assunto il potere nel Burundi. Kagame lancia un monito: «I burundesi dovrebbero tirare delle lezioni di cosa è passato in Rwanda». Un’affermazione ambigua. Secondo alcuni esperti regionali è un consiglio a non commettere un vero genocidio. Per altri è un avvertimento: nonostante il genocidio le forze HutuPower persero il potere in Rwanda. Difficile da comprendere chi ha ragione, causa la storica e culturale complessità del linguaggio ruandese.  Alcuni esperti regionali ricordano che l’ultimo monito del Rwanda al riguardo delle FDLR fu quello lanciato allo Zaire per tutto il 1995, prima degli eventi dell’anno successivo.

È prematuro parlare della sconfitta del regime e del fallimento del genocidio. Al momento si registra una temporanea sconfitta anche se del tutto inaspettata dal regime che sembra scosso ma non disponibile alla resa: «Il rischio ora è che vedendosi perduti tentino nuovamente di attuare il genocidio. Non avendo più nulla da perdere e con la seria possibilità di affrontare la giustizia internazionale questi dirigenti potrebbero optare per la soluzione finale come puro atto di follia che chiuderebbe la loro disgraziata epopea di potere» afferma un ufficiale ugandese.

Se il genocidio continuerà o meno dipenderà dalla reazione della Comunità Internazionale nei prossimi giorni. Saranno inviate le truppe africane nel Paese a rischio di genocidio per salvare la popolazione in pericolo di morte? La comunità internazionale porterà davanti alla giustizia il regime come ha avvertito il Giudice Fatou Bensouda della Corte Penale Internazionale? Al momento non è dato saperlo. L’unico dato certo è che le Nazioni Unite e la Comunità Internazionale (Unione Africana compresa) si trovano dinnanzi al problema di come giustificare la passività durata sei mesi e le contraddittorie mosse diplomatiche dettate da uno scontro dietro le quinte delle cancellerie occidentali tra chi vuole pace e democrazia nella regione e chi continua caparbiamente ad appoggiare antichi sogni di potere razziale. Non è un caso che le Nazioni Unite (e la maggioranza dei media occidentali di conseguenza) insiste a fissare il numero di vittime provocate dal regime dallo scorso aprile ad oggi a 200 morti. Una cifra che probabilmente riguarda solo le vittime del primo mese della crisi e che risulta irreale quanto ipocrita dinnanzi alle migliaia di cittadini burundesi caduti per aver rivendicato una vita normale e libera. Una cifra così bassa di vittime serve per giustificare le colpe occidentali di inerzia.

Non smettete di informare, di denunciare. Non pesante che il peggio sia passato. Che si arrivi ad una soluzione. L’inferno deve ancora arrivare e sarà terribile. Il regime ha paura non dei suoi cittadini ma delle prove del genocidio per questo neutralizza blogger e giornalisti nel paese. Quando ha visto che i media internazionali iniziano a parlare di genocidio ha preso paura e lo ha rallentato. La pressione e la denuncia deve continuare. Non abbiamo bisogno di armi, quelle le abbiamo. Abbiamo bisogno di capire che il mondo ci supporta e che voi occidentali credete ancora negli ideali di giustizia e libertà che avete concepito e concretizzato nel vostro passato, per cui noi ora combattiamo” afferma un giovane blogger burundese preziosa fonte di informazioni.  L’Indro seguirà da vicino gli avvenimenti garantendo una costante e reale informazione sulla crisi burundese, compito svolto costantemente fin dal 2014 quando non vi era apparente traccia della tragedia. Tutto covava sotto la cenere…

 

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