venerdì, Maggio 7

Burundi: il coraggio di informare

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Cosa ci dice della guerriglia nata: è seria, ha i mezzi?

La guerriglia sorta dopo gli avvenimenti dello scorso maggio non è compatta. È composta da vari gruppi: soldati che hanno disertato, parte dei guerriglieri del FNL che si sentono traditi da Rwasa che ha accettato di far parte del Governo dittatoriale, altri gruppi armati minori. Non sono ben organizzati e armati. Hanno attaccato la Capitale due volte più come atto simbolico. I vari gruppi armati si stanno preparando a una lunga guerra civile dove affineranno le loro capacità militari.  Stanno anche tentando di creare un coordinamento di liberazione.

 

Venerdì scorso il Capo dello Stato Maggiore, il Generale Prime Niyongabo, è miracolosamente scampato a una mortale imboscata. Sugli autori e mandanti circolano due versioni: la prima addossa la responsabilità a un gruppo armato composto da disertori dell’esercito; la seconda afferma che si tratta di un regolamento di conti interno al regime ordinato da Nkurunziza. Lei come interpreta questa tentativo di assassinio del numero uno delle forze armate burundesi?

È difficile sostenere una o l’altra versione. Sarei più propenso a pensare che sia stato un tentativo di eliminare un pericoloso avversario tramite un assassinio ordinato da Nkurunziza. Dallo scorso luglio tra i due uomini forti del regime non correva buon sangue, nonostante il Generale Niyongabo avesse salvato il Presidente facendo fallire il colpo di Stato del 14 maggio scorso. Si parla che Niyongabo stesse contattando l’opposizione e la società civile per attuare un secondo colpo di stato contro Nkurunziza per destituirlo e prendere il suo posto assicurando un periodo di transizione e organizzando nuove elezioni presidenziali. Nkurunziza, informato del tradimento, avrebbe decretato la sua morte. Non è escluso però che sia stato un tentativo dei ribelli di eliminare il numero uno dell’Esercito per creare il caos all’interno delle forze armate burundesi e facilitare una seconda rivolta per sostenere la popolazione e instaurare la democrazia nel Paese. Vedremo nei prossimi giorni quale saranno le sorti del Generale. Se verrà allontanato dal comando o prenderà la via del esilio significherà che Nkurunziza è dietro alla imboscata. Pronunciarsi in questo momento sarebbe molto azzardato. Quello che è certo è che il regime non è così compatto al suo interno come vuol far credere. Inoltre credo che siano esatte le informazioni sull’esistenza di due guerriglie organizzate e ben armate oltre i confini, ospitate nei Paesi vicini. Purtroppo nessuno ne ha la certezza, anche se la popolazione attende con ansia il loro arrivo per liberarla dal regime.

 

Quindi lei vede una soluzione esterna al problema del Burundi?

Certo. La guerriglia presente all’interno del Paese non ha la forza di rovesciare il regime. Solo un intervento esterno può farlo. A livello giuridico ci sono le premesse. Nkurunziza non è stato riconosciuto come Presidente dalla maggioranza della Comunità Internazionale, e rappresenta una minaccia per l’intera Comunità Economica dell’Africa orientale. I ben documentati crimini contro l’umanità giustificano la sua rimozione. Deve essere portato presso la Corte Penale Internazionale e giudicato. Kenya, Rwanda e Uganda hanno formato un Esercito di rapido intervento per far fronte alle crisi regionali senza l’aiuto dell’occidente: devono attivarlo per il Burundi, e intervenire e al più presto. Un’altra soluzione sarebbe quella di attivare le guerriglie nascoste nei Paesi vicini (ammesso che esistano veramente) e supportarle con reparti di militari professionisti al loro fianco: una riedizione delle guerre di liberazione del Rwanda nel 1994 e del Congo nel 1996. Una guerra di liberazione che durerebbe poche settimane. La polizia e le Imbonerakure non possono far fronte a eserciti moderni. Penserebbero a scappare. Nkurunziza non può contare sulle sue forze armate. Vari reparti si unirebbero alle forze di liberazione, creando fronti dietro le linee e nella Capitale. L’unica forza reale sono i ruandesi delle FDLR, ma se si vedessero accerchiati anche loro penserebbero di rifugiarsi in Paesi vicini per non essere annientati.

 

Quindi il regime di Nkurunziza ha le ore contate?

Non direi. Nkurunziza è abilissimo a rimanere al potere. Sta distruggendo il suo popolo e il suo Paese, ma quello che gli interessa è conservare il potere. Riceve supporto da alcune potenze occidentali storicamente legate a lui per ideologia e interessi (rare e ben note a dire la verità). Riceve anche il supporto del governo di Kinshasa. Ora si parla anche della Turchia, ma non esistono prove concrete. Il regime si sta preparando a una lunga guerra civile nella speranza di vincerla. Se non vi sarà un intervento esterno rimarrà al potere per molto tempo. Sta sfruttando anche le debolezze politiche delle potenze vicine: i presidenti Yoweri Museveni e Paul Kagame sono coinvolti nel problema del terzo mandato per quanto riguarda le loro presidenze. A dire la verità  per Museveni questo sarebbe il quarto mandato consecutivo. Le loro manovre per rendere eterno il potere nei rispettivi Paesi possono incidere in modo negativo sulla determinazione regionale di instaurare la democrazia in Burundi. Per il caso dell’Uganda, la titubanza ad agire energicamente e in maniera risolutrice è evidente. Il popolo burundese rischia di essere vittima di convenienze regionali. Sarebbe un grave errore. Il Burundi di Nkurunziza rappresenta una minaccia costante per la regione, senza dimenticarsi che le FDLR, presenti nel nostro Paese, non hanno mai abbandonato il progetto di invadere il Rwanda e di completare il genocidio del 1994. Speriamo che la ragione prevalga sugli opportunismi politici, e che i leader regionali dimostrino non solo a parole di rappresentare le forze progressiste del Continente.  La vittoria di Nkurunziza in Burundi rappresenterebbe la sconfitta della democrazia in Africa.

 

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