venerdì, Maggio 7

Burundi: il coraggio di informare

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In cosa consiste il vostro lavoro e come lo svolgete?

Il nostro lavoro si svolge in clandestinità. Dichiararsi giornalista in questo momento equivale a una sentenza di morte. Spesso non usiamo attrezzature professionali in quanto troppo evidenti. Svolgiamo il nostro lavoro prevalentemente con gli smartphone, registrando le interviste o prendendo fotografie che immediatamente inviamo all’estero, e cancelliamo subito dopo la memoria nel dispositivo per non lasciare prove delle nostre attività. Per fortuna la maggioranza della popolazione ci sta proteggendo. Evita di far sapere alla polizia delle nostre attività, ci informa se il regime inizia a nutrire sospetti su di noi, ci aiuta in tutti i modi. Alcuni di noi sono ricercati dalla polizia e dai servizi segreti, come Teddy Mazina. Riescono a sopravvivere solo grazie al supporto popolare. Mazina è diventato una specie di Primula Rossa. Ogni poliziotto e miliziano Imbonerakure gira con la sua foto. Mazina è costretto a cambiare residenza ogni notte. Rischia la sua vita ma non vuole mollare. Potrebbe andare in Rwanda, dove ha dei parenti, ma preferisce rimanere qui a testimoniare, come del resto la maggioranza di noi.

 

Il vostro lavoro di informazione ha altre valenze oltre che quelle strettamente giornalistiche?

Certo! Le inchieste, le prove fotografiche e video, le testimonianze raccolte rappresentano una documentazione completa e ricca di prove giudiziarie che sarà molto utile in un auspicabile processo contro Nkurunziza e gli altri leader politico-militari del regime, che devono essere accusati di crimini contro l’umanità. Stiamo indirettamente svolgendo un ottimo servizio ai magistrati che, speriamo, nel futuro saranno incaricati a processare questi criminali.

 

Non avete la sensazione che i media ufficiali vi sfruttino?

Sì, questa sensazione la nutriamo. Ci sono alcuni media occidentali che si avvalgono della nostra collaborazione, ma non accennano del nostro lavoro. I nostri reportage o foto vengono pubblicati con la firma di giornalisti europei che in Burundi non ci sono. Questo spinge i loro lettori a presupporre che questi media abbiano dei corrispondenti nel Paese. Comprendo che pubblicare il nostro nome equivale a una sentenza di morte, ma appropriarsi del nostro lavoro apponendo firme non è degno di un giornalista. Non importa se veniamo pagati. È un fattore di rispetto tra colleghi, sopratutto verso chi mette in gioco la sua vita per informare. Non tutti i Media però scendono a questi bassi livelli. ‘RTB‘, ‘RFI‘ e varie testate anglosassoni sono molto corretti. Fanno comprendere che l’articolo o la fotografia è frutto di loro collaboratori burundesi, pur proteggendoli con l’anonimato. Anche voi de ‘L’Indro‘ adottate la stessa metodologia. Quando menzionate ‘nostre fonti’ comprendo immediatamente a cosa vi riferite. Il lavoro del Beltrami è molto utile, ma sarebbe stato impossibile per lui svolgerlo senza la nostra collaborazione. Diciamo la verità, giornalisti come lui sono considerati ‘di parte’ dal Governo, o peggio ancora ‘collaboratori del Rwanda’. Se scoperti nel Paese farebbero una brutta fine. Per questo sono costretti a lavorare a distanza, nei Paesi limitrofi dove il regime non può arrivare.

 

Cosa dice invece dei giornalisti stranieri accreditati dal Governo?

Evito commenti personali ma non nascondo che nutro poca stima verso questi colleghi. Sono principalmente inviati da famosi media francesi. In pratica sono dei collaboratori del regime, evidentemente in accordo con le loro redazioni e il loro Governo. Si muovono per la Capitale sotto scorta della polizia. Partecipano a cene con alti esponenti del Governo, con cui alcuni hanno stretto anche amicizie personali. I loro servizi sono concordati con il regime prima di essere inviati alle redazioni. Questi personaggi hanno tentato di mettersi in contatto con noi, ma li evitiamo. Non ci fidiamo di loro.

 

La diaspora burundese all’estero è molto attiva nel servizio di informazione. Ha qualche messaggio da dare?

Il ruolo informativo svolto dalla diaspora burundese all’estero è molto importante come le manifestazioni contro il regime indette in varie città europee. Questo impedisce alla propaganda di regime di essere credibile. Tenete presente che le ambasciate burundesi in occidente sono sotto stretto controllo del CNDD-FDD e di Nkurunziza e ricevono istruzioni ben chiare. Mi sento di dare un consiglio alla diaspora burundese: non andate al di là della semplice diffusione dell’informazione: non immettete nel circuito dei social network informazioni nate dal sentito dire che potrebbero creare solo confusione; non incitate alla violenza contro il regime, e sopratutto non menzionate nomi di leader militari che si sono dati alla guerriglia. Siate responsabili, altrimenti rischierete di fare il gioco del regime.

 

Conferma la presenza di militari rwandesi in Burundi?

È un argomento delicato a cui è molto difficile poter rispondere. La polizia e il regime confermano la loro presenza, come confermano che alcuni battaglioni dell’Esercito rwandese hanno più volte sconfinato per attaccare le FDLR che sono presenti in Burundi. Penso che sia probabile, visto che il regime rappresenta una minaccia diretta per il Governo e la popolazione ruandese, ma non posso confermare la presenza militare o il supporto del Rwanda. Anche se avessi prove concrete non lo farei.

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