lunedì, Giugno 21

Burundi: fosse comuni sparse nel Paese? field_506ffbaa4a8d4

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Il fallito genocidio e il mancato abbandono dei propositi di sterminio da parte del regime hanno spinto gli ultimi alleati rimasti, Cina e Russia, a prendere le distanze e unirsi alla Comunità Internazionale per accelerare gli sforzi e impedirlo, attuando le azioni più appropriate tra le quali l’invio di caschi blu del ONU. Dal Vaticano all’Unione Europea, dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite, la Comunità Internazionale tutta sembra promuovere una strategia di uscita della crisi apparentemente contraddittoria, ma forse legata da un’unica regia al momento non facilmente decifrabile in quanto non chiaramente esposta.

Il regime indebolito ha accettato di partecipare agli imminenti colloqui che si svolgeranno a Kampala. Colloqui considerati prioritari per il Presidente ugandese Yoweri Museveni. Riportare la pace in Burundi in tempi brevi e la visita di Papa Francesco sono due punti cardini della campagna elettorale di Museveni per ottenere la vittoria con un largo margine nelle prossime elezioni presidenziali. La vittoria di Museveni è già scontata ma è di estrema importanza il margine di vittoria che sarà riportato, in quanto non è la paura di un’improbabile vittoria della opposizione ad inquietare l”Andreotti’ africano, ma il calo di popolarità tra la popolazione.

I colloqui non iniziano sotto buoni auspici. Il regime ha aumentato la repressione e le pratiche di sterminio, mentre l’opposizione CNARED ha lanciato un secondo appello di sollevazione armata all’Esercito e alla popolazione. Più precisi diventano gli attacchi del movimento di liberazione, ultimo l’audace tentativo di ridurre al silenzio ‘RTNB’, la radio televisione nazionale del Burundi, trasformata in un’emittente di puro odio etnico e incitamento al genocidio sul modello di ‘Radio Mille Colline’ del Rwanda 1994. Attivo più che mai nella propaganda genocidaria il sito di informazione Ikiriho, che opera prevalentemente tramite Facebook. RTNB e Ikiriho sono gli unici media autorizzati ad agire liberamente in Burundi, in quanto promotori di divisioni etniche e di manipolazioni genocidarie. I giornalisti burundesi e i media che in passato hanno favorito la riconciliazione inter-etnica, la difesa della cittadinanza contro l’etnismo, sono stati sistematicamente annientati: i giornalisti massacrati o costretti alla fuga, le sedi distrutte e saccheggiate.

Il regime tenta di giungere a un compromesso per rimanere al potere, forse promettendo un arresto (temporaneo) della repressione per riprendere fiato e rafforzarsi progressivamente per sferrare futuri attacchi. Ha comunque chiarito che nessuna ipotesi di Governo di unità nazionale sarà presa in considerazione. L’opposizione pone come condizione dei colloqui la partenza di Nkurunziza e della sua gang criminale formata da estremisti HutuPower, terroristi ruandesi e mercenari africani. I tentativi del regime si scontrano con i crimini compiuti nel Paese. La lista delle vittime tra i civili si rinforza, mentre è stato sferrato un attacco alle ONG, tra cui alcune finanziate dalla Chiesa Cattolica, passato alleato che permise al CNDD e a Nkurunziza di mantenere il potere per dieci anni. Varie ONG sono state rese illegali e i loro conti bancari congelati (in realtà svuotati per poter far fronte agli impegni finanziari immediati per il sostegno militare straniero ricevuto): attacco considerato dalla società civile un grave attentato ai diritti umani e al diritto di associazione.

Rispetto alla tragedia del Rwanda 1994, si nota con gran sollievo una maggior consapevolezza da parte dei media internazionali. I primi media a dare l’allarme sono stati ‘Liberation‘, ‘Le Monde‘, ‘IbTimes‘, ‘L’Indro‘, ‘African Express‘. Ora la denuncia si è allargata ad altri prestigiosi media, tra i quali ‘Le Figaro‘ e ‘Newsweek‘. Anche i media inizialmente prudenti come ‘Radio France International‘ ora danno largo spazio alla denuncia dell’opposizione sul rischio della soluzione finale. Persistono rari interventi tendenti a negare l’evidenza, per la maggior parte attuati dalla propaganda del regime o da ‘intellettuali’ occidentali. Interventi revisionisti già ampiamente smentiti dalla chiare prese di posizione della Comunità Internazionale da Barack Obama a Louis Michel.

 

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