sabato, Aprile 17

Burundi: escalation di violenze e provocazioni in attesa dei soldi europei e amicizie italiane Il 3 febbraio una delegazione della UE ha incontrato i gerarchi del regime per discutere la fine delle sanzioni economiche. Intanto si avvia la privatizzazione delle aziende nazionali che favorirà i gerarchi e la criminalità internazionale

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La settimana scorsa il Rwanda ha subito l’ennesima provocazione da parte dei terroristi ruandesi FDLR (Forces démocratiques de libération du Rwanda), alleati del regime HutuPower del Burundi, guidato dal generale Evariste Ndayishimiye, noto come il ‘generale Neva’, e dal maresciallo generale Alain-Guillaume Bunyoni.
Secondo i testimoni oculari, i terroristi ruandesi hanno aperto il fuoco con armi pesanti dalla località frontaliera di Nyamuzi, in prossimità della foresta della Kibira. L’
Esercito ruandese non ha risposto alla provocazione. Non si registrano vittime oltre frontiera e i danni causati alle infrastrutture sono trascurabili.

L’azione dei terroristi FDLR (chiamati dal regime ‘banditi non identificati’) ha sollevato l’inquietudine della popolazione e persino quella delle autorità locali fedeli al partito al potere, ilCNDD-FDD. «Queste provocazioni rischiano di finire in tragedia. Non si provoca un Paese militarmente più potente», ha commentato un responsabile di collina del CNDD-FDD. La notizia è trapelata a livello nazionale, costringendo il regime ad affermare, tramite un responsabile militare, che ibanditihanno ripiegato nella fitta foresta della Kibira, e che le operazioni militari per ripulire la zona dai guerriglieri non sono mai state interrotte, invitando la popolazione a segnalare ogni movimento sospetto.Dichiarazione che rasenta il ridicolo, visto che le FDLR, dal 2015 fanno parte integrante delle forze di difesa burundesi, infiltrate sia nell’Esercito che nella Polizia. Il loro referente politico era il dittatore Pierre Nkurunziza, ora è il suo fedele allievo, il maresciallo generale Bunyoni.

La ragione di queste dichiarazioni è nella esigenza di offrire una versione accettabileall’Unione Europea, per non rovinare il duro lavoro di qualche diplomatico europeo a Bujumbura particolarmente indulgente con il regime. Un lavoro, supportato in Europa dalla Cellula Africana dell’Eliseo e da ambigui ‘costruttori della pace’, teso a far credere al Parlamento europeo l’esistenza di finte riforme e inesistente processo di democratizzazione promosso dal generale Neva e i suoi collaboratori. L’obiettivo è quello di revocare le sanzioni economiche in vigore dal 2016 che hanno letteralmente messo in ginocchio il Paese,impedendo al regime di accattivarsi un reale consenso popolare e, soprattutto, di mettere le mani su ingenti finanziamenti stranieri. Un altro segnale che il regime cerca disperatamente di convincere l’Unione Europea a porre fine alle sanzioni, è la liberazione di Christa Kaneza, la madre di famiglia accusata dell’assassinio di suo marito Thierry Kubwimana per coprire un omicidio di Stato legato al traffico d’oro dal Congo.

Martedì 3 febbraio una delegazione (in loco) dell’Unione Europea ha incontrato i gerarchi del regime per discutere la fine delle sanzioni economiche. È una prima presa di contatto ufficiale nel corso della quale la UE ha posto le condizioniper la ripresa degli aiuti economici: democratizzazione dello spazio politico, libertà di parola e associazione, ripristino dei media indipendenti e della libertà di stampa, rispetto dei diritti umani, lotta alla corruzione, dissoluzione della milizia paramilitare Imbonerakure. La delegazione UE ha tracciato una road map che dovrebbe consentire di raggiungere rapidamente una ‘soluzione soddisfacente’ per entrambe le parti. La road map è stata concordata con il Ministro degli Esteri, Albert Shingiro, noto estremista Hutupower e tra i padri fondatori delle Imbonerakure. Se la road map verrà rispettata dal regime di Gitega la fine delle sanzioni verrà decretata nel novembre 2021.

«L’Unione Europea e i suoi Stati membri si sono resi conto che le sanzioni erano controproducenti mentre il regime CNDD-FDD ha disperatamente bisogno di valuta pregiata e aiuti economici. Questa è la base di intesa tra le due parti. A mio avviso nel processo la UE non deve sacrificare i diritti umani a favore della ripresa delle relazioni diplomatiche», ha dichiarato un diplomatico africano a ‘Radio France International’.

Le sanzioni economiche UE hanno fino ad ora impedito al regime di consolidarsi, costringendolo a mantenere il potere con la violenza e a gestire unPaese economicamente collassato. La realpolitikproposta da alcuni Stati europei come la Francia e da alcune note associazioni religiose, farebbe parte della nuova politica estera UE, la quale tenderebbea frenare l’espansionismo economico della Cina in Africa applicando il concetto caro alla Cina di ‘non interferenza negli affari interni di un Paesee contestualmente sacrificando la promozione della democrazia e il rispetto dei diritti umani. Politicache andrebbe in direzione esattamente contrariarispetto al nuovo corso americano di Joe Biden, che punta invece a tenere insieme costruzione di rapporti paritari, promozione della democrazia, protezione dei diritti umani e risoluzione degli ultimi conflitti che infiammano il continente.

Alle richieste UE legate ai diritti umani e alla democrazia, è stata aggiunta la condizione di libero accesso per le società occidentali alle gare d’appalto nazionali e al processo di privatizzazione delle aziende pubbliche. Questa clausola, aggiunta all’ultimo momento, è un indizio del tentativo di alcuni settori privati europei di non consegnare il Burundi nelle mani della Cina,cercando di entrare nella competizione economica nazionale.

Secondo molti esperti internazionali, il regime burundese non sarebbe riformabile, in quanto composto da una giunta militare guidata dasoggetti delinquenziali che governano con il terrore e hanno costruito un network mafioso simile a quello costruito dalla famiglia Habyirimana in Rwanda prima del genocidio 1994. In queste settimane il regime ha annunciato che perseguirà i miliziani Imbonerakure e lotterà contro la corruzione. Alcuni arresti sono stati effettuati, ma riguardano solo i così detti ‘pesci piccoli’. La struttura di repressione garantita dalle Imbonerakure come il network di corruzione ideato da Neva e Bunyoni rimangono di fatto intatti.

Che le riforme e il pseudo processo di democratizzazione facciano parte di una commedia destinata ad avere i soldi dei Wasungu (i ‘bianchi’) è palese, considerando la recente nomina a Segretario del CNDD-FDD di un duro dei duri, Révérien Ndikuriyo, ex Presidente del Senato. A nominarlo è stata una ristrettissima cerchia dei generali del FDD vicini a Bunyoni. Ndikuriyo è un convinto sostenitori del HutuPower e si è personalmente macchiato di crimini etnici contro la minoranza tutsi. «Questo è un cattivo segnale, sia in termini di dialogo inter-burundese che di apertura politica», ha sottolineato preoccupato un diplomatico di stanza a Bujumbura a ‘RFI’, ricordando che Révérien Ndikuriyo è noto per le sue posizioni estremistiche.

Tutte le associazioni internazionali in difesa dei diritti umani concordano che le violenze e il mancato rispetto dei diritti umani dell’attuale dirigenza del CNDD-FDD, dopo la ‘liquidazione’ dell’ingombrante dittatore Pierre Nkurunziza, non è cambiato nel tempo. ACAT ITALIA (Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura) in un recente intervento sui media italiani ha affermato che «In Burundi non vi è alcuna discontinuità nella violazione dei diritti umani col passato regime». ACAT ITALIA afferma di non aver ancora assistito ad alcun cambiamento radicale rispetto a Nkurunziza: le massicce violazioni dei diritti umani continuano essere perpetrate nell’impunità più assoluta. Secondo Massimo Corti, Presidente di ACAT ITALIA, «E’ necessario che ONG e associazioni, da ogni parte del mondo, continuino a far sentire la propria voce e la propria vicinanza a chi dentro e fuori il Burundi lotta per i diritti umani e al popolo burundese tutto», ha dichiarato Corti.
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In Burundi gli squadroni della morte di Evariste Ndayishimiye non stanno subendo alcun processo di disarmo nonostante le promesse fatte alla UE da loro capo. In questo momento il Presidente Evariste Ndayishimiye è all’offensiva diplomatica per vedere se l’Unione Europea possa riprendere definitivamente la cooperazione economica dopo tanti anni di sanzioni. Ha promesso a Bruxelles che le Imbonerakure verranno disarmate nascondendo che questi criminali da lui comandati stanno salvaguardando la sicurezza nazionale, cioè la sopravvivenza fisica del regime. Per questo motivo continuano a commettere in tutta impunità i loro crimini contro l’umanità. L’UE ne è consapevole. I membri del corpo diplomatico e consolare europeo che hanno ascoltato il discorso di Evarsite Ndayishimiye e che stanno proseguendo i loro colloqui con il Ministro Albert Shingiro, dovrebbero chiedere al regime se è così che sta lavorando per ripristinare la pace e la fiducia tra gli attori politici», afferma sui social Urn Hitamwoneza (pseudonimo di un famosa personalità dell’opposizione burundese).

Le provocazioni alla frontiera con il Rwanda sono legate ad una campagna militare conclusasi in tragedia contro le forze ribelli burundesi che ha avuto luogo una settimana fa nel Sud Kivu, Congo. Le unità dell’Esercito fedeli al regime, le milizie Imbonerakure e i suoi alleati politici militari, i terroristi ruandesi FDLR, hanno lanciato unaoffensiva sconfinando in Congo per impedire ai gruppi ribelli RED Tabara, FOREBU e FNL di raggrupparsi, in previsione di attaccare e liberare il loro Paese. Le forze negative del regime di Gitega sono state fermate dall’Esercito congolese FARDC, il quale ha inflitto numerose perdite, come testimonia il personale ospedaliero di Bujumbura, che ha ricevuto decine e decine di feriti gravi e di morti. Lo scontro bellico è stato tenuto segreto sia dal Burundi che dal Congo.

Ma è sul fronte economico che il ‘carattere mafioso’ dei vertici di Gitega è evidente. Il regime ha avviato il progetto di privatizzazione di alcuneaziende nazionali, tra cui REDIGESO, ONATEL,OTB, preannunciando licenziamenti di massa«dal semplice guardiano al direttore generale». La prima vittima illustre è il direttore della REGIDESO, sostituito dal maggiore Jean Albert Manigomba, un fedelissimo di Neva. Manigomba ha il compito di avviare un oscuro processo di privatizzazioni.
Nonostante qualche diplomatico UE pensi il contrario,
gli investitori internazionali sono ben consapevoli che in Burundi tutt’ora non vi sono le condizioni di stabilità politica e pace sociale necessarie agli investimenti. La privatizzazionedelle aziende pubbliche burundesi favorirà due categorie di investitori. La prima: i vari gerarchi di regime. La seconda: le mafie internazionali, tra queste probabile anche qualche organizzazione malavitosa italiana. Entrambi questi inusuali stakeholder useranno le aziende statali per riciclare denaro sporco derivante da corruzione, traffico d’oro e di armi o altre attività criminali internazionali.

Il regime ha avviato una pesante campagna per distruggere le organizzazioni sindacali presenti nelle aziende pubbliche, testimoni scomodi per eventuali operazioni di riciclaggio che esistono già nel settore alberghiero del Paese, coinvolgendo organizzazioni mafiose internazionali, ora in profonda crisi a causa della pandemia da Covid19. I dirigenti sindacali vengono arrestati, accusandoli di complicità con l’opposizione e i ribelli presenti nel Paese. Secondo esperti economici regionali, la politica di privatizzazioni sarebbe ben pianificata. Prendendo a pretesto il fatto che molte aziende sono in fallimento (causa la voracità dei militari FDD e dei dirigenti del CNDD), il regime intende mettere le mani sulle ultime risorse finanziarie a disposizione.

La minaccia di licenziamenti di massa fatta da Neva si è concretizzata già presso la COTEBU (complesso tessile di Bujumbura), dove 2.000 dipendenti sono stati licenziati. La maggioranza dei licenziati sono hutu, per i quali le aziende pubbliche rappresentavano la loro sola fonte di sopravvivenza. I licenziamenti di massa aggraveranno la già precaria situazione in cui versa la popolazione. In Burundi ormai si lotta per poter mangiare. Due pasti al giorno sono diventati un lusso. Il disastro economico è aggravato dal Covid19 che sta mietendo vittime tra le persone già debilitate dalla malnutrizione.

Ricompare anche l’imprenditoria italiana. In primo luogo l’imprenditore che gestisce l’Hotel Club du Lac Tankanika. Secondo le informazioni ricevute, il connazionale, vicino al regime, sta vivendo un periodo fortunato. Lontano dalle cronache italiane (pur essendo operativo anche con la sua società in Italia), l’imprenditore Alfredo Frojo si eracostruito una carriera e una nuova famiglia all’ombra di una amicizia importantequella con Pierre Nkurunziza. Alla morte del dittatore è stato necessario per lui rafforzare i legami di amiciziacon i numeri uno del regime, ovvero il generale Neva e Alain Guillaume Bunyoni.

Il centro congressi da 33 milioni di euro che Frojo aveva proposto al regime e che era stato accettatodal Consiglio dei Ministri il 5 giugno 2019 (punto 7 dell’ordine del giorno), sarebbe stato abbandonato per ragioni sconosciute. Oral’imprenditore italiano starebbe orientandosi verso il settore agroindustriale, con la produzione di farine. Nella società in fase di costituzione vi sarebbero coinvolti alcuni vertici del regime.Notizia, questa ultima, derivante da una fonte affidabile in loco, ma la quale ancora non ci ha fornito la prova documentale. La notizia non è dunque confermata. Ci sono stati indicati anche i nomi di questi vertici, ma non essendo disponibile la documentazione non riteniamo opportuno per oradiffonderli.
Ricordiamo che Alfredo Frojo ospitò l’
eventoorganizzato dal regime dopo le elezioni truffa. Dallasua struttura alberghiera vennero diramati i falsi risultati elettorali circa l’elezione del generale Neva con una massiccia presenza di militari e poliziotti per proteggere i partecipanti da eventuali proteste popolari.

Le relazioni tra il Burundi e l’Italia hanno coinvolto anche il Comune di Parma (con una missione guidata dal Sindaco Federico Pizzarotti nel 2019) e le associazioni ParmaAlimenta e Mwassi.
Lo scorso 25 gennaio la
Lega ha presentato una interrogazione alla Giunta regionale dell’Emilia Romagna su un progetto di autosufficienza alimentare in Burundi del costo complessivo di 41.665 Euro, realizzato dalla associazione Mwassi e dal Comune di Parma. Il progetto riguarda la creazione di una applicazione per dispositivi elettronici da utilizzare per migliorare la nutrizione dei bambini burundesi nei quartieri nord della città di Bujumbura e incentivare la micro imprenditorialità delle loro madri.

Nell’interrogazione parlamentare la Lega fa notare che la popolazione burundese è una delle più povere al mondo, con 224 euro di reddito pro capite annuale. La Lega si interroga come la popolazione ridotta alla miseria possa permettersi uno smartphone sul quale far funzionare l’applicazione, tenuto conto anche che in molte aree del Paese non esiste una connessione stabile per la telefonia cellulare e Internet.

L’area di intervento del progetto, i quartieri nord di Bujumbura, corrisponde alla sede Maison Parma, un progetto in ambito agroalimentare nato dall’esportazione del know-how del territorio di Parma in ambito agroalimentare, che opera a sostegno dello sviluppo economico degli agricoltori burundesi e che li sostiene in tutte le fasi di sviluppo della filiera: produzione, conservazione, trasformazione, commercializzazione.
Il centro Maison Parma è stato inaugurato nel 2011, e rappresenta un considerevole investimento più aziendal
e che umanitario.

Con una superficie di circa 7.000 mq il Centro comprende un hangar di stoccaggio e di lavorazione di riso, manioca, farine e ortofrutta, un mulino, un hangar attrezzato con cella frigorifera per la conservazione dell’ortofrutta, una cucina-laboratorio, sale di formazioni, punto vendita, un laboratorio per la costruzione di pannelli fotovoltaici, verande riparate per l’essicazione dei prodotti agricoli, terreni interni per la sperimentazione delle culture.

Secondo le informazioni reperibili sul sito dell’associazione Parmalimenta, la realizzazione del Centro Maison Parma e di tutte le attività ad esso correlate è stata finanziata da contributi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Italiano, Regione Emilia Romagna, Regione Paesi della Loira, FAO, Fondazione Cariparma, Fondazione Monte di Parma, Fondazione Prosolidar e da donatori privati.

Associata a queste iniziative vi è l’associazione Mwassi, guidata da una burundese, Claudine Irahoza, con la sede all’interno della Associazione Parma Alimenta. Anche l’associazione Mwassi entra nell’interrogazione della Lega. Associazione che per altro sembra carente nella denuncia della sistematica violazione dei diritti umani in Burundi, pur affermando di operare nell’ambito della tutela dei diritti e promozione delle donne.

L’analisi dei dati ufficiali disponibili circa gli investimenti fatti in Burundi da Parma Alimenta, fa ritenere che tali investimenti abbiano avuto un impatto marginale sulla drammatica situazione di insufficienza alimentare creata sia dalle sanzioni europee, sia dalle manovre speculative del regime proprio sulla coltivazione e la produzione agricola nazionale, e dalle altre operazioni illegali di aumenti dei prezzi degli alimenti di base attuate da imprenditori burundesi strettamente legati al regime.

Secondo i dati riferiti dal Programma Alimentare Mondiale, la produzione agricola dallo scorso ottobre è diminuita del 28% causa un raccolto scarso. Secondo i dati UNICEF, nel Paese si assiste ad un preoccupante aumento della insufficienza alimentare e alla comparsa della malnutrizione grave tra i bambini da 1 a 6 anni. Il Burundi conta 11,8 milioni di abitanti. Secondo i dati Nazioni Unite, l’85% soffre di insufficienza alimentare: 6,9 milioni rientrano nella carenza cronica di una adeguata alimentazione e 3,1 milioni nella fase acuta di malnutrizione. Particolarmente colpita la capitale economica Bujumbura, compresi i quartieri nord.

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