sabato, Luglio 31

Burundi: da che parte stanno i Caschi Blu?

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Si è conclusa ieri la visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, in Burundi. L’obiettivo della visita – che si inserisce in un tour africano che prosegue in Congo, dove Ban incontra il Presidente Joseph Kabila, e poi in Sud Sudan, dove incontrerà il Presidente Salva Kiir -, secondo fonti interne all’ufficio ONU a Bujumbura, porre rimedio alla disastrosa missione effettuata da rappresentanti del Consiglio di Sicurezza il 21 gennaio 2016 che è riuscita solo a peggiorare la situazione, gettando benzina sul fuoco.

L’auspicio dell’opposizione era che il Segretario Generale ONU riuscisse convincere il Presidente Pierre Nkurunziza a rinunciare al terzo mandato e accettare un piano di transizione politica, o, in alternativa, constatato il rifiuto del regime FDLR-CNDD e il genocidio in corso, ritorni al Palazzo di Vetro intenzionato al via libera all’invio dei Caschi Blu ONU della MONUSCO, stanziati nel vicino Congo, in Burundi. Ipotesi, quest’ultima, poco probabile causa il controllo che la Francia (alleata del regime burundese) esercita  sul contingente di pace ONU in Congo.

Durante i nove mesi della crisi burundese, a più riprese, le Nazioni Unite hanno ventilato l’intervento della missione di pace ONU in Congo. Una scelta logica in quanto il contingente di pace dista solo 30 km dalla capitale Bujumbura e potrebbe essere impiegato in un lasso di tempo brevissimo: meno di un mese. La proposta di impiegare la MONUSCO come forza neutra di interposizione tra i belligeranti burundesi fu ventilata per la prima volta dal Consiglio di Sicurezza ONU nel ottobre 2015, in alternativa dell’invio di truppe africane proposto dall’Unione Africana. Fu proprio questa alternativa che bloccò la procedura legale dell’invio di truppe africane. Una perdita di tempo prezioso che ha causato la perdita di vite umane, visto che proprio nel ottobre 2015 il regime ha iniziato accelerare il piano genocidario.

La proposta delle Nazioni Unite fu discretamente rifiutata dal comandante militare MONUSCO a Goma, Nord Kivu, un nigeriano di secondo grado che occupava il comando ad interim, e dal responsabile delle Missioni di Pace delle Nazioni Unite, il francese Hervè Lasdous. All’epoca furono evocati problemi logistici e insinuato che la MONUSCO non avesse sufficienti capacità militari per gestire una situazione militare in uno scenario di genocidio. Ragioni infondate secondo gli esperti militari. Nella complessa situazione del Rwanda del 1994 il Generale canadese Romeo Dellaier stimava che duemila soldati d’élite, con supporto aereo, fossero sufficienti per sconfiggere circa 50.000 miliziani genocidari male armati e sopratutto non esperti nell’arte militare, che stavano massacrando i tutsi. La MONUSCO nel est del Congo possiede quasi tre volte gli effettivi necessari all’epoca in Rwanda, oltre ad una formidabile copertura aerea assicurata da 8 elicotteri da combattimento, terrore dei ribelli per il micidiale volume di fuoco che li trasforma in dispensari di morte. Dinnanzi, gli uomini MONUSCO, si troverebbero una vera armata Brancaleone con un solo nocciolo duro: i terroristi ruandesi delle FDLR.

Improvvisamente Hervè Lasdous, lo scorso dicembre, alza i toni, affermando che i Caschi Blu della MONUSCO sono pronti per intervenire in caso di conclamato genocidio, disponendo di una forza d’urto di 20.000 soldati che possono invadere il Burundi, occupare i centri strategici della città e mettere fine al massacro di civili. Queste affermazioni guerrafondaie nascondono una realtà che solo il regime genocidario burundese FDLR – CNDD conosce. Da qui le sue risposte sprezzanti e irriverenti a Lasdous registrate nelle scorse settimane. Il contingente MONUSCO in Congo possiede solo 17.352 soldati di varie nazionalità. A questi occorre sottrarre i 2.500 soldati che sono stati rimpatriati all’inizio di gennaio per volontà del Presidente congolese Joseph Kabila, che dal 2014 sta tentando di far chiudere la missione di pace o per lo meno di diminuirla sensibilmente.

La società civile e sopratutto l’opposizione armata colsero un segnale pericoloso nella  dichiarazione di Lasdous. Il piano militare sommariamente esposto ai media internazionali prevedeva strane operazioni miliari nella capitale: occupazione dell’aeroporto e dislocamento dei Caschi Blu presso Presidenza, Senato, Assemblea Nazionale e presso la sede della ‘RTNB‘, la radio televisione di Stato burundese. Gli esperti militari del FOREBU, già attivi seppur all’epoca non dichiaratesi ufficialmente, interpretarono le parole di Lasdous come un tentativo di proteggere il regime impedendo all’Esercito di liberazione di occupare i posti chiave della capitale.

In effetti se i Caschi Blu delle Nazioni Unite volessero proteggere i civili in uno scenario di genocidio di massa condotto alla luce del sole dovrebbero essere dislocati nei quartieri martiri della capitale: Buizza, Nyagabiga, Jabe, Mutacura, Musaka. Se, al contrario, occupassero i punti strategici del Governo, le forze genocidarie sarebbero in grado di continuare lo sterminio nei lontani quartieri mentre l’opposizione armata sarebbe impossibilitata a sferrare il colpo mortale al regime, occupando l’aeroporto per impedire arrivo di rinforzi, armi e munizioni e distruggere la radio TV nazionale che da luglio trasmette propaganda ed ordini genocidari.

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