domenica, Novembre 28

Burundi, come si riabilita un sanguinario dittatore

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La prima emergenza è stata quella di fermare la missione prevista per il 7 dicembre 2015 del presidente del Benin Thomas Bony Yayi, incaricato a ruolo di mediatore della crisi. Il presidente Yayi aveva l’obiettivo di rilanciare gli incontri tra il regime e l’opposizione. Un pericolo mortale in quanto Yayi rappresentava l’ala dura all’interno della Unione Africana nonostante le note influenze francesi sulla vita politica del Benin. L’obiettivo di Yayi era quello di mettere il regime dinnanzi alle sue responsabilità e obbligarlo a incontrare i reali leader della opposizione e della società civili tutti costretti all’esilio. Una proposta inaccettabile in quanto la vera opposizione burundese è sempre stata ferma su un principio irrinunciabile: il mandato presidenziale di Nkurunziza è illegale quindi il presidente si deve dimettere assieme al CNDD-FDD al fine di permettere la formazione di un governo di unità nazionale che deve avere come primo compito quello di assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini contro l’umanità commessi durante la crisi. Il regime burundese aveva compreso la situazione nel momento in cui il primo mediatore (il presidente ugandese Museveni) era stato esonerato dal suo compito e sostituito dal presidente del Benin. Il problema fu risolto dalla mancata autorizzazione all’aereo di Yayi di atterrare presso l’aeroporto internazionale di Bujumbura. Un aperto atto di guerra diplomatica di cui gravità fu affievolita dal lavoro di lobby francese e sudafricana.

Dinnanzi alle problematiche e difficoltà riscontrate all’interno della Unione Africana, la strategia di riabilitazione del regime pensò di concentrarsi sul Consiglio di Sicurezza ONU sotto controllo di Francia e Russia, quindi favorevole a Nkurunziza. Questo era l’obiettivo della missione ONU avvenuta il 21 gennaio scorso. I membri della missione avevano il compito di minimizzare la situazione nel Paese, e riabilitare Nkurunziza ponendolo come uno degli attori principali delle negoziazioni di pace. Il regime burundese e i suoi alleati internazionali erano convinti che l’indirizzo imposto dalle Nazioni Unite potesse  prevalere sui dubbi nutriti dalla Unione Africana. L’incapacità dei membri della missione a portare a termine le istruzioni ricevute, gli errori tragicomici da loro commessi (come farsi fotografare con i responsabili del genocidio in ludiche cene tra fiumi di alcol e sorrisi ammiccanti), il disgustoso teatrino orchestrato dal regime in occasione della visita, hanno compromesso la credibilità internazionale alla missione capace soltanto di gettare benzina sul fuoco aggravando la crisi burundese.

Il lavoro di lobby condotto da Parigi e Pretoria all’interno della Unione Africana è riuscito a contro bilanciare i disastrosi effetti della missione ONU in Burundi. Durante la riunione speciale sul Burundi, del 1° febbraio, attuata a porte chiuse (quindi senza presenza dei media per impedire la diffusione degli atti della discussione) il fronte pro Nkurunziza è riuscito a prevalere grazie ai voti contrari all’intervento militare forniti dalla maggioranza delle colonie francesi africane, da Paesi dittatoriali quali Guinea Equatoriale, Egitto e Angola e dalla influenza politica giocata dal Sud Africa. Al posto delle truppe si è deciso di inviare una delegazione UA in Burundi.

La vittoria ottenuta presso l’Unione Africana è contemporanea all’intenso lavoro di lobby effettuato da Parigi sul Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. La sua visita, effettuata il 22 febbraio scorso ha avuto come missione raggiungere gli obiettivi che non erano stati raggiunti dalla precedente missione ONU e ripristinare la credibilità internazionale delle Nazioni Unite portando a casa effimere promesse di pace da parte di Nkurunziza. La successiva missione della Unione Africana (25 – 27 febbraio) aveva esiti scontati e identici a quella di Ban Ki Moon. La linea imposta da Francia e Sudafrica aveva prevalso a quella ciadiana, etiope, ruandese e tanzaniana.

Qualsiasi osservatore regionale era a conoscenza a priori del esito favorevole a Nkurunziza analizzando la composizione della missione della Unione Africana. Su cinque membri solo uno era apertamente contrario al regime di Nkurunziza: il Primo Ministro etiope. Le simpatie verso il regime burundese sono state addirittura espresse dal dittatore del Gabon Ali Bongo Ondimba che si è aggiunto alla missione per comprendere le tecniche adottate da Nkurunziza per mantenersi al potere al fine di replicarle nel suo Paese, dove imminenti sono le elezioni in un clima sociale completamente sfavorevole. La maggioranza della popolazione vuole terminare il potere della dinastia Bongo. Indipendenza del Paese: agosto 1960. Presidenza di Omar Bongo Ondimba: dal dicembre 1967 al giugno 2009. Primo mandato del figlio: 16 ottobre 2009.

Allontanato il pericolo di un intervento militare, sostituito da una missione di osservatori della Unione Africana composta da 100 esperti militari e 100 civili che sarà facilmente ‘inquadrata’ dal regime burundese e coperte le operazioni di genocidio in corso nel paese,  ora rimane l’ultimo atto della commedia internazionale di cui gli informatori dissidenti del CNDD-FDD ci avevano informato un mese fa. Tre esperti indipendenti delle Nazioni Unite stanno effettuando una indagine sulla violazione dei diritti umani in Burundi. Indagine iniziata il 01 marzo e che terminerà  il 08 marzo.  L’obiettivo è di stabilire responsabilità e denunciare i colpevoli. Secondo le talpe CNDD-FDD questa commissione ha in realtà il compito di spalmare la responsabilità  delle innegabili violenze commesse addossando la colpa sia al regime che alla opposizione armata. I dissidenti avvertono che questi esperti ONU hanno ricevuto l’ordine di non accennare al genocidio in corso, di minimizzare le gravi violazioni dei diritti umani e di attenersi al protocollo di indagini stabilito dal governo illegale di Nkurunziza.

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