lunedì, Giugno 14

Burundi, come si riabilita un sanguinario dittatore

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Kampala Le missioni condotte dal Segretario Generale delle Nazioni Unite e da una commissione della Unione Africana composta da quattro Capi di Stato e dal Primo Ministro etiope ha aggravato la situazione in Burundi, giustificando di fatto il regime illegale di Pierre Nkurunziza e occultando il genocidio in atto. L’obiettivo di fondo è quello di sostenere il regime HutuPower e garantirne la sopravvivenza, ignorando i crimini contro l’umanità da lui quotidianamente commessi. Questi obiettivi sono stati raggiunti grazie ad una strategia elaborata tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016  basata sulla collaborazione tra il regime burundese ed esperti stranieri. Gli obiettivi principali di questa strategia erano: impedire ogni intervento militare estero, occultare il genocidio in atto e la presenza dei terroristi ruandesi FDLR, riabilitare Nkurunziza e impostare colloqui di pace ‘controllati’ con la partecipazione di finti leader della opposizione e della società civile soggetti alla influenza del regime se non sue proprie e dirette creazioni. Fughe di notizie su tale strategia sono pervenute alla fine del gennaio 2016 da quadri all’interno del partito al potere CNDD-FDD. La loro pubblicazione tardiva è dovuta dalla necessità di appurare queste informazioni con riscontri reali sul terreno. Alla luce dei fatti attuali le accurate informazioni ricevute nel mese di gennaio  si sono rivelate drammaticamente esatte e quindi degne di essere esposte.

Prima di procedere alle rivelazioni, occorre comprendere quali sono i motivi che hanno spinto quadri di partito del CNDD-FDD tutt’ora inseriti nell’apparato repressivo del regime a “tradire”. Il Conseil National Pour la Défense de la Démocratie–Forces pour la Défense de la Démocratie CNDD-FDD, fondato nel 1994 un anno dopo il colpo di stato e l’assassinio del presidente Melchior Ndadaye non è un partito monolitico interamente dedicato alla causa della supremazia razziale HutuPower come molti pensano. Al suo interno sono sempre coesistite diverse fazioni e correnti politiche. Estremisti che volevano vendicarsi delle pulizie etniche contro gli hutu avvenute nel 1972, elementi moderati desiderosi di abbattere la dittatura tutsi del Generale Pierre Buyoya e sostituirla con un equilibrio democratico delle due componenti sociali, hutu e tutsi, e opportunisti vari.

Durante la crisi burundese iniziata nel 2014 e scoppiata in tutta la sua drammaticità nel aprile 2015, gli opportunisti sono fuggiti al estero, spesso portandosi dietro ingenti somme di denaro pubblico. La maggioranza di essi è in qualche Paese (Francia e Belgio compresi) a godersi questo denaro. Alcuni si sono riciclati in oppositori “dell’ultima ora sperando che vi sia un posto per loro nel nuovo governo a seguito di una eventuale caduta del regime. Se il regime non cadrà, il denaro rubato sarà sufficiente per rifarsi una vita. La componente estremistica ha preso il sopravvento a discapito però della sovranità nazionale. Con un esercito frammentato e di fatto disciolto, una polizia inaffidabile e una milizia (le Imbonerakure) non alla altezza di una vera e propria campagna militare, il regime si è rivolto ai terroristi ruandesi FDLR che hanno approfittato della debolezza del regime per assumere il potere. L’ala estremistica ha accettato di sottomettersi a questi stranieri e di giocare il ruolo di marionette in quanto nessuna componente nazionale accetterebbe la guida diretta del paese di questi mercenari ne la comunità internazionale potrebbe far finta di nulla verso un paese palesemente guidato da un gruppo terroristico. La componente moderata ha subìto una serie attacchi attuati da Pierre Nkurunziza e dalle FDLR per diminuire la sua influenza all’interno del partito. Molti quadri della fazione moderata sono stati costretti all’esilio. Tra questi anche il Vice Presidente e numero due del CNDD-FDD Gervais Rufykiri. Nella maggioranza dei casi si è impedito che sottraessero somme di denaro pubblico sufficienti per rifarsi una vita all’estero.

I quadri che sono rimasti nel Paese hanno apparentemente accettato l’autorità delle FDLR e si sono spostati su posizione estremistiche. Una tattica di sopravvivenza che non gli impedisce di lavorare  in segreto all’interno del partito per attuare un cambiamento nel Paese. Questo impegno non è motivato da intenzioni democratiche genuine ma da spirito di sopravvivenza politica. Questi quadri politici sono consapevoli che, nonostante l’attuale appoggio internazionale garantito da Francia, Sudafrica e dall’ala più reazionaria della Chiesa Cattolica tramite note congregazioni religiose, la natura estremistica e genocidaria del regime rischia di compromettere nel medio termine la sua sopravvivenza. Questi quadri, a differenza della maggioranza degli estremisti che egemonizzano ora il CNDD-FDD, osservano con preoccupazione i segnali sfavorevoli al regime, meno mediatici ma di forte impatto che si stanno registrando a livello regionale e internazionale.

L’Amministrazione Obama e la sua politica catastrofica nel continente africano sta giungendo al termine. Entrambi i probabili candidati alla presidenza Hillary Clinton e Donald Trump avranno un atteggiamento opposto della amministrazione Obama nella gestione degli ‘affari africani’ orientato a ripristinare l’egemonia americana sul continente. Inoltre la famiglia Clinton è legata politicamente e storicamente con l’avversario numero uno del regime burundese: il presidente ruandese Paul Kagame. Indipendentemente da chi sarà il futuro presidente degli Stati Uniti, i quadri moderati del CNDD comprendono che l’inerzia e la completa incapacità di comprendere la situazione dimostrata da Barack Obama, che ha permesso a Francia, Sudafrica e agli elementi reazionari cattolici legati alla politica Hutu Power di imporre la loro linea sul Burundi, sarà sostituita da una linea aggressiva dai risvolti imprevedibili. Se costretti ad una scelta tra un alleato forte e stabile quale il Rwanda e un alleato debole con il futuro incerto quale il Burundi, gli Stati Uniti non esiteranno a tutelare i loro interessi. Una tutela che Kigali, non Bujumbura, è in grado di offrire.

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