lunedì, Settembre 20

Burundi, aumenta la repressione field_506ffb1d3dbe2

0

Burundi polizia

Kampala – Bujumbura, 8 marzo 2014: la festa della donna è stata caratterizzata dalla violenza. Una manifestazione femminile è stata interrotta da cariche di inaudita brutalità delle forze anti sommossa con un bilancio provvisorio di 14 feriti. La polizia non ha esitato a sparare sui manifestanti. La manifestazione, nonostante aver ricevuto il permesso delle autorità, conformemente alla legge che regolamenta assemblee, meeting e dimostrazioni varata nel ottobre 2013, è stata soggetta a questa violenta repressione in quanto considerata anti governativa. Composta da associazioni femminili, attivisti della società civile e dai partiti di opposizione, partendo dalla promozione della donna nella società burundese ha messo in discussione l’attuale svolta autoritaria ed etnica intrapresa dal Presidente Pierre Nkurunziza.

Secondo le testimonianze raccolte in loco, la repressione della polizia non si è limitata ad una semplice carica per disperdere i manifestanti. Oltre all’uso di armi da fuoco la polizia avrebbe attuato una vera e propria caccia all’uomo eseguendo decine di arresti e molestando le donne anche a livello sessuale. Lo scontro tra polizia e manifestanti ha assunto una dimensione tale da rendere l’episodio l’atto di violenza più grave registratosi dal 2010 che rischia di aumentare le tensioni nel Paese.

La repressione del corteo del 8 marzo rappresenta l’episodio più eclatante del clima di terrore instaurato nel Paese dal Governo guidato dal partito hutu Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia – Forze per la Difesa della Democrazia (CNDD-FDD), la principale formazione guerrigliera che si oppose al Governo tusti del Presidente Pierre Buyoya durante la guerra civile (1993 – 2003). La milizia giovanile Imbonerakure (quelli che vedono lontano), oltre ad essere responsabile di varie esecuzioni extra giudiziarie e di una campagna di intimidazione della popolazione affinché accetti il progetto di revisione Costituzionale del Presidente Nkurunziza, recentemente svolge ruoli di controllo poliziesco del territorio e di repressione del dissenso. La milizia giovanile, basata sulla teoria della supremazia razziale Hutu, ha assunto il compito di impedire con la violenza l’esercizio delle libertà civili e politiche dei cittadini burundesi. Le sue pattuglie diurne e notturne eseguono arresti arbitrari, pestaggi e omicidi di oppositori politici. La violenza non é rivolta esclusivamente alla minoranza tutsi ma anche verso tutti gli hutu che non approvano la linea politica del Governo.

La Comunità Internazionale sembra schierarsi compatta nel condannare la svolta autoritaria in atto nel Paese. L’Unione Africana ha duramente criticato le repressioni e la mancanza di democrazia. “Il Governo deve assicurare gli spazi democratici e la libera espressione di cittadini e partiti. Dobbiamo aiutare il Burundi a consolidare pace e democrazia poiché un collasso di questo Paese avrà ripercussioni sulla sicurezza dell’intera regione”, afferma Boubacar Gasassou Diarra, Responsabile dell’Unione Africana in Burundi, invitando i partiti di opposizione a non ripetere nelle elezioni Presidenziali del 2016 l’errore del 2010 quando decisero di ritirare la loro partecipazione alla competizione elettorale.

Simile la posizione dell’Unione Europea resa pubblica tramite una dichiarazione del Portavoce della Commissione Europea Catherine Ashton: «L’Alta Rappresentanza dell’Unione Europea osserva con apprensione l’escalation della tensione politica in Burundi che ha originato l’aumento di incidenti e intimidazioni contro la libertà di espressione, di associazione, e conto i diritti civili e politici.  L’Alta Rappresentanza dell’Unione Europea richiede alla classe politica burundese di assicurare il dialogo e la coesione nazionale. Richiede anche alle autorità di rispettare gli impegni presi per garantire gli spazi politici, lo Stato di Diritto e la democrazia nel Paese».

Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon il 13 marzo ha condannato le restrizioni alla libertà di espressione e di manifestazione. Stessa condanna giunge dal Dipartimento di Stato Americano che definisce l’intervento della polizia al corteo dell’8 marzo «un ingiustificato e preoccupante uso eccessivo della forza»Navi Pillay, Segretario dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha richiesto al Governo una condanna pubblica per questo atto inaudito di violenza e la promessa di portare i responsabili in giustizia. Anche la Chiesa Cattolica ha evidenziato le gravi violazioni dei diritti umani e le sue preoccupazione sulla deriva autoritaria del Governo. A tale proposito abbiamo contattato la Comunità Sant’Egidio, che fu tra i promotori degli accordi di pace di Arusha per avere una sua opinione sull’attuale delicata situazione nel Paese. A distanza di due settimane dalla richiesta ufficiale inoltrata non abbiamo ricevuto risposta. L’atteggiamento potrebbe confermare la scelta che la Comunità Sant’Egidio avrebbe fatto di non intervenire pubblicamente sul tema in quanto la crisi in atto dimostra la fragilità delle basi politiche su cui basarono gli accordi di Arusha. All’epoca vari media burundesi accusarono la Comunità Sant’Egidio di essere troppo orientata a favore della causa hutu. Attualmente la comunità gode di un ottima considerazione da parte del Presidente Pierre Nkurunziza. 

Il Governo burundese ha reagito violentemente alle critiche internazionali aumentando le frizioni con con i suoi principali partner politici. «Il Governo del Burundi rigetta e deplora le prese di posizione della Comunità Internazionale che intensifica la critica e le condanne basandosi su delle false informazioni veicolate dai partiti di opposizione e dalla società civile. Gli Stati Uniti, Unione Africana, Unione Europea e l’ ONU, hanno i loro rappresentanti diplomatici in Burundi. Ci domandiamo perché questi diplomatici non testimoniano la realtà sul terreno, preferendo promuovere rapporti dell’opposizione e della società civile senza assicurarsi di verificare la loro veridicità», afferma Philippe Nzobonariba, portavoce del Governo, assicurando che nel Paese regna pace, sicurezza e democrazia. La versione ufficiale del Governo sui gravi episodi del 8 marzo è la presenza all’interno del corteo di noti e pericolosi criminali e di drogati. La polizia sarebbe stata costretta ad intervenire per evitare saccheggi e atti di violenza da parte di questi provocatori.

La dichiarazione del portavoce del Governo è stata preceduta da un lampante atto provocatorio contro la Comunità Internazionale. Giovedì 13 marzo il Tribunale di Bujumbura ha condannato Alexis Sinduhije e 71 attivisti del suo partito: il Movimento Solidarietá e Democrazia (MSD) accusati di tentativo insurrezionale, crimine punibile con l’ergastolo. Il MSD è stato uno dei principali promotori del corteo dell’8 marzo. La condanna di Sinduhije è l’ultimo episodio di repressione dell’opposizione. Nel 2013 l’ex Vice Presidente Frederic Banvuginyumvira fu condannato per un falso caso di corruzione. Isidore Rufyikiri, Presidente dell’Associazione degli Avvocati del Burundi è stato rimosso dal suo posto e ritirato il permesso di svolgere le sue funzioni di avvocato a seguito di una conferenza stampa dove Rufyikiri ha condannato il tentativo di modificare la Costituzione per rafforzare il potere del Governo e permettere al Presidente Nkurunziza di accedere ad un terzo mandato Presidenziale.

Con simili dichiarazioni e azioni il Governo dimostra la sua determinazione allo scontro frontale per attuare la riforma costituzionale con l’obiettivo di realizzare un regime totalitario su basi etniche, polarizzando la società burundese. In gioco è la tenuta del fragile compromesso tra hutu e tutsi scaturito dagli accordi di pace di Arusha, Tanzania. Vital Nshirimana, Presidente dell’Organizzazione della Società Civile Burundese, ha inoltrato una lettera ufficiale al  Segretario Generale della Comunità Economica del Est Africa (EAC) Richard Sezibera, richiedendo l’intervento istituzionale per far rispettare gli accordi di Arusha al fine di prevenire la ripresa delle violenze etniche e della guerra civile. Il Burundi é membro della EAC dal 2011.

La scelta dello scontro frontale adottata dal Governo lascia poco spazio al dialogo. Il principale partito tutsi UPRONA sembra non avere altra scelta che creare un ampio fronte di opposizione con le altre forze politiche e sociali per lanciare una campagna di protesta nazionale. La manifestazione del 8 marzo potrebbe essere il primo segnale in questa direzione. Un fronte unito di opposizione ha molte possibilità di attrarre il malcontento popolare già ampiamente presente contro il Presidente Nkurunziza e il suo partito CNDD-FDD, spostando l’attuale conflitto latente dal livello etnico al livello politico.

Se l’UPRONA continuerà nella creazione del fronte unito di opposizione la reazione del Governo sarà ancora più violenta rispetto all’episodio verificatosi l’8 marzo scorso. Dobbiamo mettere in conto che alcuni leader di questo fronte possano essere imprigionati o assassinati. Il successo dipende dalla capacità che i leader dell’opposizione possiedono di puntare sullo scontro politico e non su quello etnico, dimostrando tenacità e coerenza nelle loro azioni. É estremamente importante che il fronte dell’opposizione sia multi etnico. Se l’UPRONA condurrà una lotta separata la sua battaglia contro questo governo anti democratico sarà percepita come una battaglia dei tutsi, offrendo così l’opportunità al Presidente Nkurunziza di spostare lo scontro democratico su un conflitto etnico“, osserva il giornalista Thierry Uwamahoro.

Indirizzi e sviluppi dell’attuale crisi burundese dipenderanno anche da altri tre fattori: la reazione del secondo partito hutu, il Fronte di Liberazione Nazionale (FNL), la posizione di esercito e polizia e quella dei principali Paesi della EAC, Kenya, Rwanda e Uganda. Agatgib Rwasa, il leader del FNL sembra intenzionato a presentarsi come candidato alle elezioni del 2015, rappresentando il principale pericolo per il Presidente Nkurunziza. Contrariamente alla matrice estremista HutuPower che anche il FNL possiede fin dai tempi della sua lotta armata contro il Governo Buyoya, le recenti dichiarazioni di Rwasa rappresentano una inaspettata novità politica. «Sarebbe un grave errore interpretare l’attuale crisi come uno scontro hutu-tusti tra il CNDD-FDD e l’UPRONA. Esiste un vasto malcontento tra la maggioranza della popolazione hutu parallelo all’incapacità di governare del CNDD e all’aumento vertiginoso della corruzione», affermava Rwasa il 15 marzo scorso.

Il Governo non considera Rwasa come il legittimo rappresentante del FNL, essendo la dirigenza spaccatasi nel 2011 tra la corrente che intende ottenere il potere rispettando le regole democratiche (corrente capeggiata da Rwasa) e quella che intende ottenerlo con l’uso della forza. La seconda corrente è al comando dell’ala armata del FNL ancora attiva e basata all’est della Repubblica Democratica del Congo. É possibile interpretare le dichiarazioni di Rwasa come un avvicinamento politico tra FNL e UPRONA? Pur essendo un segnale positivo ed incoraggiante al momento i dati a disposizione sono troppo esigui e confusi per trarre conclusioni.

Le posizioni di esercito e polizia non sono ancora definite chiaramente. L’esercitoè ancora a predominanza tutsi mentre la polizia è controllata dai ex miliziani hutu del CNDD-FDD. Dinnanzi ad una repressione su larga scala e massacri indirizzati contro la comunità tutsi l’esercito sarebbe costretto ad intervenire in loro difesa dando il via alla guerra civile. Lo scontro etnico originato dall’intervento dell’esercito avrebbe ripercussioni anche nei contingenti militari burundesi impegnati nelle missioni di pace in Africa, prime tra tutte quelle in Somalia e in Repubblica Centroafricana. I soldati burundesi all’estero possono dividersi su basi etniche e spararsi tra di loro, compromettendo gli esiti delle due missioni di pace.

La posizione della Comunità Economica del Est Africa non è stata ancora chiaramente espressa. All’interno della EAC esistono posizioni diverse sul problema. Mentre Kenya, Rwanda e Uganda sono chiaramente contrarie alla deriva democratica intrapresa dal Governo, la Tanzania supporterebbe il progetto politico del Presidente Nkurunziza, anche se il Governo di Dar El Salaam non ha fatto nessuna dichiarazione ufficiale in merito. Il Presidente ugandese Yoweri Museveni, sfruttando la sua posizione di leadership all’interno della comunità economica e sulla supremazia militare a livello regionale, venerdì 14 marzo è intervenuto sul tema durante un suo discorso al Parlamento trasmesso a rete unificate: «Tra gli altri problemi c’è anche quello del Burundi che rischia di creare maggior instabilità nella regione. Ora che sono maggiormente libero dagli impegni nazionali, contatterò di persona il Presidente Pierre Nkurunziza per dirgli di calmarsi e di accettare le regole democratiche. Se il mio consiglio cadrà nel vuoto allora sarò costretto ad intervenire con altri mezzi».

L’intervento del Presidente ugandese ha certamente un peso maggiore delle dichiarazioni diplomatiche occidentali grazie alla spaventoso deterrente che l’esercito UPDF possiede. Purtroppo non rappresenta il miglior degli esempi in quanto Museveni si ricandiderà alla Presidenziali del 2016 ottenendo il quinto mandato Presidenziale conseguivo. Esperti regionali affermano che la scelta di Museveni di intraprendere l’ennesimo mandato è stata obbligata dall’assenza di alternative politiche e per evitare il caos in Uganda. L’analisi é corretta ma occorre far notare che l’assenza di alternative politiche é stata creata da Museveni per consolidare il suo potere nel Paese.

L’Uganda può facilmente condurre un intervento militare coordinato con gli eserciti ruandese e keniota. La potenza militare dei tre eserciti, la debolezza del esercito e polizia burundesi divisi su basi etniche e le ridottissime dimensioni del Burundi permetterebbero una facile vittoria del contingente di invasione o di pace, secondo i punti di vista. Eventuali operazioni di guerriglia del CNDD-FDD in caso di sconfitta dovrebbero essere attuate dal vicino Congo.  Purtroppo l’intervento militare della EAC necessita di un comprovato massacro etnico, situazione che tutti gli attori regionali ed internazionali sembrano intenzionati ad evitare. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->