sabato, Maggio 15

Burundi: asse Francia-Russia contro Usa-Belgio? field_506ffbaa4a8d4

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Kampala – La crisi che dura da un anno nel piccolo Paese situato nel cuore dell’Africa riflette le contraddizioni e le conflittualità internazionali e sta rapidamente divenendo la ‘Siria d’Africa’, come afferma il collega Andrea Spinelli Barrile su ‘IBTime Italia’. Un paragone appropriato. Come in Siria, anche in Burundi si assiste a nocive interferenze internazionali che vanno aldilà della problematica nazionale. La guerra civile in Siria serve per colpire l’Iran: quella in Burundi per colpire il Rwanda. Eppure le situazioni interne sono diverse. Il governo di Damasco è appoggiato da gran parte della popolazione e l’opposizione armata è composta maggiormente da forze mercenarie e da terroristi islamici. In Burundi il presidente Pierre Nkurunziza non gode del supporto popolare come il suo omologo siriano e i terroristi non combattono il governo, lo controllano: trattasi delle FDLR. Se gli attori internazionali delle due crisi sono identici, diverse sono le alleanze in quanto diversi sono gli interessi regionali. Nella crisi siriana Parigi si contrappone a Mosca. In quella burundese trova vari punti di intesa contro Washington, Londra e Bruxelles.

Nelle scorse settimane i rumori di un abbandono del regime genocidario da parte della Francia stavano prendendo piede. I due colpi mortali inflitti all’economia burundese dall’Unione Europea sono merito della perseveranza del Belgio nell’instaurare la democrazia nel Paese africano ma anche di una certa accondiscendenza del governo francese che ha reso possibile la moratoria sugli aiuti bilaterali e il congelamento della paghe dei soldati burundesi impegnati come caschi blu in Somalia. Questo atto di buona volontà aveva fatto supporre un radicale cambiamento. Invece no. La Francia, nonostante il nullaosta dato all’Unione Europea per le azioni contro il regime genocidario, continua a difenderlo. Che abbia trovato un accordo con il Sudafrica sullo sfruttamento delle miniere di Nichel?

La Francia ha richiesto alle Nazioni Unite di votare la proposta di inviare un contingente di polizia francese in Burundi per fermare le violenze in corso. Dinnanzi alla richiesta, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha immediatamente compreso l’intenzione francese: creare i presupposti per un sostegno militare al regime Nkurunziza sotto l’egida ONU. Proprio come fu la Operazione Turqoise in Rwanda nel 1994, attivata ufficialmente per fermare il genocidio, in pratica per salvare le forze genocidarie dalla disfatta militare e riorganizzarle nel vicino Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo). Quelle forze genocidarie responsabili di un milione di morti ora rispondono al nome di Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda – FDLR e controllano il governo Nkurunziza. Nell’impossibilità di rifiutare la proposta francese, Ban Ki Moon sta tentando di limitare l’intervento militare proponendo l’invio di soli 30 poliziotti francesi, numero considerato insufficiente per offrire un valido aiuto al regime Nkurunziza. La proposta dovrà essere ridiscussa al Consiglio di Sicurezza tra quindici giorni.

Gli Stati Uniti si sono duramente opposti alla proposta francese, comprendendo anche loro le reali intenzioni di Parigi. Al contrario propongono un intervento militare internazionale per impedire il genocidio e rovesciare il regime Nkurunziza. La proposta è appoggiata dal Belgio, parte della Unione Europea e dal Canada, tutti pronti ad inviare soldati d’élite in Burundi. L’Amministrazione Obama considera la proposta francese troppo imprecisa e ambigua rispetto alla necessità di aiutare il popolo burundese a ritrovare la pace e la democrazia. Il Presidente Barak Obama ha scatenato un’offensiva diplomatica a livello internazionale inviando il sottosegretario di Stato Tom Malinowsky a Bujumbura per convincere il regime ad un serio dialogo di pace. Una partecipazione impossibile in quanto i colloqui di pace organizzati dalla Tanzania prevedono la partecipazione della vera opposizione burundese e dei gruppi ribelli. Entrambi richiedono come condizione irrinunciabile le dimissioni del presidente e del governo illegittimo che attualmente comanda il Paese.

Malinowski durante e dopo la visita in Burundi ha usato parole forti contro il regime: «Ho chiarito al governo che la situazione resta estremamente grave. I crimini contro l’umanità sono evidenti. Abbiamo constatato che tutte le persone sospettate di simpatizzare con l’opposizione sono incarcerate nelle migliori delle ipotesi. Abbiamo ascoltato troppe denunce di torture dei prigionieri politici ed esecuzioni extra-giudiziarie. Il governo non può continuare ad offrire un doppio linguaggio alla comunità internazionale e alla sua popolazione. Non può continuare ad affermare di essere favorevole a colloqui di pace inclusivi e allo stesso tempo pubblicare comunicati di accusa e odio contro tutti il mondo e in particolare contro la Chiesa Cattolica, la società civile, i media e l’opposizione burundese. Questo ci fa dubitare della sincerità del governo».

L’inviato di Obama ha condannato i discorsi di odio etnico pronunciati dal regime e tutti i ritardi ai colloqui di pace portati da Bujumbura, domandosi come il governo in una situazione economica disastrosa possa trovare i soldi per pagare le milizie genocidarie Imbonerakure. Malinowski ha incontrato in Europa i leader di vari partiti di opposizione in esilio raggruppati sotto la sigla CNARED dove figurano anche ex membri del partito al potere CNDD-FDD. Il CNARED è considerato dal regime Nkurunziza come una organizzazione terroristica che non può partecipare ai colloqui di pace in Tanzania.

La situazione descritta da Malinowski dopo la sua visita in Burundi fa eco a quella descritta dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Zeid Ra’ad al Hussein che, sulla questione Burundi, si trova in aperto contrasto con il Segretario Generale. Zeid Ra’ad due settimane fa ha affermato davanti al Consiglio di Sicurezza che la maggioranza dei burundesi vive in un clima di terrore causa le troppe violazioni dei diritti umani. Zedi Ra’ad ha anche impedito che la missione degli esperti ONU in diritti umani recentemente svoltasi in Burundi producesse un rapporto mitigato a favore del regime, come fu nel caso delle precedenti visite della delegazione ONU e di Ban Ki Moon. Grazie al suo intervento, gli esperti ONU hanno prodotto una dura condanna del regime richiedendo una inchiesta internazionale: rapporto ora custodito nella scrivania del Segretario Generale e non ancora disponibile ai media nella sua versione completa.

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