sabato, Novembre 27

Burundi: 8 mln da UE per formare genocidari field_506ffbaa4a8d4

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L’UE ha sovvenzionato programmi per 8 milioni di euro in Burundi. Il primo ( di 5 milioni) ha visto in prima linea Belgio e Olanda, che hanno maggiormente finanziato tra il 2010 e il 2014 un progetto di appoggio alla Polizia Nazionale del Burundi (PNB) con l’obiettivo di trasformarla in una Polizia repubblicana, professionale e moderna. Il progetto abbinato (3 milioni di euro) fu concentrato sul ruolo che la Polizia burundese era chiamata a svolgere nella protezione dei cittadini e partiti durante il processo elettorale.

La Polizia nazionale del Burundi durante la crisi scoppiata nell’aprile 2015, a seguito del terzo mandato presidenziale di Pierre Nkurunziza, è stata utilizzata come principale arma di repressione contro i civili. La scelta di utilizzare la Polizia e non l’Esercito deriva dalla composizione di questi due corpi di difesa nazionale scaturita dagli accordi di pace di Arusha nel 2000. Subito dopo l’indipendenza, la minoritaria classe sociale tutsi individuò nel controllo dell’apparato di difesa nazionale l’unica garanzia per prevenire o reprimere ogni rivolta e tentativo genocidario di gruppi politici hutu estremisti in stretto contattato con il regime razziale nazista HutuPower al potere nel vicino Rwanda. Pur essendoci una forte componente hutu all’interno dei corpi di difesa nazionali, il controllo della Polizia e dell’Esercito rimaneva nelle mani della minoranza tutsi. Questo permise di sventare numerosi tentativi di genocidio che rientravano nella strategia di destabilizzazione del Governo ruandese dell’epoca, con l’intento di sovvertire i rapporti di potere in Burundi, favorevoli ai tutsi. I progetti razziali nutriti dal Governo del Presidente Juvenal Habyrimana tendevano ad assicurare alla maggioranza hutu il potere in entrambi i Paesi che durante il colonialismo erano fusi in una unica entità: quella Urundi. Il progetto prevedeva di favorire l’ascesa al potere di un regime HutuPower in Burundi che si amalgamasse con quello già al potere in Rwanda, sottoponendo la minoranza tutsi e la popolazione hutu di entrambi i Paesi ad una sudditanza verso la classe politica hutu. La seconda fase del piano di dominio razziale prevedeva l’annientamento della minoranza tutsi una volta reso irreversibile il controllo dell’apparato statale da parte degli estremisti hutu. L’annientamento era necessario per evitare rivolte e continuare a soggiogare la maggioranza hutu facendole credere di essere padrone dei due Paesi. Per ragioni d’immagine internazionale non era consigliabile attuare l’annientamento dei tutsi tramite pulizie etniche e violenze generalizzate, ma tramite una progressiva repressione, esecuzioni extra giudiziarie e discriminazioni nella vita sociale, politica, economica dei due Paesi, tese a creare un esodo di massa della minoranza tutsi. Solo in caso di fallimento di questa pulizia etnica ‘soft’ si sarebbero studiate le condizioni ideali per la ‘soluzione finale‘ al problema.

Il controllo esercitato sulla Polizia ed Esercito dalla minoranza tutsi in Burundi impedì la realizzazione di questo piano regionale al prezzo della perdita di decine di migliaia di vite umane e di una lunga guerra civile (1993 – 2004). L’Esercito assunse il ruolo di guida del Paese egarantedi un concetto etnico di democrazia basato sul controllo del Burundi da parte della élite tutsi. Al suo interno convivevano due correnti politiche. La prima, estremista, intendeva mantenere un ferreo controllo sulle masse popolari e reprimere ogni inizio di rivolta tramite punizioni collettive esemplari. Il secondo prevedeva un ruolo dirigenziale illuminato in cui gli esponenti politici hutu entrassero gradualmente a far parte della gestione statale dopo averli assimilati alla politica governativa e dopo essersi assicurati che non nutrissero propositi di supremazia razziale HutuPower. L’Esercito, controllato dalla minoranza tutsi, interferì costantemente nella vita democratica del Paese, attuando continui colpi di Stato e massacri ogni volta che la minoranza tutsi si sentiva minacciata di genocidio, come avvenne nel 1993 quando il Presidente hutu Melchior Ndadaye fu assassinato a colpi di baionetta da ufficiali dell’Esercito.

L’Esercito fu anche responsabile delle violenze di massa contro gli hutu del 1972, attuate per interrompere un genocidio condotto da ribelli hutu provenienti dal Rwanda e dalla Tanzania. La repressione della rivolta mise fine al genocidio che le forze HutuPower avevano iniziato. Nei primi giorni della rivolta 15.000 tutsi furono barbaramente massacrati. Purtroppo all’interno del Governo dell’epoca si impose la linea dura degli estremisti tutsi che controllavano esercito e polizia. Essi convinsero il Presidente Michel Micombero ad attuare una punizione esemplare contro la maggioranza hutu per prevenire ogni futuro tentativo di rivolta. In dieci giorni furono massacrati circa 300.000 hutu e decimata tutta la classe politica e gli intellettuali hutu del Paese. La repressione non trovò nessuna spiegazione in quanto sul piano militare era totalmente inutile avendo l’Esercito già riportato una vittoria definitiva sulle forze genocidarie hutu. Anche se mai riconosciuto il bagno di sangue del 1972 deve essere classificato come un atto genocidario attuato dalla minoranza tutsi contro la maggioranza hutu in Burundi.

Gli accordi di Arusha prevedevano un riequilibrio delle forze di difesa nazionali in cui le due componenti sociali fossero equamente rappresentate: 60% hutu e 40% tutsi. Questo riequilibrio seguiva la logica etnica su cui erano basati gli accordi di pace che prevedeva anche una alternanza al potere di presidenti hutu e presidenti tutsi. Una logica giudicata adeguata per interrompere il ciclo di violenze etniche che avevano distrutto il tessuto sociale, politico ed economico nel Paese. Purtroppo la logica di equilibrio etnico non permetteva di risolvere il problema di fondo del Burundi: il superamento della etnicità che doveva essere sostituita dal senso di appartenenza nazionale come avvenne in Rwanda dopo il genocidio del 1994. Il fallimento del equilibrio etnico è ora drammaticamente visibile.

L’equilibrio deciso nelle forze armate non prevedeva una riforma radicale del concetto di difesa nazionale non legata all’appartenenza etnica ma fedele ai valori repubblicani e alla Costituzione. La Comunità Internazionale si limitò a unire due forze che si erano combattute all’ultimo sangue per dieci anni: l’Esercito tutsi e le milizie ribelli del CNDD-FDD, escludendo, tra l’altro, i miliziani della seconda guerriglia hutu: il Fronte Nazionale di Liberazione – FNL. La Comunità Internazionale all’epoca era fermamente convinta che le parti belligeranti rispettassero gli accordi presi e si operassero per la ricostruzione del Paese devastato da decenni di violenze. La realtà da subito rese alquanto assurde e grottesche le speranze internazionali. All’interno dell’Esercito le due componenti etniche si attestarono sulla rispettiva difesa in attesa del momento propizio per sferrare il colpo mortale alla etnica nemica.

Come l’Occidente poteva sperare in una armonizzazione di due forze armate che si erano combattute per dieci anni sorrette dall’odio etnico reciproco, rimane uno dei misteri insoluti della recente storia della Repubblica burundese. Il CNDD-FDD si concentrò nel rafforzare l’apparato della gendarmeria e Polizia in quanto ogni alterazione degli equilibri etnici dell’Esercito imposti dall’esterno poteva risultare fatale. Fino al 2006 la capacità militare dei soldati tutsi rimaneva intatta e capace di attuare una presa del potere con le armi. Il presidente Pierre Nkurunziza, giunto al potere ricevendo una grazia per i crimini di guerra commessi che garantiva l’impunità anche a tutti gli altri criminali (Governo Buyoya compreso), si concentrò nell’alterare la composizione etnica della Polizia, licenziò o attuò il pensionamento anticipato dei poliziotti tutsi sostituendoli con i miliziani genocidari più affidabili. Già nel 2008 la Polizia era stata trasformata in una Guardia Pretoriana in difesa del regime razziale nazista del CNDD-FDD a cui erano affidati i compiti di repressione popolare, eliminazione fisica dei leader dell’opposizione e della società civile e di controllo della componente tutsi all’interno dell’Esercito. Il piano del regime rivolto ai soldati e ufficiali tutsi presenti nelle forze armate prevedeva una progressiva sostituzione al fine di ottenere lo stesso dominio etnico su polizia ed esercito che la minoranza tutsi aveva ottenuto dall’Indipendenza al 2004.

Le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani già dal 2006 denunciavano crimini e violenze sui civili commessi dalla Polizia, utilizzata come apparato repressivo e unità di annientamento degli oppositori, all’epoca i guerriglieri hutu del FNL. Massacri ed esecuzioni extra giudiziarie dilagarono nel Paese e gli ex miliziani genocidari trasformati in poliziotti rivolsero i loro violenti atti anche contro la popolazione: stupri, prostituzione forzata, racket finanziario contro i commercianti, corruzione generalizzata, uccisione di civili come mezzo più rapido per risolvere conflitti terrieri, finanziari o personali. La violenza si abbatté anche sugli stranieri, occidentali compresi. Per estorcere denaro agli occidentali la polizia organizzò un racket della prostituzione con scopi criminali. Le bellezze locali adescavano le ignare vittime, offrendo ore di sublime sesso per poi accusare il cliente di stupro. L’intervento della polizia era teso ad estorcere più denaro possibile alla vittima di cui parte andava nei portafogli delle prostitute.

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