domenica, Settembre 19

Burkina Faso: il futuro del Sahel passa da qui Lotta al terrorismo, controllo dell'immigrazione, rinascita jihadista e criminalità organizzata. Tutto questo nella 'non' ex-colonia farncese. Ne parliamo con Andrea de Georgio, giornalista di “Internazionale” e “L'Espresso”, e autore del suo primo libro “Altre Afriche”

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Interessi economici e geopolitici. Qual’è la posizione francese in questi termini?

Ci sono altri interessi in campo tra cui un riposizionamento geopolitico strategico che è dovuto alla pressione di nuovi attori come Turchia, Cina e l’India. É una geopolitica stratificata, nel senso che ci sono interessi economici grandi alla base come le risorse del sottosuolo, come l’uranio nell’are del Niger, dove la Francia estrae oltre il 30% del fabbisogno dell’industria nucleare francese che fa accendere una lampadina su tre in tutto il territorio francese, come il petrolio, l’oro, i diamanti, risorse di gas naturali. Gli interessi sono nuovi dovuti all’ingresso di nuovi attori che sono visti come partner economici anche per il bacino di consumatori e utenti che si portano con loro. I mercati dell’africa occidentale e dell’Africa Subsahariana sono stati invasi negli ultimi anni di prodotti cinesi, indiani. Ci sono stati anche investimenti di società private che si appoggiano alle ambasciate. Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad una forte convergenza d’interessi nella zona che sta rendendo queste sabbie, fino ad ora poco considerate, molto ambite, anche da parte dei gruppi jihadisti. Queste zone sono infatti molto difficili da controllare, in quanto enormemente vaste e desertiche, e i problemi sociali interni di questi paesi sta accelerando questo processo

Lotta al terrorismo e controllo dell’immigrazione. Nella politica interna della regione, quanto incide l’influenza francese?

La Francia decide tutt’ora su quasi tutto, avendo dei rapporti molto stretti con i governanti e con i presidenti della regione. In Burkina Faso si può parlare di approccio neo-coloniale in cui gli interessi economici che sono al centro vengono perseguiti attraverso una forte pressione politica. Questo ha fatto si che molti giovani burkinabé, e non solo, abbiano posizioni contrastanti nei confronti della Francia, che viene vista come un controllore di quanto accade politicamente in Burkina. Una sorta di teatrino democratico dove comunque ministri e presidente vengono indirizzati dagli interessi francesi. C’è una grossa ingerenza politica portata avanti dalle ambasciate ma non solo. Essendoci in gioco dei fondi europei, ed internazionali, per la questione immigrazione e di conseguenza la sicurezza delle frontiere, convergenti secondo la retorica dell’Ue, la presenza di potenze straniere è molto massiccia, e la troppa militarizzazione non ha portato la Francia, e gli altri Stati, ad essere visti positivamente.

Esiste, dunque, un sentimento antifrancese tra i burkinabe?

In Burkina Faso c’è stato un evento molto importante nello scenario politico, ed è stata la sollevazione popolare di tre anni fa che ha portato alla cacciata dell’ex Presidente Blaise Campaorè , in potere da oltre 23 anni, molto protetto dalla Francia e principale alleato nella regione , tra l’altro portato via in elicottero dalla città in rivolta e salvato dalla gogna giuridica dei tribunali burkinabe che volevano condannarlo. In tre giorni di manifestazioni la popolazione ha manifestato tutta la rabbia contro una sorta di egemonia coloniale e politica, ed ha dimostrato la voglia di democrazia del Paese. Il Presidente eletto regolarmente con le elezioni, che ha dovuto subire un tentativo di contro golpe, è l’espressione di quella piazza che si è ribellata contro il precedente regime e rappresenta la voglia di cambiamento dei rapporti con la Francia. Non è comunque facile staccarsi dal proprio passato, anche perchè sarebbe un duro colpo per l’economia. Si tenga conto, per esempio, che la moneta usata qui è l’unica moneta coloniale ancora in circolazione, il franco CFA, ed è controllata direttamente dalla banca di Francia. Il rapporto economico e politico molto stretto con la Francia è sotto gli occhi tutti, ma il nuovo Governo burkinabe guarda in una direzione revisionista dei rapporti. La visita di Macron lo scorso novembre ha infatti in parte simboleggiato tutto questo, ed è stata una risposta diplomatica alla voglia del Paese di cambiare i propri rapporti la Francia, dovuto anche alla forte presenza militare francese nella regione. La volontà di Macron è quella di ridurre progressivamente il numero dei soldati presenti, questo però, in chiave anti-terrorismo, richiede l’intervento e l’aiuto di altre forze europee attraverso il progetto transnazionale di coordinamento G5Sahel che tutt’oggi ha dei problemi di finanziamento

Dalle elezioni del 2015, ad oggi, il Burkina è stato vittima di due pesanti attentati ed essere colpiti sono stati luoghi “occidentali”. Si è voluto dare un segnale alla Francia? Esiste una relazione tra questo attacco e il cambio di Governo che ha riportato la democrazia nella regione?

L’attacco all’ambasciata è stato un evento storico, in quanto non era mai successo che in Africa occidentale venisse attaccata l’ambasciata di riferimento dell’ex patria coloniale nel cuore della capitale del Paese, dove sono morte oltre 30 persone e ferite 80. Ci sono diverse chiavi di lettura e ed è difficile capire se e come ci sono legami tra i due fenomeni. Bisogna però sottolineare che Blaise Campaorè ed il suo entourage intrattenevano e mantenevano molti rapporti con i gruppi jihadisti, e ricopriva un ruolo da mediatore tra le potenze estere e i gruppi terroristi. Campaorè si è arricchito moltissimo con il mercato dei riscatti e dei rapimenti. Per esempio, in caso di rapimento di una persona, per la maggior parte occidentale in quanto ‘pagano’ più, i Governi pagano una certa somma di denaro ai terroristi; in mezzo tra Governo e terroristi si muoveva Campaorè che, si dice, guadagnava circa i 2/3 del ricavo del riscatto. Potere economico e potere politico per Campaorè erano fondamentali. Dal momento in cui è stato usurpato del proprio potere, il jihadismo qui non ha più avuto una figura di mezzo con cui poter trattare, e i Governi hanno perso il loro principale alleato politico. Il nuovo Govenro di Kaborè viene visto come nemico e come obiettivo da attaccare, tant’è che l’attentato è stato fatto contro lo Stato maggiore militare, quindi contro dei civili che gestiscono l’arma burkinabe. In questo momento c’è un forte tentativo di destabilizzazione nel nord del Burkina, che è piena di infiltrazioni jihadiste dove un gruppo legato allo Stato Islamico che avrebbe aiutato il gruppo transnazionale maliano ‘sostegno all’Islam’ a compiere l’ultimo attentato nella capitale, come gli altri precedenti. Stiamo assistendo alla re-difinizione dei rapporti di forza tra i vari gruppi jihadisti. A marzo dell’anno scorso c’è stata la formazione di una nuova sigla islamista che riunisce sotto di sé altre tre sigle jihadiste affiliate di Al-Qaeda del Magreb islamico . Quindi da un lato il principale attore jihadista rimane AlQaeda, dall’altro stanno crescendo diversi gruppi che si basano sull’alleanza con l’ISIS, che sta subendo molto nei territori medio-orientali e che quindi vede nel Sahel e nel Sahara Occidentale una nuova regione per riformarsi ed espandersi. Qui gli affiliati Isis stanno seguendo l’esempio di Al Qaeda di anni fa, inserendosi nei vari traffici, droga (cocaina dall’America Latina), armi ed essere umani, con altri gruppi indipendentisti e narcotrafficanti.

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