venerdì, dicembre 14

Burkina Faso: camicie rosse sull’onda lunga dei gilet gialli Le camicie rosse del Burkina Faso e quell’intreccio non casuale con i gillet gialli francesi

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Non solo Francia. La protesta per laumento del prezzo del carburante sta interessando anche il Burkina Faso, dove sono scese in piazza le ‘chesmises rouges’ per contestare la decisione presa dal Governo guidato da Roch March Christian Kaboré.

«La Confederazione generale dei lavoratori del Burkina Faso (CGT-B) e la Coalizione contro il costo della vita, la corruzione e l’impunità (CCVC) chiedono uno sciopero generale di protesta di 24 ore in tutto il paese il 29 novembre», con queste parole, rilasciate il 18 novembre all’agenzia stampa ‘AFP’, il vice-presidente della Coalition nationale contre la vie chère, Chrysogone Zougmoré, aveva richiamato il popolo del Burkina Faso a farsi sentire contro la decisione governativa.

Dallo scorso 9 novembre, infatti, il costo per litro della benzina in Burkina Faso è aumentato di 75 franchi CFA (0,11 euro): una crescita del 12% rispetto al prezzo precedente.

Puntualmente, il 29 novembre, a seguito del richiamo di Zougmoré, migliaia di burkinabé, indossando un’iconica camicia rossa, si sono riversati tra le strade di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, per protestare contro la manovra decisa dai governanti.

Secondo i sindacati e i consumatori, che denunciano una lenta erosione del potere d’acquisto, il 12% di aumento è eccessivo. La prima metà dell’anno – riporta ‘Radio France Internationale’- è già stata contrassegnata da un’impennata inflazionistica, in particolare per i prodotti alimentari e il bestiame.

La protesta africana è scattata parallelamente a quella dei ‘gilet jaune’, i gilet gialli, che tra le strade di Parigi hanno criticato duramente liniziativa del Governo presieduto da Emmanuel Macron di aumentare il prezzo del carburante a fini ecologici, così da favorire il ricambio elettrico dei mezzi di trasporto. Ma se oggi i vertici francesi hanno annunciato una moratoria di alcuni mesi sull’aumento delle tasse sul carburante – previsto originariamente il primo gennaio – in modo da sedare le proteste dei manifestanti che negli ultimi giorni erano sfociate in veri e propri atti di violenza, in Burkina Faso, nonostante le dimostrazioni dei giorni scorsi, il sovrapprezzo rimane attivo.

E così come i gilet gialli francesi, che dietro le proteste per il carburante covano altri motivi per chiedere le dimissioni dell’intero gruppo dirigente transalpino, anche le camicie rosse burkinabé trovano altre ragioni per avanzare le loro critiche alle autorità del Paese.

La processione dei manifestanti, infatti, recatasi al Ministero del Commercio, ha consegnato una lista di richieste al Ministro Harouna Kaboré. Oltre al prezzo della benzina, queste richieste riguardano l’arresto degli attacchi alle libertà democratiche e sindacali e il ritiro del progetto di legge organica adottato dal Consiglio dei Ministri che prevede severe restrizioni al diritto di sciopero.

«Nessuno accetta volentieri di pagare di più per qualcosa, è normale», ha detto il Ministro delle Comunicazioni Remis Fulgance Dandjinou, ma ha precisato che «era necessario ridurre il sussidio statale a un livello accettabile», assicurando che non ci sarà alcun impatto sul costo del trasporto. Con questo aumento, il Governo ha ridotto il suo contributo da 14 a 6 miliardi di franchi CFA al mese sull’acquisto di idrocarburi. Per giustificare il sovrapprezzo il Governo ha chiamato in causa laumento dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale del greggio, il debito della National Oil Corporation del Burkina Faso (Sonabhy) e la necessità di sostenere lo sforzo bellico contro i gruppi terroristici che colpiscono il Paese.

«Il Governo sta chiedendo uno sforzo bellico. Si dimentica che il nostro popolo è già in guerra contro la fame, la disoccupazione, l’impunità e la corruzione», ha detto a ‘Le Monde’ Zougmoré, che ha poi aggiunto «le persone stanno cadendo sotto il peso della miseria e della vita costosa, sia in città che in campagna. La vita diventa estremamente difficile per i gruppi più vulnerabili che saranno direttamente interessati da questa misura».

L’agenzia dell’ONU UNDP (United Nations Development Programme), infatti, colloca il Burkina Faso alla 183a posizione, su 189  Paesi, nella classifica dell’HDI (Human Development Index). Il salario minimo mensile è di 32.218 franchi CFA (49 euro).

Gilet gialli e camicie rosse, però, non sono gli unici elementi che accomunano le storie di Francia e Burkina Faso, ex colonia francese che raggiunse l’indipendenza il 5 agosto 1960. L’influenza della Francia su alcuni Paesi africani, compreso il Burkina Faso, si rende concreta attraverso l’adozione del franco CFA (Franco delle Colonie Africane Francesi, oggi acronimo di Comunità Finanziaria Africana) e attraverso le tasse imposte alle ex colonie.

Il franco CFA è la moneta comune di molti Paesi africani un tempo appartenenti allex-impero coloniale francese, da molti considerato come simbolo del neocolonialismo burocratico-finanziario. La moneta, nata dagli accordi di Bretton Woods del 1945, divenne la valuta comune delle colonie francesi in Africa. Con il declino dell’età coloniale, molti Stati africani abbandonarono tale sistema monetario, mentre 14 Paesi – divisi oggi in Unione economica e monetaria dellAfrica occidentale (UEMOA: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo) e Comunità economica e monetaria dellAfrica centrale (CEMAC: Camerun, Chad, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale)- lo hanno conservato.

Le regole di funzionamento del franco CFA, redatte nei trattati del ’59 e del ’62, sono sostanzialmente quattro: la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro; il tasso di conversione tra CFA e euro è fisso (1 euro=655,957 franchi CFA); i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi; i Paesi africani che utilizzano il CFA hanno l’obbligo di depositare il 50% delle loro riserve in valuta estera presso il Tesoro francese.  E sono proprio i cittadini africani, attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, a pagare la stabilità del tasso di cambio.

Sebbene il franco africano sia ancorato all’euro, dunque, è Parigi a stampare le banconote CFA e a garantire la convertibilità del franco con l’euro. Ciò fa capire quanto l’indipendenza di alcuni Paesi sia un fatto formale più che realmente concreto. Tali regole, infatti, favoriscono leconomia francese ed europea. Le multinazionali – come Bolloré, Bouygues, Orange o Total- possono continuare comprare le materie prime dal Burkina Faso e dagli altri Stati aderenti al sistema monetario CFA e investire con rischi di cambio pari a zero dato il tasso fisso franco CFA-euro.

Nonostante la fine del colonialismo, dunque, i transalpini fanno ancora sentire la loro presenza in Burkina Faso attraverso la valuta, ma non solo. Infatti, non pochi sono stati gli avvicendamenti socio-politici susseguitisi in Burkina Faso che hanno visto la Francia  interpretare la parte di deus ex-machina.

Sul finire degli anni ’80, la Francia ha giocato più che un ruolo di secondo piano nella destituzione di Thomas Sankara, leader carismatico che nell’agosto del 1983, a seguito di un colpo di Stato, divenne Presidente dell’allora Alto Volta, ribattezzato successivamente in Burkina Faso, che nelle lingue more e bambara significa ‘la terra degli uomini integri’. Sankara si fece promotore di un’importante rivoluzione sociale e si oppose all’egemonia che, nonostante la fine del colonialismo, le potenze occidentali esercitavano ancora sul continente nero.

Come ha scritto Fulvio Beltrami,  corrispondente de ‘L’Indro’ dall’Africa centrale ed esperto africanista, «la sua morte fu decisa a Parigi dalla Cellula Africana dellEliseo (France-Afrique) durante una riunione il 4 settembre 1987. L’episodio che spinse Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti a decretare la sua morte fu il famoso discorso presso lOrganizzazione dellUnità Africana (l’antenata dell’Unione Africana) ad Addis Abeba dove Sankara invitò i popoli africani a seguire lesempio dei burkinabè, a rovesciare i tiranni che li governavano e a ripudiare lOccidente e le sue istituzioni: IMF e Banca Mondiale che stavano affamando il continente con il ricatto del debito protratto durante il colonialismo e dalle successive dittature per armarsi e difendersi contro i propri popoli».

Fatto fuori Sankara, la Francia consegnò il potere nelle mani di Blaise Compaoré, il cui mandato durò dal 1987 al 2014. La sua dittatura ebbe fine a seguito di un golpe, tramite il quale assunsero la guida del Paese, prima Yacouba Isaac Zida e poi Michel Kafando, a sua volta destituito con un nuovo colpo di Stato, ordito proprio dai francesi, che portò Gilbert Diendéré – accusato di aver preso attivamente parte alla congiura che portò all’omicidio di Sankara a diventare Presidente per soli 6 giorni ed essere sostituito, nuovamente tramite uso della forza, da Kafando.

Il 29 dicembre 2015, dopo un turno elettorale democraticamente valido e un anno di rovesciamenti politici, venne eletto l’attuale Presidente Kaboré, la cui elezione non fu affatto gradita a Parigi. In questi ultimi anni, il Burkina Faso ha visto unondata di violenza causata dai jihadisti islamici – contro i quali il Governo si è adoperato massicciamente ed è una delle ragioni per le quali ha deciso di aumentare il prezzo del carburante – guidati, secondo alcuni analisti, proprio dalla Francia, che starebbe giocando un ruolo eversivo nel tentativo di riprendere saldamente le redini del Paese africano.

Al di là delle camicie rosse e dell’aumento del carburante si scorge un mondo fatto di intrecci politici ed economici. Recentemente il Burkina Faso ha voltato le spalle a Taiwan e ha partecipato per la prima volta al FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation), per tastare quali possono essere i frutti di una collaborazione commerciale con la Cina – la cui presenza in Africa è già saldamente radicata – che troverebbe sicuramente il modo per fare uscire il Paese africano dal pantano economico cui è immerso.

E se Xi Jinping dovesse entrare realmente all’interno delle dinamiche burkinabé, cosa farebbe allora Macron?

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